Per mesi il Partito democratico ha raccontato ai propri elettori che il campo largo rappresentava l’unica strada per battere Giorgia Meloni. È una tesi legittima, almeno sul piano aritmetico. Ma la politica non è un’equazione e le coalizioni non si costruiscono sommando percentuali nei sondaggi. Si costruiscono condividendo una visione del Paese. Oggi quella visione semplicemente non esiste. E l’ultima intervista di Giuseppe Conte non fa altro che certificare una verità che al Nazareno conoscono tutti ma che nessuno ha ancora il coraggio di pronunciare.
L’equivoco chiamato Giuseppe Conte
Per troppo tempo il Partito democratico ha preferito rimandare il problema. Ogni volta che emergeva una divergenza con il Movimento 5 Stelle, si è scelto di rinviare il confronto in nome di un bene superiore: l’unità dell’opposizione. È successo sulla politica industriale, sulle grandi opere, sul termovalorizzatore di Roma, sull’energia, sul rapporto con l’impresa e perfino sulla giustizia. Ma c’è un terreno sul quale non è più possibile fingere che le differenze siano dettagli: la politica estera.
L’intervista concessa da Giuseppe Conte ad Alessandro De Angelis su La Stampa segna un punto di svolta. L’ex presidente del Consiglio non si limita a ribadire la propria contrarietà a nuovi aiuti militari all’Ucraina. Va oltre. Trasforma una delle questioni geopolitiche più importanti degli ultimi decenni in una materia da regolare attraverso le primarie della coalizione. «Il tema delle armi all’Ucraina lo scioglieremo con le primarie», dice. Come se il futuro della politica estera italiana potesse dipendere da un regolamento interno tra alleati.
Ucraina, Europa e Nato: il campo largo non parla la stessa lingua
Il problema non è che Conte abbia una posizione diversa. In democrazia è normale. Il problema è pretendere che quella posizione diventi il punto di equilibrio obbligato dell’intero centrosinistra. Da oltre tre anni il leader del Movimento 5 Stelle insiste sulla necessità di interrompere gli aiuti militari e di puntare tutto sulla diplomazia. Una scelta politica legittima, che però continua a scontrarsi con una realtà difficile da ignorare. Vladimir Putin, fino a oggi, non ha mai mostrato alcuna disponibilità ad accettare una pace che non coincida con il raggiungimento dei propri obiettivi strategici. Continuare a evocare negoziati senza spiegare quali concessioni dovrebbe fare Mosca rischia di trasformare la diplomazia in uno slogan, non in una strategia.
La paura del Pd di perdere un alleato
Ed è qui che il Partito democratico dovrebbe smettere di inseguire Conte. Per quale ragione una forza politica che nei sondaggi vale quasi il doppio del Movimento 5 Stelle dovrebbe continuare a subordinare la propria linea internazionale ai veti dell’ex presidente del Consiglio? Per quale motivo il principale partito dell’opposizione dovrebbe rinunciare alla propria cultura europeista e atlantica per tenere in piedi un’alleanza che, sui temi fondamentali, appare ogni giorno più fragile?
Le parole pronunciate da Lorenzo Guerini sulle colonne del Foglio rappresentano, probabilmente, il pensiero di una parte molto più ampia del Pd. L’ex ministro della Difesa ha ricordato che una forza progressista non può non stare dalla parte dell’Ucraina aggredita, non può rinunciare a un’Europa più forte e non può continuare a rinviare il chiarimento con gli alleati. Non è una polemica personale contro Conte. È una questione di identità politica.
Lasciarlo correre da solo è l’unico modo per sapere quanto vale davvero
Il paradosso è evidente. Mentre il Movimento 5 Stelle irrigidisce la propria posizione, è il Partito democratico a continuare a fare concessioni. Elly Schlein spera che il programma riesca, in qualche modo, ad attenuare le divergenze. Ma i programmi non cancellano le differenze culturali. Le mettono semplicemente nero su bianco. E quando si arriva al governo, quei nodi riemergono tutti insieme. Per questo motivo il Pd dovrebbe compiere un gesto che oggi appare quasi rivoluzionario nella sua semplicità: lasciare che Giuseppe Conte corra da solo.
Non per spirito di rivalsa. Non per rompere definitivamente il dialogo. Ma per una ragione molto più concreta. Verificare, finalmente, quanto pesa davvero il Movimento 5 Stelle senza poter attribuire al Partito democratico la responsabilità di ogni mediazione e di ogni compromesso. Se Conte è convinto che la sua linea rappresenti il futuro del centrosinistra, abbia il coraggio di sottoporla direttamente al giudizio degli elettori. Se gli italiani riterranno convincente la sua proposta, sarà il voto a premiarlo. Se invece il suo consenso dipende soprattutto dal ruolo di alleato indispensabile del Pd, anche questo emergerà con chiarezza.
Continuare così significa regalare un altro vantaggio a Meloni
Continuare a tenere in vita un’alleanza nella quale ogni decisione viene rinviata per paura della rottura significa soltanto prolungare un’ambiguità che logora l’intera opposizione. Non si costruisce un’alternativa di governo fingendo che le differenze non esistano. Le differenze esistono eccome e riguardano questioni decisive: l’Europa, la Nato, la difesa comune, la guerra in Ucraina, il ruolo internazionale dell’Italia. Sono temi che definiscono la collocazione di un Paese nel mondo. Non possono essere trattati come semplici incidenti di percorso.
C’è poi un ultimo elemento che il centrosinistra sembra ignorare. Il governo Meloni attraversa una fase politicamente più complicata rispetto a quella di un anno fa. Le tensioni interne aumentano, il consenso non è più quello dell’inizio della legislatura e il dibattito sulle riforme divide sempre di più maggioranza e opposizioni. Eppure il principale alleato di Giorgia Meloni continua a essere proprio l’incapacità dell’opposizione di scegliere una direzione chiara.
Il campo largo, così com’è, rischia di diventare un gigantesco equivoco. Un’alleanza nella quale ciascuno rinuncia a dire ciò che pensa davvero per paura di perdere un alleato. Ma una coalizione che nasce già divisa sui grandi temi internazionali difficilmente riuscirà a governare un Paese complesso come l’Italia. Prima o poi qualcuno dovrà trovare il coraggio di dirlo. Forse quel momento è arrivato. E forse il modo migliore per capire se Giuseppe Conte sia davvero indispensabile non è continuare a rincorrerlo, ma lasciarlo libero di dimostrare, da solo, quanto vale davvero.







