C’è una storia che attraversa le ultime elezioni amministrative e che nel Partito Democratico molti osservano con attenzione, anche se pochi la raccontano apertamente. È la storia di un partito che continua a vincere in numerosi territori grazie a candidati, amministratori e reti di consenso che non nascono con Elly Schlein e che spesso non coincidono nemmeno con il profilo politico immaginato dalla segretaria.
Dietro i risultati ottenuti dal centrosinistra emerge infatti una geografia politica molto diversa da quella che appare nei congressi o nelle assemblee nazionali. Una geografia fatta di sindaci, governatori, amministratori locali e dirigenti territoriali che continuano a raccogliere consenso personale ben oltre il perimetro tradizionale del Pd e, in molti casi, anche oltre quello del cosiddetto campo largo.
Da Crisafulli a De Luca, il ritorno dei leader territoriali
Il caso più evidente arriva dalla Sicilia. Maurizio Crisafulli rappresenta quasi un simbolo di quel ceto politico territoriale che molti ritenevano destinato a essere superato dall’avvento della nuova leadership democratica. Ex eurodeputato, ex parlamentare regionale e storico riferimento del Pd ennese, Crisafulli appartiene a una generazione politica che teoricamente avrebbe dovuto lasciare spazio a nuovi protagonisti.
Eppure, quando si tratta di costruire liste competitive, organizzare campagne elettorali e mobilitare voti reali, figure come la sua tornano improvvisamente centrali.
Lo stesso discorso vale per Vincenzo De Luca. Il presidente della Campania vive ormai da mesi un confronto durissimo con il Nazareno e con la stessa Schlein. Le tensioni sono pubbliche, frequenti e spesso molto aspre. Eppure De Luca continua a rappresentare uno dei pochi amministratori del centrosinistra capaci di mantenere un consenso personale trasversale, spesso ben oltre il tradizionale elettorato democratico.
Le amministrative confermano proprio questo: il radicamento locale continua a pesare molto più delle dinamiche romane.
I sindaci riformisti che continuano a vincere
Accanto ai governatori c’è poi un’altra categoria che continua a dimostrare una notevole capacità elettorale: quella dei sindaci e degli amministratori riformisti.
Figure come Matteo Biffoni incarnano un modello politico cresciuto nel Pd amministrativo, pragmatico e orientato al governo dei territori. Un approccio che parla alle imprese, ai professionisti, agli amministratori locali e a quel centrosinistra moderato che spesso guarda con diffidenza alle battaglie identitarie.
In molte città il centrosinistra continua a vincere grazie a coalizioni civiche, candidature radicate sul territorio e leadership personali costruite negli anni. Non necessariamente grazie all’alleanza con il Movimento 5 Stelle. Anzi, in diversi contesti i grillini restano una presenza marginale o addirittura problematica dal punto di vista elettorale.
La formula che funziona continua a essere quella del sindaco riconoscibile, dell’amministratore che governa e del candidato capace di parlare a mondi diversi. Una realtà che racconta un Pd molto meno ideologico e molto più amministrativo rispetto all’immagine nazionale del partito.
Il vero nodo è la legge elettorale
Dietro questa dinamica si nasconde però una questione ancora più importante: quella della legge elettorale.
Oggi il peso dei leader territoriali è limitato da un sistema che assegna alle segreterie nazionali un ruolo decisivo nella composizione delle liste parlamentari. In altre parole, i sindaci e i governatori possono portare voti ma non necessariamente decidere chi entrerà in Parlamento.
È qui che si inserisce il dibattito sulle preferenze.
Se il sistema dovesse cambiare e gli elettori tornassero a scegliere direttamente i candidati, il potere dei leader territoriali crescerebbe enormemente. I cosiddetti “cacicchi”, spesso criticati nei dibattiti interni al Pd, tornerebbero ad avere un peso decisivo anche nella composizione dei gruppi parlamentari.
Una prospettiva che inevitabilmente modifica gli equilibri interni al partito.
Schlein tra ricambio generazionale e controllo delle liste
Non è un caso che, mentre il dibattito sulle preferenze continua, Elly Schlein stia lavorando soprattutto su un altro fronte: quello della selezione della futura classe dirigente.
Con il supporto di Marta Bonafoni, la segretaria ha avviato da tempo un lavoro di scouting nei territori alla ricerca di nuovi amministratori, consiglieri locali e figure emergenti da candidare alle prossime elezioni politiche.
L’obiettivo è evidente: costruire una nuova generazione parlamentare che rispecchi maggiormente la linea politica della segreteria.
Tutto però dipenderà dalle regole del gioco.
Perché se il sistema resterà quello attuale, il Nazareno continuerà a mantenere un controllo significativo sulle candidature. Se invece dovessero tornare le preferenze, il peso dei leader territoriali aumenterebbe inevitabilmente e il partito sarebbe costretto a fare i conti con chi porta realmente consenso nelle urne.
Le amministrative appena concluse sembrano aver lanciato un messaggio piuttosto chiaro. Mentre a Roma si discute di strategie, alleanze e campo largo, nelle città e nelle regioni continuano a vincere soprattutto coloro che possiedono una caratteristica sempre più rara nella politica contemporanea: i voti.







