Giorgia Meloni gioca con la data delle elezioni e lascia Schlein e Conte nel dubbio. Un giorno dal centrodestra qualcuno apre al voto anticipato, quello successivo arriva una frenata e subito dopo Palazzo Chigi assicura di voler arrivare «fino all’ultimo». Dietro questa apparente confusione ci sarebbe però una strategia precisa: non far capire al Campo largo quando si voterà e costringerlo a decidere candidato premier, alleanze e programma senza sapere quanto tempo abbia davanti.
Meloni avrebbe discusso lo schema anche con alcuni ministri e sarebbe intenzionata a non scoprire le carte prima dell’inizio di febbraio 2027, salvo incidenti parlamentari. La data del voto diventerebbe così un’arma da utilizzare in base alle mosse dell’opposizione.
Il meccanismo è semplice. Se a gennaio il centrosinistra sarà ancora impantanato nella scelta del leader, Meloni potrebbe accelerare e portare il Paese alle urne già ad aprile. Se invece Pd, M5S e alleati avranno celebrato le primarie e trovato il loro candidato, potrebbe fare esattamente il contrario: aspettare fino all’autunno e lasciare nove o dieci mesi al Campo largo per consumarsi nelle proprie divisioni.
Elezioni ad aprile se Schlein e Conte saranno ancora senza leader
Lo scenario preferito dal centrodestra sarebbe quello di un’opposizione che arrivi all’inizio del 2027 ancora alle prese con il rebus delle primarie. Elly Schlein, Giuseppe Conte e gli altri alleati non hanno ancora definito né il metodo per scegliere il candidato premier né un programma comune, mentre resta aperta anche la questione del perimetro della coalizione.
Se lo stallo continuasse fino a fine gennaio, Meloni potrebbe sciogliere il rebus con una mossa improvvisa: voto in primavera, probabilmente ad aprile, lasciando agli avversari pochissimo tempo per organizzare eventuali gazebo e soprattutto per ricomporre le inevitabili fratture successive alla scelta del candidato.
Non stupisce quindi che dal centrodestra arrivino segnali apparentemente contraddittori. Il ministro Luca Ciriani ha indicato la primavera come soluzione di «maggior buonsenso» rispetto a ottobre. Giovanni Donzelli ha subito frenato, parlando della possibilità di arrivare all’autunno. Ignazio La Russa ha assicurato che esistono «probabilità altissime» di proseguire fino alla fine della legislatura.
E Meloni ha ribadito: «Abbiamo ancora moltissimo da fare» e il governo continuerà a lavorare «fino all’ultimo». Tutti dicono cose diverse e proprio questo potrebbe essere il punto.
Se il Campo largo fa le primarie, Meloni potrebbe rinviare tutto
Il secondo scenario rovescia completamente il tavolo. Pd, M5S, Avs e gli altri alleati potrebbero decidere di chiudere rapidamente la partita e organizzare le primarie entro gennaio. A quel punto Meloni potrebbe non avere più alcuna convenienza a votare subito.
Il vincitore uscirebbe dai gazebo con l’investitura della coalizione e diversi mesi davanti per costruire la campagna elettorale. Meglio allora aspettare. Ottobre o persino novembre 2027 diventerebbero improvvisamente finestre interessanti.
Nove o dieci mesi possono essere lunghissimi per una coalizione composta da partiti che hanno posizioni differenti su politica estera, economia e numerosi altri dossier. Il candidato vincitore delle primarie dovrebbe tenere insieme tutti, gestire le ambizioni degli sconfitti e impedire che ogni divergenza diventi una nuova guerra interna. La scommessa del centrodestra sarebbe proprio questa: lasciare al Campo largo abbastanza tempo per litigare.
Il vero rebus è il Melonellum
C’è però una variabile capace di mandare all’aria l’intero piano: la legge elettorale. Se la riforma sulla quale sta lavorando la maggioranza dovesse passare, la scelta del candidato alla presidenza del Consiglio assumerebbe un peso decisivo e il centrosinistra dovrebbe risolvere rapidamente il problema della leadership.
Se invece il cosiddetto Melonellum saltasse e si votasse ancora con il Rosatellum, la situazione cambierebbe. La legge attualmente in vigore non prevede infatti l’indicazione sulla scheda di un candidato unitario a Palazzo Chigi. A quel punto il Campo largo potrebbe anche decidere di evitare completamente le primarie, togliendo a Meloni una delle leve della sua strategia.
La riforma elettorale diventa quindi lo spartiacque. E un eventuale fallimento potrebbe perfino accelerare il voto: in quel caso Meloni potrebbe tentare di portare il Paese alle urne subito dopo l’approvazione della manovra.
Meloni tiene sulle spine anche Salvini e Tajani
L’ambiguità sulla data delle elezioni serve anche a evitare problemi dentro la maggioranza. Lega e Forza Italia devono sapere che la legislatura potrebbe continuare, soprattutto alla vigilia di una manovra economica durante la quale un clima da fine corsa potrebbe scatenare rivendicazioni, distinguo e fughe in avanti nei gruppi parlamentari.
Da qui le rassicurazioni sulla volontà di andare avanti. Ma nessuna promessa definitiva. Meloni può permetterselo perché parte da una posizione molto più semplice di quella degli avversari: il centrodestra ha già il suo candidato premier. È lei. Il Campo largo deve invece decidere chi candidare, come sceglierlo, quali partiti mettere insieme e con quale programma presentarsi agli elettori.
E così la data delle politiche diventa parte della battaglia. Se Schlein e Conte tardano a scegliere, Meloni può anticipare. Se scelgono troppo presto, può aspettare. Primavera o autunno? Per ora la presidente del Consiglio non ha alcun interesse a rispondere. Più a lungo gli avversari resteranno con gli occhi puntati sul calendario, più il gioco delle urne avrà funzionato.







