TeleMeloni insiste sul disastro Filorosso: Monteleone inchiodato al 2,7%, ma in Rai nessuno sembra voler staccare la spina

TeleMeloni insiste sul disastro Filorosso

La Rai continua ostinatamente a puntare su Filorosso, ma gli italiani continuano altrettanto ostinatamente a non guardarlo. L’ultima puntata del programma condotto da Antonino Monteleone su Rai3 ha raccolto appena 354 mila spettatori con il 2,7 per cento di share, dopo i 343 mila e il 2,6 per cento della settimana precedente. Numeri che descrivono ormai qualcosa di più serio di una semplice partenza difficile: il programma non riesce a trovare un pubblico abbastanza ampio per una prima serata della terza rete del servizio pubblico.

La situazione diventa ancora più imbarazzante quando si osservano i risultati della concorrenza. Nella stessa serata Giovanni Floris con DiMartedì ha superato 1,5 milioni di spettatori e il 10,6 per cento di share, mentre altri programmi hanno largamente preceduto Filorosso. Persino Geopop Racconta sul Nove, con circa 350 mila spettatori, ha praticamente raggiunto la trasmissione di Rai3. Il confronto non lascia molto spazio alle interpretazioni: mentre una parte consistente del pubblico interessato all’approfondimento politico sceglie altri programmi, Filorosso resta inchiodato sotto il tre per cento.

Corsini parlava di crescita, poi sono arrivati gli ascolti

Il risultato pesa ancora di più perché pochi giorni prima Paolo Corsini, responsabile dell’Approfondimento Rai, aveva rivendicato apertamente la scelta di continuare a puntare sul programma. Corsini aveva parlato di una trasmissione in crescita e aveva difeso la decisione di presidiare il martedì sera, nonostante una concorrenza particolarmente forte.

Poi gli spettatori hanno acceso i televisori e l’Auditel ha registrato il 2,6 per cento. Una settimana dopo è arrivato il 2,7. Se tecnicamente un decimale rappresenta una crescita, difficilmente basta per sostenere che il programma abbia finalmente imboccato la strada del successo.

Secondo le indiscrezioni circolate nelle ultime ore, proprio Corsini e il suo vice Giuseppe Malara avrebbero manifestato forte nervosismo dopo l’ennesimo risultato deludente. Le stesse ricostruzioni riferiscono tensioni anche intorno a Monteleone e ad alcune scelte editoriali compiute dalla trasmissione. Si tratta di retroscena che, in assenza di conferme ufficiali, vanno trattati come tali. Gli ascolti, invece, non appartengono al terreno delle indiscrezioni e continuano a rappresentare il problema più difficile da nascondere.

La strana scommessa su Antonino Monteleone

La questione, infatti, non riguarda soltanto una puntata andata male. La Rai ha investito sulla figura di Antonino Monteleone, affidandogli uno spazio importante dell’informazione di Rai3, ma il rapporto tra il conduttore e il pubblico continua a non decollare. Filorosso aveva già mostrato evidenti difficoltà e la nuova stagione non ha prodotto, almeno finora, quella svolta che evidentemente qualcuno a Viale Mazzini sperava di vedere.

Monteleone può rivendicare il taglio giornalistico che preferisce e la Rai può legittimamente scegliere quali professionisti mettere alla guida dei propri programmi. Esiste però un elemento che nessuna strategia editoriale può cancellare: un programma televisivo deve trovare qualcuno disposto a guardarlo. Quando una trasmissione di approfondimento su una rete generalista raccoglie il 2,7 per cento mentre un concorrente diretto supera il 10, il problema non riguarda più soltanto la serata particolarmente difficile o la forza degli avversari. Riguarda il prodotto, la formula, la conduzione e la capacità complessiva di conquistare gli spettatori.

Ed è proprio la continuità dei risultati a rendere difficile liquidare tutto come un incidente. Se il pubblico non arriva una volta, può trattarsi di una serata storta. Se continua a non arrivare, qualcuno dovrebbe almeno chiedersi perché.

Fabio Ferrari e il monologo che fa discutere

A rendere ancora più curiosa la situazione contribuisce la scelta di affidare un monologo a Fabio Ferrari, attore che milioni di italiani ricordano soprattutto come Chicco de I ragazzi della 3ª C. Ferrari non rappresenta naturalmente il problema e possiede una lunga carriera che merita rispetto. La domanda riguarda invece la coerenza editoriale di Filorosso e il tentativo di mescolare linguaggi molto differenti all’interno di un programma che dovrebbe avere nell’approfondimento giornalistico la propria identità principale.

Se l’obiettivo consisteva nell’allargare la platea, il risultato non sembra aver premiato l’esperimento. Il pubblico è rimasto sostanzialmente quello della settimana precedente e il programma continua a muoversi intorno a percentuali che per una prima serata generalista risultano estremamente modeste.

Il caso Ferrari diventa così interessante non perché un attore non possa intervenire in una trasmissione giornalistica, ma perché racconta la difficoltà di capire quale forma la Rai voglia dare a Filorosso. Inchieste, talk politico, cronaca, monologhi, spettacolo: quando un programma cerca contemporaneamente molte identità rischia di non renderne riconoscibile nessuna.

TeleMeloni e il mistero del programma che sopravvive a tutto

Resta infine la questione più scomoda. Le opposizioni chiamano da tempo “TeleMeloni” la Rai guidata dagli attuali vertici, un’etichetta politica che governo e azienda respingono. Ma Filorosso pone una domanda che prescinde persino dalle appartenenze politiche: quanti risultati negativi deve collezionare una trasmissione prima che qualcuno rimetta seriamente in discussione il progetto?

Il servizio pubblico non deve trasformare l’Auditel nell’unico criterio con cui giudicare un programma. La Rai ha anche il compito di proporre cultura, informazione e approfondimento senza inseguire ossessivamente la maggioranza degli spettatori. Ma Filorosso non è un documentario sperimentale, un programma culturale destinato inevitabilmente a una nicchia o un prodotto costruito per assolvere una funzione che la televisione commerciale non garantisce. È un programma di approfondimento politico e di attualità collocato in prima serata, dentro un mercato televisivo nel quale altre trasmissioni analoghe riescono a conquistare un pubblico enormemente superiore.

Per questo il 2,7 per cento non rappresenta soltanto un numero sgradevole da leggere la mattina successiva. Misura la distanza tra la fiducia che la Rai continua ad accordare al progetto e quella che gli spettatori, almeno fino a questo momento, sembrano negargli.

La Rai può continuare a credere in Filorosso, Corsini può continuare a difenderlo e Monteleone può continuare a cercare la formula capace di conquistare finalmente il pubblico. Ma dopo settimane di ascolti così bassi resta una domanda alla quale prima o poi Viale Mazzini dovrà rispondere: per quale motivo un programma che gli italiani continuano a non scegliere conserva un posto così protetto nella prima serata del servizio pubblico?