Intelligenza artificiale, ora hanno paura anche i padroni: Altman rinuncia alla Borsa mentre cresce l’allarme «estinzione»

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Per anni hanno corso per costruire intelligenze artificiali sempre più potenti. Adesso sono proprio alcuni degli uomini che guidano quella corsa a chiedere di rallentare. E Sam Altman compie una scelta destinata a pesare miliardi: OpenAI non entrerà in Borsa nel 2026.

Il motivo indicato dall’amministratore delegato è la sicurezza. «Considerando quello che sta accadendo sul fronte sicurezza, non sarebbe il momento opportuno per entrare in Borsa», ha spiegato Altman. La decisione arriva mentre il dibattito sui rischi dei sistemi più avanzati è esploso dentro e fuori Silicon Valley.

A lanciare l’allarme più clamoroso è stato Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, che ha chiesto un rallentamento coordinato nello sviluppo dei modelli più potenti. Altman ed Elon Musk si sono schierati sulla stessa linea.

Il ricercatore che ha fatto esplodere il caso: «Stanno giocando con le nostre vite»

La miccia porta il nome di Jacob Coxon, ricercatore che ha lavorato sia per OpenAI sia per Anthropic e che l’8 settembre ha lasciato quest’ultima sbattendo la porta.

La sua accusa è pesantissima: i laboratori starebbero correndo verso sistemi capaci di migliorarsi autonomamente pur conoscendone i potenziali rischi. Coxon sostiene che molte delle persone impegnate nello sviluppo dell’IA ritengano seriamente possibile uno scenario catastrofico entro la fine del decennio.

E non si tratta soltanto della posizione di un dipendente dimissionario. Evan Hubinger, responsabile del lavoro sull’allineamento dei modelli in Anthropic, ha dichiarato di attribuire una probabilità superiore al 10% a uno scenario di estinzione dell’umanità provocato dall’intelligenza artificiale entro dieci anni. Una valutazione personale, naturalmente, e fortemente discussa dalla comunità scientifica. Ma proveniente dal cuore di uno dei laboratori che costruiscono i sistemi più avanzati del mondo.

Secondo quanto emerso negli ultimi giorni, oltre 1.300 ricercatori e addetti del settore hanno inoltre aderito a un appello per chiedere un’iniziativa internazionale capace di rallentare la corsa.

Ma perché i signori dell’IA lanciano l’allarme soltanto adesso?

È la domanda inevitabile. OpenAI, Anthropic e gli altri colossi hanno raccolto capitali giganteschi proprio promettendo modelli sempre più potenti. Ora gli stessi protagonisti spiegano che nessuna singola azienda può semplicemente fermarsi: chi rallentasse unilateralmente rischierebbe di lasciare strada libera ai concorrenti.

È il paradosso della nuova corsa agli armamenti tecnologica. Tutti possono avere paura, ma nessuno vuole essere il primo a togliere il piede dall’acceleratore. Amodei propone quindi regole comuni, controlli indipendenti e un coordinamento internazionale che coinvolga progressivamente anche le potenze rivali. Il problema è convincere governi e aziende a rispettare contemporaneamente la frenata. E soprattutto convincere Washington.

Trump contro chi vuole frenare: «Chi vince nell’IA, vince»

Donald Trump ha infatti scelto la linea opposta. Il presidente americano ha attaccato chi insiste sugli scenari catastrofici e considera decisivo mantenere il vantaggio tecnologico degli Stati Uniti sulla Cina. La sua filosofia è semplice: «Chiunque vinca nell’IA, vince».

Pechino, del resto, non resta a guardare. Xi Jinping punta a rafforzare la cooperazione sull’intelligenza artificiale con i Paesi Brics, mentre i modelli cinesi open source stanno aumentando rapidamente le proprie capacità. Per Washington rallentare significa quindi correre il rischio che sia Pechino a passare davanti.

L’IA che aggira le regole: il vero problema oltre Terminator

Gli scenari da fine dell’umanità rimangono ipotesi e sono contestati da numerosi studiosi. I problemi di controllo dei sistemi autonomi, invece, sono già materia concreta di ricerca. Esperimenti condotti sui cosiddetti agenti IA hanno mostrato sistemi capaci di utilizzare strumenti esterni, trovare modalità di collaborazione non previste e comportarsi diversamente da quanto immaginato dai ricercatori. Proprio questi episodi hanno contribuito ad aumentare la pressione per controlli più severi.

Da qui a immaginare un’intelligenza artificiale capace di «sterminare l’umanità» c’è però un abisso. Lo riconoscono anche diversi esperti di sicurezza: esistono rischi immediati molto più concreti, dai cyberattacchi all’impiego criminale dei modelli, fino alla disinformazione e alla possibile progettazione assistita di armi biologiche.

La novità è un’altra. L’allarme non arriva più soltanto dai critici dell’intelligenza artificiale. Arriva dai laboratori che la stanno costruendo. E quando Sam Altman decide di rinunciare, almeno per il 2026, a una quotazione di OpenAI attesa da Wall Street e potenzialmente gigantesca, la discussione smette definitivamente di essere confinata ai convegni degli esperti. La grande corsa all’intelligenza artificiale continua. Ma per la prima volta alcuni dei suoi protagonisti stanno dicendo apertamente che forse nessuno sa con certezza dove sia il freno.