Donald Trump avrebbe voluto uscire dalla Corte Suprema con un’investitura quasi monarchica. Gli è andata malissimo. È vero, i giudici gli hanno riconosciuto un potere più ampio nella gestione di alcune agenzie federali indipendenti, consentendogli di rimuoverne i vertici. Ma nel bilancio politico della giornata quella vittoria pesa molto meno dei ceffoni incassati sui dossier che più contano. Il colpo più duro riguarda lo ius soli: la Corte ha cancellato il decreto esecutivo con cui Trump voleva restringere la cittadinanza per nascita e mettere le mani sul Quattordicesimo emendamento. Chi nasce negli Stati Uniti continuerà ad avere diritto alla cittadinanza americana.
Lo ius soli non si tocca
È la sconfitta più severa per Trump. Il presidente voleva riscrivere per decreto una delle garanzie più profonde della Costituzione americana, negando la cittadinanza ai figli nati negli Stati Uniti da genitori immigrati irregolari o temporaneamente presenti nel Paese. La Corte Suprema gli ha detto no. Non una frenata tecnica, non una correzione marginale: una bocciatura politica e costituzionale pesantissima.
Il messaggio è chiaro: il presidente degli Stati Uniti non può cancellare con un ordine esecutivo il Quattordicesimo emendamento. Non può trasformare la cittadinanza in uno strumento della propria campagna permanente contro l’immigrazione. Non può decidere da solo chi appartiene alla comunità nazionale e chi no. Per un leader che ha costruito gran parte del proprio potere sull’idea del confine, dell’espulsione, del nemico esterno e della paura dell’altro, è una sconfitta che colpisce il cuore della sua propaganda.
La Fed resta fuori dalla sua portata
Il secondo schiaffo riguarda la Federal Reserve. Trump avrebbe voluto estendere anche alla banca centrale il principio secondo cui il presidente può sostituire chi non si allinea alla Casa Bianca. La Corte Suprema gli ha chiuso la porta. La Fed resta un’istituzione indipendente e tale deve restare. La governatrice Lisa Cook non può essere rimossa semplicemente perché sgradita al presidente.
È una decisione che difende uno dei pilastri dell’economia americana. Se Trump potesse piegare la banca centrale alle proprie esigenze politiche, la politica monetaria diventerebbe un’arma elettorale. La Corte gli ha ricordato che i tassi, l’inflazione e la stabilità finanziaria non possono dipendere dagli umori del capo della Casa Bianca.
Voto postale e caso Carroll, altri due colpi al tycoon
Il terzo stop arriva sul terreno delle elezioni. La Corte Suprema ha respinto il ricorso repubblicano contro la legge del Mississippi che consente di conteggiare le schede spedite entro l’Election Day anche se recapitate nei giorni successivi. È un colpo diretto alla lunga crociata trumpiana contro il voto postale, dipinto da anni come sinonimo di brogli senza che i tribunali abbiano mai avallato questa tesi in termini generali.
Il quarto schiaffo è quello più personale. La Corte Suprema ha rifiutato di esaminare il ricorso contro la condanna civile da 5 milioni di dollari ottenuta dalla giornalista E. Jean Carroll. Il verdetto resta in piedi e Trump dovrà continuare a conviverci. Lui parla di macchinazione, come sempre. I giudici, più semplicemente, hanno scelto di non riaprire il caso.
Alla fine Trump può anche sventolare la vittoria sulle agenzie federali. Ma il quadro vero racconta altro. La Corte Suprema gli ha detto che il presidente dispone di poteri enormi, non di poteri assoluti. Non può cancellare lo ius soli. Non può mettere la Fed al guinzaglio. Non può smontare il voto postale quando non gli conviene. Non può cancellare una condanna civile solo perché la considera una persecuzione.
Per un presidente che interpreta il potere come una proprietà personale, il messaggio è netto: gli Stati Uniti hanno ancora una Costituzione. E almeno questa volta i contrappesi hanno funzionato.







