Aron D’Souza non sembra interessato a entrare nei sistemi. Preferisce forzarli, smontarli, cercarne le crepe e poi costruirci sopra qualcosa che inevitabilmente divide, irrita, affascina e spaventa. La rivista Time lo ha inserito tra i 100 leader più influenti nel mondo della salute nel 2025, ma il suo nome oggi circola soprattutto per due progetti che sembrano usciti da una distopia molto ben finanziata: gli Enhanced Games, ribattezzati le “Olimpiadi del doping”, e Objection, una startup di intelligenza artificiale che si presenta come una sorta di tribunale per giornalisti.
Due iniziative apparentemente lontane, ma unite da una stessa idea di fondo: contestare le autorità tradizionali. Nel primo caso il Comitato olimpico internazionale e il sistema antidoping. Nel secondo il giornalismo, la reputazione professionale e il potere dei media di raccontare i potenti. Il tutto con una figura ricorrente sullo sfondo: Peter Thiel, il miliardario fondatore di PayPal, già decisivo nella guerra contro Gawker e oggi tra i finanziatori del nuovo progetto di D’Souza.
Le Olimpiadi del doping e la guerra al sistema sportivo
Gli Enhanced Games si sono svolti il 24 maggio a Las Vegas e hanno portato in scena discipline come nuoto, sollevamento pesi e atletica leggera. La loro caratteristica più controversa è anche la più semplice da spiegare: gli atleti potevano assumere sostanze dopanti per cercare di stabilire nuovi record mondiali.
Per il mondo sportivo ufficiale è una provocazione pericolosa. L’Agenzia mondiale antidoping ha accusato la manifestazione di mettere «seriamente a rischio la sicurezza degli atleti» e di minare «alla base i valori cardine dello sport». Travis Tygart, ceo dell’Agenzia antidoping degli Stati Uniti, ha parlato alla Cnn di «uno spettacolo da pagliacci» che non sarebbe «vero sport».
D’Souza, però, ribalta l’accusa. In un’intervista a Time ha spiegato: «Non ci occupiamo di sport, ci occupiamo di scienza e cambiamento culturale. E il cambiamento culturale più profondo sarà la convinzione che la medicina non si limiti a far stare meno male le persone malate. La medicina è anche uno strumento importante per migliorare le prestazioni umane».
È qui che il progetto smette di essere soltanto una provocazione sportiva e diventa una dichiarazione ideologica. Per D’Souza, il corpo dell’atleta non deve essere custodito da un’autorità morale esterna, ma gestito dall’atleta stesso con il supporto della medicina. Una visione che i critici considerano pericolosa e che i sostenitori leggono come il futuro inevitabile della performance.
Premi milionari e atleti attratti da un sistema alternativo
Gli Enhanced Games non puntano soltanto sulla provocazione culturale. Puntano anche sui soldi. L’organizzazione ha messo in palio un milione di dollari per chi fosse riuscito a migliorare il record mondiale dei 100 metri piani e dei 50 metri stile libero. Ogni gara prevedeva inoltre un montepremi da 500 mila dollari, con 250 mila destinati al vincitore.
Sono cifre capaci di attirare l’attenzione di molti atleti, soprattutto in un mondo in cui la retorica olimpica convive spesso con carriere economicamente fragili. Nature ha ricordato che molti atleti d’élite lavorano a tempo pieno mentre si allenano e che alcuni vivono sotto la soglia di povertà persino in Paesi ricchi come Australia e Stati Uniti.
D’Souza sfrutta proprio questa contraddizione. A suo giudizio, il sistema sportivo ufficiale controlla troppo, paga poco e impone agli atleti un modello di purezza che non corrisponde più alla realtà della scienza e della medicina contemporanea. A Sky Sports Uk ha spiegato che l’idea degli Enhanced Games nasce da due convinzioni: gli atleti professionisti dovrebbero decidere liberamente come prendersi cura del proprio corpo, e il Comitato olimpico internazionale avrebbe un sistema di gestione inefficiente e troppo invasivo.
Da Melbourne a Oxford, il talento nel trovare le falle
Per capire Aron D’Souza bisogna tornare a Melbourne, dove è nato e cresciuto da madre cinese e padre indo-portoghese. Il quotidiano australiano The Age ha raccontato un’infanzia segnata da grande libertà e da un’educazione non convenzionale. Da ragazzo aiutava nel ristorante cinese della nonna, spazzava i pavimenti e lavorava alla cassa. «Alla nonna piaceva che fossi io a occuparmi della cassa: in questo modo, i clienti lasciavano mance più generose», ha ricordato.
Chi lo ha conosciuto da giovane lo descrive come una mente brillante, razionale, portata a individuare i punti deboli dei sistemi tradizionali. Nel 2009 si è trasferito a Oxford, dove si è laureato in Giurisprudenza e ha conseguito un dottorato in diritto della proprietà intellettuale.
È lì che incontra Peter Thiel, l’uomo destinato a diventare una presenza decisiva nei suoi progetti. A 24 anni, ancora studente, D’Souza viene messo in contatto con il fondatore di PayPal durante una visita all’università. La domanda che gli rivolge è già un manifesto del suo modo di pensare: «Qual è il problema più grande che stai affrontando? E come posso aiutarti a risolverlo?».
Thiel gli racconta il caso Gawker, il sito di gossip che aveva rivelato la sua omosessualità senza consenso. Non voleva citarlo direttamente per violazione della privacy, per evitare di peggiorare la situazione. D’Souza gli suggerisce allora una guerra per procura: trovare qualcun altro disposto a fare causa.
Due settimane dopo si rivedono a Berlino. «Ho preso un aereo e sono andato a illustrargli il piano», ha raccontato D’Souza a Spear’s Magazine. «Lui mi ha detto: “Mi piace molto la tua idea. Quanto costa e quanto tempo ci vorrà?”. Ho risposto che sarebbero serviti cinque anni e dieci milioni di dollari. Lui ha detto: “Ottimo. Dove devo inviare i soldi?”».
Quella strategia troverà il suo punto culminante nella causa dell’ex wrestler Hulk Hogan contro Gawker per la pubblicazione di un sex tape. Il sito verrà condannato a pagare 140 milioni di dollari e finirà in bancarotta nel 2016.
Objection, il tribunale dell’IA per i giornalisti
Oggi Thiel torna come finanziatore principale di Objection, il nuovo progetto di D’Souza. Il sito ufficiale definisce la startup «il tribunale dell’intelligenza artificiale per la verità». Una formula che suona nobile, ma che ha già sollevato allarmi pesantissimi nel mondo dell’informazione.
Secondo TechCrunch, Objection è partita con un finanziamento iniziale di diversi milioni di dollari da parte di investitori tra cui Thiel, l’imprenditore e investitore malese Balaji Srinivasan, Social Impact Capital e Off Piste Capital.
Il funzionamento, come ricostruito da Domani, è inquietante nella sua semplicità. Un giornalista pubblica un’inchiesta su una persona potente. Il soggetto contestato non si rivolge subito a un avvocato, ma paga duemila dollari alla startup e avvia una contestazione formale. Un team composto da ex agenti di Fbi, Cia e Nsa raccoglie un fascicolo di prove. Il reporter viene invitato a difendere il proprio lavoro, ma il procedimento va avanti anche senza la sua risposta. Entro 72 ore arriva un verdetto, emesso da una giuria di modelli di intelligenza artificiale di OpenAI, Anthropic, Google, xAI e Mistral. Il risultato finisce in un registro permanente e alimenta un «honor index», un punteggio numerico associato al nome del giornalista e presentato come misura oggettiva della sua integrità professionale.
Il problema è evidente. Questi verdetti non hanno valore legale, ma possono avere un forte impatto reputazionale. In un ecosistema già dominato da campagne social, attacchi organizzati e delegittimazione del lavoro giornalistico, uno strumento simile rischia di diventare un’arma di pressione contro chi indaga su soggetti ricchi o potenti.
La lunga ombra del caso Gawker
Il Boston Globe ha collegato Objection alla vicenda Gawker con una frase durissima: «Un miliardario ha deciso che il giornalismo che non gli piaceva meritava la distruzione istituzionale, e poi l’ha organizzata. Objection nasce con lo stesso spirito, ma con un software migliore».
È una lettura feroce, ma difficile da ignorare. Nel caso Gawker, la battaglia legale aveva portato alla chiusura di un sito controverso, spesso aggressivo e discutibile, ma anche molto influente. Con Objection, la logica sembra spostarsi dal tribunale vero a una corte parallela alimentata dall’intelligenza artificiale, dove il giudizio non serve necessariamente a ottenere una sentenza, ma a marchiare pubblicamente un giornalista.
Il punto non è difendere errori, abusi o scorrettezze della stampa. Il punto è capire chi controlla il controllore. Se la verifica del lavoro giornalistico viene affidata a una piattaforma privata finanziata da miliardari e utilizzabile da chiunque possa pagare, il rischio non è la ricerca della verità, ma la costruzione di un sistema di intimidazione reputazionale.
L’uomo che vuole portare l’umanità nella fase successiva
In tutto ciò che fa, D’Souza sembra muoversi con la convinzione di appartenere a una stagione di rottura. A Spear’s Magazine ha detto: «Guardate l’ascesa dell’intelligenza artificiale, della biologia computazionale e dell’informatica quantistica. La velocità del progresso sarà radicale. Permetterà all’umanità di fare cose che finora non siamo nemmeno in grado di concepire».
È una frase che contiene tutto il fascino e tutta l’ambiguità del suo personaggio. Per i suoi estimatori, D’Souza è un innovatore capace di vedere prima degli altri dove stanno andando scienza, sport, diritto e informazione. Per i critici, è il volto di una tecnocrazia aggressiva che usa il linguaggio del progresso per indebolire regole, garanzie e istituzioni.
Intanto la società organizzatrice degli Enhanced Games è stata quotata a New York a inizio maggio e ha raggiunto una capitalizzazione di mercato di circa 1,1 miliardi di dollari. Una cifra che dimostra quanto il mercato sia disposto a scommettere su idee estreme, purché sappiano trasformare la provocazione in business.
Aron D’Souza, alla fine, sembra aver capito perfettamente lo spirito del tempo: non basta più innovare, bisogna sfidare un tabù. Lo ha fatto con lo sport, rendendo il doping non più una vergogna da nascondere ma un elemento dichiarato della competizione. Ora prova a farlo con il giornalismo, trasformando la contestazione di un articolo in un processo rapido, permanente e mediato dall’intelligenza artificiale. Resta da capire se questa sia davvero la nuova frontiera della verità o soltanto un modo più sofisticato per mettere paura a chi la cerca.







