Le avevano lasciate senza equipaggio, con i sistemi di navigazione fuori uso e in balia delle correnti. Dopo settimane di ricerche, gli attivisti della Global Sumud Flotilla stanno recuperando una dopo l’altra le imbarcazioni intercettate dalle forze israeliane durante le missioni umanitarie dirette a Gaza.
Alcuni scafi hanno raggiunto autonomamente le coste dell’Egitto o della Turchia. La Kasri Sadabad, pur gravemente danneggiata, è riuscita ad arrivare fino alla spiaggia di Khan Younis, dove avrebbe trasportato almeno una parte del carico composto da pannelli solari, medicinali e aiuti alimentari. La maggior parte delle altre barche, invece, è rimasta per settimane alla deriva nel Mediterraneo dopo gli abbordaggi avvenuti prima al largo di Creta e successivamente a oltre cento miglia dalla Striscia di Gaza.
Dodici squadre cercano gli scafi nel Mediterraneo
Da settimane gli attivisti sono tornati in mare per recuperare le imbarcazioni. Dodici squadre pattugliano le acque tra Creta e la Turchia, l’area nella quale tra il 29 aprile e il 18 maggio le forze israeliane fermarono la flottiglia e portarono via gli equipaggi.
Finora i volontari hanno individuato almeno una trentina di barche. Il lavoro procede con grande difficoltà perché gli incursori israeliani avevano disattivato i sistemi Gps durante gli abbordaggi, rendendo impossibile localizzare gli scafi attraverso i normali sistemi di tracciamento.
Per settimane quelle imbarcazioni hanno navigato senza segnali di identificazione, trasformandosi in un potenziale pericolo anche per il traffico marittimo estivo. «Ho seguito l’ultima missione da terra, ma vedere quelle barche in mezzo al mare, ritrovarle e recuperarle è un’emozione fortissima», racconta Giorgia, attivista italiana impegnata in Turchia. «In squadra ci sono anche capitani che erano al timone durante la missione».
Motori danneggiati e vele distrutte
I volontari descrivono danni estesi a quasi tutte le imbarcazioni recuperate. «La devastazione che abbiamo trovato a bordo è enorme», spiega Giorgia, ricordando il lavoro svolto da Andrea, uno dei volontari italiani, che è riuscito a rimettere in funzione uno dei motori.
Secondo gli attivisti, gli scafi presentano cime tagliate, vele squarciate, impianti elettrici fuori uso e motori sabotati, nei quali qualcuno avrebbe introdotto sale o caffè per comprometterne il funzionamento. Nonostante questo, i volontari assicurano di poter riportare tutte le barche in condizioni di navigare. In squadra lavorano infatti ingegneri, carpentieri e marittimi che hanno già avviato gli interventi di riparazione.
«Ripartiranno nella prossima missione»
Il recupero delle imbarcazioni rappresenta solo il primo passo. Gli attivisti stanno riportando lentamente gli scafi nei porti della Turchia, spesso trainandoli perché privi delle vele o impossibilitati a navigare autonomamente. Successivamente inizieranno i lavori di ripristino, che richiederanno tempo e risorse economiche.
L’obiettivo, però, resta immutato. «Abbiamo già iniziato», spiegano i volontari, che intendono rendere nuovamente operative le barche per una futura missione umanitaria diretta verso Gaza. Una data non è ancora stata fissata, ma l’organizzazione conferma di voler riprendere la navigazione non appena termineranno le riparazioni.
Intanto gli attivisti stanno recuperando anche il materiale rimasto a bordo. Tra cabine devastate e ponti di comando danneggiati hanno trovato kit medici, alimenti e perfino giochi destinati ai bambini della Striscia. «Stiamo immagazzinando tutto in un container in vista della prossima missione. Noi continuiamo a voler rompere l’assedio alla Striscia», spiega l’attivista italiana Maria Elena Delia.







