Massimo D’Alema torna in campo nel momento in cui il centrosinistra rischia di trasformare la scelta del candidato a Palazzo Chigi in una guerra preventiva tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Nessuna candidatura personale e, almeno ufficialmente, nessun “partito dei sindaci”, ma un’operazione politica riconoscibile: spostare il confronto dai nomi al progetto, sottrarre il campo largo alla resa dei conti delle primarie e rimettere al centro gli amministratori che già governano alcune delle principali città italiane. L’ex presidente del Consiglio lo ha fatto dal Campidoglio, riunendo sindaci e dirigenti progressisti attorno al nuovo numero della rivista Italianieuropei, intitolato “Governare le città, governare l’Italia”. Una cornice culturale che difficilmente nasconde il messaggio politico: mentre Pd e Movimento Cinque Stelle preparano la conta, D’Alema prova a costruire una terza strada.
D’Alema prende le distanze da Conte
«Nessun partito dei sindaci. È una sciocchezza, così come è una sciocchezza che noi sosteniamo Conte», ha precisato D’Alema, respingendo le interpretazioni che lo descrivono già al lavoro per consegnare la guida della coalizione al presidente del Movimento Cinque Stelle. La smentita, però, non cancella l’iniziativa. Al Campidoglio erano presenti, tra gli altri, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, quello di Napoli e presidente dell’Anci Gaetano Manfredi, il primo cittadino di Milano Beppe Sala, il sindaco di Bologna Matteo Lepore, la sindaca di Perugia Vittoria Ferdinandi e quello di Cagliari Massimo Zedda. Nel corso dell’incontro è arrivata anche la segretaria del Pd Elly Schlein, accolta pubblicamente dall’ex premier: un passaggio che ha contribuito a ridimensionare la rappresentazione di D’Alema come regista occulto di un’operazione esclusivamente favorevole a Conte.
Le primarie e la sfida tra Schlein e Conte
Il punto politico riguarda soprattutto il metodo con il quale il centrosinistra intende arrivare alle prossime elezioni. D’Alema considera pericoloso anticipare la scelta del leader rispetto alla definizione di una piattaforma comune, soprattutto mentre le differenze tra Pd e Cinque Stelle restano profonde sulla politica estera, sull’Ucraina, sull’economia e sul rapporto con l’Europa. «Bisogna trasformare quel no del referendum in un sì, in un progetto per l’Italia. È un’operazione che non è ancora partita», ha osservato l’ex presidente del Consiglio, arrivando a definire «una follia» l’ipotesi di concentrare adesso il confronto sulle primarie.
Il rischio di una resa dei conti nel centrosinistra
Il timore riguarda una competizione che potrebbe non limitarsi a scegliere il candidato premier, ma diventare il regolamento di conti definitivo tra Schlein e Conte. La segretaria democratica guida il partito più forte dell’opposizione e non può accettare facilmente di arretrare; il presidente del Movimento Cinque Stelle, forte della propria esperienza a Palazzo Chigi, rivendica invece un profilo autonomo e insiste sulle distanze politiche dal governo Meloni, a cominciare dall’invio di armi all’Ucraina. Il rischio, nella lettura dalemiana, consiste nell’arrivare ai gazebo senza avere prima costruito le ragioni dello stare insieme, trasformando lo strumento democratico delle primarie in una macchina capace di produrre un vincitore e una coalizione già lacerata.
Manfredi: «Le primarie? Se le evitiamo è meglio»
La cautela dell’ex premier trova sponde importanti tra gli amministratori. «Le primarie? Se le evitiamo è meglio», ha dichiarato Gaetano Manfredi, escludendo una propria partecipazione alla competizione ma senza rispondere all’ipotesi di assumere un ruolo da federatore. Matteo Lepore ha spiegato che sarebbe preferibile trovare il leader attraverso un accordo politico, mentre Beppe Sala ha avvertito che «le primarie non devono essere un dogma». Il sindaco di Milano ha indicato Manfredi, Gualtieri e la sindaca di Genova Silvia Salis come «tre nomi eccellenti», precisando tuttavia che, in assenza di una soluzione condivisa, la consultazione diventerebbe necessaria e il suo voto andrebbe a Schlein.
D’Alema non incorona nessuno
D’Alema non incorona nessuno e assicura che non rientra tra i suoi compiti «far diventare primo ministro un sindaco», ma il laboratorio avviato in Campidoglio introduce nella partita figure dotate di un elemento che manca ai vertici nazionali: la prova quotidiana del governo. Le città amministrate dal centrosinistra affrontano direttamente l’emergenza abitativa, la sicurezza, i trasporti, le nuove povertà, il welfare e l’integrazione, temi sui quali la coalizione progressista dovrà misurarsi se vuole contendere alla destra il consenso popolare e non limitarsi a sommare sigle.
Il “modello Manchester” e il progetto per l’Italia
Il riferimento scelto da D’Alema è il “modello Manchester”: nonostante l’avanzata delle destre e delle forze populiste, molte grandi aree urbane europee continuano a essere governate dai progressisti. Da quelle esperienze, secondo l’ex premier, può nascere un «vocabolario comune» capace di trasformare le risposte amministrative in un progetto nazionale. Anche la sicurezza, ha sostenuto Beppe Sala, deve smettere di essere considerata un terreno da lasciare alla destra, perché la criminalità di strada e il disagio giovanile rappresentano problemi reali che richiedono insieme controllo del territorio, inclusione sociale e investimenti.
D’Alema e la possibile terza via
Il ritorno di D’Alema non assume dunque la forma di una candidatura, ma quella più congeniale all’ex leader dei Democratici di sinistra: la costruzione di uno spazio politico nel quale far maturare una soluzione. L’uomo che ha attraversato tutte le trasformazioni della sinistra italiana conosce il peso delle parole e anche quello delle smentite. Nega il partito dei sindaci, respinge l’etichetta di sponsor di Conte e saluta Schlein, ma contemporaneamente riunisce gli amministratori più autorevoli del campo progressista e li colloca al centro della discussione sul futuro della coalizione.
Primarie o candidatura condivisa?
La domanda resta aperta: D’Alema sta soltanto offrendo idee al centrosinistra oppure prepara il terreno per una leadership capace di superare il duello tra la segretaria del Pd e il presidente dei Cinque Stelle? La risposta arriverà quando la coalizione dovrà decidere se affidarsi ai gazebo o cercare una candidatura condivisa. Intanto, dal Campidoglio è partito un segnale difficile da ignorare: prima del nome del candidato viene il progetto, e se Schlein e Conte non riusciranno a costruirlo insieme, la terza via potrebbe avere il volto di uno dei sindaci convocati da D’Alema.







