Un sicario, dei mandanti rimasti nell’ombra e una serie di morti che Massimo Lovati ritiene possano nascondere qualcosa di molto più grande del delitto di Chiara Poggi. Mentre a Garlasco torna sotto i riflettori il caso di Giovanni Ferri, l’ex avvocato di Andrea Sempio rilancia una delle sue teorie più controverse e arriva a sostenere che persino le posizioni di Alberto Stasi e Sempio sarebbero parte di un gigantesco depistaggio.
Sono affermazioni pesantissime che, è necessario precisarlo, appartengono alla ricostruzione personale di Lovati e non corrispondono, allo stato, a conclusioni accertate dalla magistratura. A renderle nuovamente attuali è il caso Ferri. La moglie dell’88enne morto nel 2010 ha chiesto alla Procura di Pavia di indagare ipotizzando un omicidio volontario contro ignoti. Ed è proprio partendo dalle ombre riemerse intorno a quella morte che Lovati torna a parlare di un possibile filo capace di collegare vicende apparentemente lontane.
Lovati e il «pozzo avvelenato» di Garlasco
La teoria avanzata dall’avvocato parte da una premessa radicale: Chiara Poggi sarebbe stata uccisa da un sicario che avrebbe agito per conto di mandanti. Non solo. Secondo Lovati, attorno al delitto del 13 agosto 2007 sarebbe stato successivamente costruito quello che lui definisce un «pozzo avvelenato», capace di coinvolgere chiunque si fosse avvicinato troppo a determinate verità. «Gli assassini di Chiara Poggi hanno, contestualmente, creato un pozzo avvelenato, e chiunque vi si avvicina rimane avvelenato», ha dichiarato.
È all’interno di questo scenario che Lovati inserisce anche le morti avvenute negli anni successivi nell’area di Garlasco e considerate ufficialmente suicidi, tra le quali quella di Giovanni Ferri. Nessun elemento giudiziario noto consente al momento di affermare che questi decessi siano collegati tra loro o, soprattutto, all’omicidio Poggi. Lovati, tuttavia, ritiene che quella possibilità meriti di essere presa in considerazione.
«Stasi e Sempio? Sono depistaggi»
Ma la parte più clamorosa della ricostruzione riguarda proprio i due nomi che hanno dominato diciannove anni di storia giudiziaria del caso Garlasco. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per l’omicidio di Chiara Poggi. Andrea Sempio è invece tornato al centro delle nuove indagini della Procura di Pavia.
Per Lovati, però, nessuno dei due avrebbe a che fare con l’assassinio. Alla domanda sul perché l’ipotetica organizzazione criminale da lui evocata avrebbe lasciato fuori proprio Sempio, che Lovati ha assistito per anni, l’avvocato ha risposto senza esitazioni: «Perché Andrea Sempio non c’entra niente, proprio come Stasi».
Poi ha aggiunto l’affermazione destinata a riaccendere inevitabilmente le polemiche: «Sono tutti depistaggi operati dai mandanti dell’assassinio di Chiara Poggi». Una posizione che si scontra frontalmente con la sentenza definitiva nei confronti di Stasi e che, per quanto riguarda l’esistenza di mandanti e di un sicario, resta una teoria sostenuta dall’avvocato.
Il caso Ferri riaccende le domande
Il ritorno sulla scena della morte di Giovanni Ferri offre adesso nuovo materiale a chi, come Lovati, sostiene che alcuni episodi avvenuti a Garlasco negli anni successivi al delitto Poggi meritino una rilettura. Ferri aveva 88 anni quando morì nel 2010. Il caso venne considerato un suicidio, ma sua moglie Gabriella non ha mai accettato quella ricostruzione e ora ha compiuto il passo più importante: una denuncia per omicidio volontario contro ignoti.
Tra gli elementi emersi recentemente c’è anche la vicenda di un documento del 2011 relativo al repertamento del coltello associato alla morte di Ferri. Il maresciallo Francesco Marchetto ha disconosciuto la firma che compare sull’atto, sostenendo che alla data indicata non prestava più servizio a Garlasco. Questo non dimostra che Ferri sia stato assassinato e tanto meno stabilisce un collegamento con Chiara Poggi. Rappresenta però uno degli elementi sui quali potrebbero concentrarsi eventuali nuovi accertamenti.
Un’ipotesi enorme che adesso deve fare i conti con i fatti
La teoria di Lovati porta il caso Garlasco su un terreno completamente diverso da quello percorso finora dalle indagini: non più soltanto la ricerca dell’autore materiale dell’omicidio Poggi, ma l’ipotesi di mandanti, di un sicario e di una rete capace persino di costruire depistaggi negli anni successivi. Uno scenario enorme, per il quale al momento non risultano prove giudiziarie pubblicamente note.
Ed è proprio questa la linea che separa le suggestioni dai fatti. Da una parte ci sono le parole di Lovati e i nuovi interrogativi sollevati dalla famiglia Ferri. Dall’altra ci sono una sentenza definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi e le nuove indagini ancora in corso.
Ora sarà la Procura di Pavia a stabilire se dietro alcuni dei dubbi riemersi nelle ultime settimane esista qualcosa che meriti davvero di essere investigato. Perché dopo quasi vent’anni Garlasco continua a produrre domande. Ma tra una domanda e una prova, in un’inchiesta per omicidio, c’è ancora tutta la distanza che separa un’ipotesi dalla verità giudiziaria.







