La nuova austerity è già qui: benzina oltre 2 euro, luce +271% e famiglie sempre più povere. Ma stavolta nessuno spegne le città

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Nel 1973 l’austerity si vedeva per strada. Nel 2026 si vede soprattutto sul conto corrente. Cinquantatré anni fa la guerra dello Yom Kippur e la conseguente crisi petrolifera costrinsero l’Italia a cambiare improvvisamente abitudini. Illuminazione pubblica ridotta, negozi chiusi in anticipo, programmi televisivi terminati alle 23 e, soprattutto, automobili ferme la domenica.

Oggi non ci sono vigili a controllare chi mette in moto la macchina nel giorno sbagliato, né città improvvisamente al buio. Eppure l’Italia sta attraversando una nuova crisi energetica che rischia di essere altrettanto pesante per milioni di famiglie, proprio perché procede quasi senza farsi vedere. Una sorta di austerity a bassa intensità, nella quale nessuno vieta di usare l’automobile o accendere il riscaldamento. Semplicemente, farlo costa sempre di più.

I numeri spiegano meglio di qualsiasi slogan ciò che sta accadendo: a settembre 2026 il prezzo unico nazionale dell’elettricità è aumentato del 73,3% rispetto alla media del 2025 ed è superiore del 271,1% rispetto ai livelli precedenti alla pandemia. Sul mercato europeo, il gas registra un aumento del 161,2% rispetto a settembre dello scorso anno. E l’Italia parte da una posizione particolarmente fragile.

Benzina e diesel oltre i due euro

Il primo segnale lo vedono ogni giorno gli automobilisti davanti ai distributori. A settembre il prezzo medio nazionale self service ha superato i 2 euro al litro sia per la benzina sia per il gasolio. Una rilevazione del 9 settembre indicava 2,067 euro per la verde e 2,177 per il diesel, con prezzi ancora superiori sulla rete autostradale.

Il petrolio è tornato intorno ai cento dollari al barile e ogni aumento dell’energia finisce inevitabilmente per propagarsi lungo l’intera economia. Perché il carburante più caro non significa soltanto spendere di più per riempire il serbatoio. Significa aumentare il costo dei camion che trasportano le merci, della logistica, della produzione e della distribuzione.

Alla fine il conto arriva sullo scaffale del supermercato. Ed è qui che la nuova austerity diventa molto diversa da quella del 1973: non impone sacrifici uguali a tutti, ma colpisce soprattutto chi ha meno possibilità di assorbire gli aumenti.

L’elettricità costa quasi quattro volte rispetto al pre-Covid

Il dato più impressionante riguarda l’energia elettrica. Il prezzo all’ingrosso è oggi superiore del 271,1% rispetto ai livelli pre-pandemia. Non significa che ogni bolletta domestica sia automaticamente aumentata della stessa percentuale, perché sul prezzo finale intervengono contratti, tariffe, tasse e altre componenti, ma fotografa la dimensione dello shock che attraversa il mercato energetico.

L’Italia, inoltre, paga uno svantaggio rispetto agli altri grandi Paesi europei: l’elettricità costa fino a quasi 70 euro per megawattora in più rispetto a Francia, Germania e Spagna. Una delle ragioni principali è la dipendenza dal gas. Nel 2025 il 43,7% dell’elettricità italiana proveniva da impianti alimentati a gas, contro il 18,2% della Spagna, il 17,6% della Germania e appena il 3,2% della Francia. Quando il gas aumenta, dunque, l’Italia prende il colpo più forte.

Il vero rischio è quello che succede dopo

Il problema non finisce con la bolletta. Le stime economiche mostrano il possibile effetto domino del caro energia. Nello scenario più difficile, con il Brent stabilmente a 140 dollari nel 2027, l’inflazione potrebbe aumentare di altri 0,7 punti percentuali e raggiungere il 3,7%.

Per le famiglie significherebbe perdere ulteriore potere d’acquisto. Secondo le stime, i consumi reali potrebbero diminuire di circa 250 euro per famiglia, per una contrazione complessiva nell’ordine dei 6,5 miliardi di euro. Anche le imprese stanno già pagando il conto. Soltanto nel secondo semestre del 2026, commercio, turismo e ristorazione rischiano oltre un miliardo di euro di maggiori costi energetici.

Ed è proprio questo meccanismo a rendere pericolosa la crisi attuale: energia più cara, costi di produzione maggiori, prezzi che salgono, consumi che scendono e famiglie costrette a tagliare altre spese.

Nel 1973 lo Stato decideva i sacrifici, oggi li decide il portafoglio

C’è infine una differenza fondamentale rispetto a cinquant’anni fa. L’austerity del 1973 era visibile e collettiva. Lo Stato stabiliva quando si poteva utilizzare l’automobile, quando dovevano chiudere i negozi e persino quando terminavano le trasmissioni televisive. Quella del 2026 funziona al contrario. Non c’è bisogno di vietare nulla perché a imporre le rinunce sono i prezzi.

Si usa meno l’auto perché fare il pieno costa troppo. Si abbassa il riscaldamento perché spaventa la bolletta. Si rinvia un acquisto perché prima bisogna pagare luce e gas. Si cambia supermercato, si cercano offerte, si tagliano vacanze, ristoranti e consumi considerati non indispensabili.

Non vedremo probabilmente le domeniche senza automobili del 1973 e le città non spegneranno improvvisamente le proprie insegne. Ma proprio questo potrebbe rendere la nuova austerity più difficile da percepire. Nel 1973 l’Italia intera vedeva la crisi. Nel 2026 ogni famiglia rischia di viverla da sola, davanti a una bolletta o allo scontrino del supermercato. Ed è forse questa la differenza più inquietante.