Conte non vuole Renzi, ma il campo largo cerca i suoi voti: il dilemma che mette Schlein all’angolo

Matteo Renzi e Giuseppe Conte

Il problema di Giuseppe Conte non è soltanto Matteo Renzi. È l’eventualità di dover costruire un’alleanza di governo con l’uomo che contribuì a provocare la crisi del suo secondo esecutivo, nel gennaio 2021, e che ancora oggi rappresenta per una parte del Movimento 5 Stelle un interlocutore politicamente difficile da accettare. Il problema di Elly Schlein, invece, è tenere insieme una coalizione nella quale ciascuno rivendica il diritto di stabilire chi possa entrare e chi debba restare fuori, mentre la nuova legge elettorale, che entrerà in vigore il 24 ottobre, rende centrale la capacità di aggregare consensi.

La questione, raccontata il 14 ottobre da Tommaso Labate sul Corriere della Sera, avrebbe assunto contorni particolarmente concreti nelle ultime settimane. Secondo il retroscena, i vertici pentastellati avrebbero cercato informalmente rilevazioni demoscopiche capaci di dimostrare che il centrosinistra possa raggiungere la soglia del 42% prevista per il premio di maggioranza anche senza Italia viva. La ricerca, sempre secondo la ricostruzione del quotidiano milanese, non avrebbe prodotto risultati utili a sostenere quella tesi.

Non significa che l’apporto elettorale di Renzi sia matematicamente indispensabile, né che un’alleanza più ampia garantisca automaticamente il raggiungimento della soglia. Significa, piuttosto, che il Movimento non dispone, almeno sulla base del retroscena pubblicato, di un argomento demoscopico sufficientemente solido per sostenere che l’esclusione di Italia viva sarebbe priva di conseguenze.

La frattura del 2021 che continua a pesare

Per comprendere la diffidenza di Conte bisogna tornare al gennaio 2021, quando Italia viva ritirò le proprie ministre dal secondo governo guidato dall’attuale presidente del Movimento 5 Stelle, aprendo una crisi politica che avrebbe portato, poche settimane dopo, alla nascita dell’esecutivo di Mario Draghi.

Cinque anni dopo, quella vicenda continua a condizionare i rapporti tra i due ex presidenti del Consiglio. Chiara Appendino, deputata ed esponente del Movimento 5 Stelle, ha sostenuto nei giorni scorsi che la presenza di Renzi possa sottrarre voti anziché aggiungerne, richiamando proprio l’esperienza del governo Conte II come esempio dei limiti di un accordo politico fondato su garanzie reciproche.

È una posizione che Renzi respinge. L’ex presidente del Consiglio rivendica il ruolo di Italia viva nell’opposizione al governo Meloni e contesta i veti posti da altri esponenti del centrosinistra. Il contrasto, dunque, non riguarda soltanto le incompatibilità personali, ma investe la credibilità di un futuro patto di coalizione, la condivisione del programma e la capacità di garantire stabilità a un eventuale esecutivo.

Il 42% cambia il peso delle alleanze

La legge 9 ottobre 2026, n. 180, entrerà in vigore il 24 ottobre. Prevede il premio per la lista o coalizione più votata a livello nazionale in entrambe le Camere, con almeno il 42% dei voti validi in ciascuna. È questo il riferimento attorno al quale si sviluppa il confronto. Non basta tuttavia sommare meccanicamente le percentuali dei singoli partiti per stabilire quale risultato potrebbe ottenere una coalizione.

L’ingresso o l’uscita di una forza politica può modificare il comportamento degli elettori, incidere sull’affluenza e influenzare il consenso degli alleati. Per questo la questione posta da Appendino, cioè se Renzi porti più voti di quanti ne possa allontanare, richiederebbe rilevazioni specifiche sulle diverse configurazioni del centrosinistra.

La distinzione è essenziale: l’assenza di sondaggi favorevoli all’esclusione di Italia viva non equivale alla dimostrazione che la sua presenza sia elettoralmente vantaggiosa. Per arrivare a una conclusione del genere servirebbero dati confrontabili, metodologie pubbliche e simulazioni costruite sulle medesime ipotesi.

Schlein tra la necessità dell’unità e le condizioni degli alleati

Per la segretaria del Partito democratico la questione è innanzitutto politica. Schlein ha ribadito la volontà di evitare le divisioni che caratterizzarono le elezioni del 2022, quando le opposizioni al centrodestra si presentarono con schieramenti separati. Una posizione che lascia aperta la partecipazione di Italia viva, senza cancellare le differenze tra le forze coinvolte.

Il punto più delicato riguarda le garanzie richieste da Conte. Un accordo programmatico potrebbe definire impegni comuni su economia, sanità, lavoro e politica estera, ma non eliminerebbe automaticamente la diffidenza maturata tra i protagonisti. Restano inoltre da chiarire il metodo per individuare la leadership, il ruolo delle forze centriste e la gestione delle divergenze su questioni internazionali come l’Ucraina.

Renzi, dal canto suo, ha dichiarato di voler misurare il peso politico della propria formazione attraverso i voti, rivendicando autonomia e contestando le richieste di esclusione avanzate nei suoi confronti.

Il vero problema non è soltanto Renzi

La discussione su Italia viva mette in evidenza una difficoltà più generale del centrosinistra: trasformare la disponibilità a collaborare contro il governo Meloni in un progetto politico capace di presentarsi agli elettori con una linea riconoscibile.

La presenza di Renzi non risolverebbe da sola le divergenze tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle, così come la sua esclusione non garantirebbe una maggiore coesione. Il nodo riguarda la capacità di conciliare identità differenti senza affidare l’intera tenuta della coalizione alla convenienza elettorale del momento.

Conte deve decidere quali condizioni ritenga necessarie per un’intesa; Renzi deve chiarire quale contributo programmatico intenda offrire; Schlein deve individuare un metodo che consenta agli alleati di confrontarsi senza trasformare ogni divergenza in un veto.

Il paradosso è che il centrosinistra discute già delle condizioni per governare insieme mentre deve ancora definire le regole della propria convivenza politica. E il confronto su Renzi, più che una semplice disputa tra ex presidenti del Consiglio, sta diventando il banco di prova della credibilità dell’intera alleanza.