La lunga agonia della Lega ha monopolizzato il dibattito politico delle ultime settimane. I sondaggi che certificano il calo del partito guidato da Matteo Salvini e la crescita di Roberto Vannacci hanno alimentato l’impressione di un centrodestra alle prese con un problema circoscritto al Carroccio. In realtà, osservando con maggiore attenzione le dinamiche interne alla coalizione, emerge un quadro più ampio e potenzialmente più insidioso per Giorgia Meloni.
Non c’è solo la crisi della Lega
Se Salvini appare sempre più stretto tra l’emorragia di consenso e l’ascesa dell’ex generale, anche Forza Italia sta vivendo una fase tutt’altro che brillante. Il partito fondato da Silvio Berlusconi continua a oscillare attorno al 7-8%, numeri che alimentano le preoccupazioni di molti dirigenti e parlamentari, consapevoli che una nuova legislatura potrebbe non garantire loro il ritorno a Montecitorio.
L’unico vero scossone positivo registrato negli ultimi mesi era arrivato dopo l’intervento pubblico di Pier Silvio Berlusconi, nel dicembre del 2025. In quell’occasione l’amministratore delegato di Mediaset aveva invocato «facce nuove» e «un programma rinnovato», parole che molti interpretarono come un messaggio indirizzato alla leadership di Antonio Tajani e al gruppo dirigente che fa riferimento a figure storiche come Maurizio Gasparri e Paolo Barelli.
Per alcune settimane i sondaggi sembrarono premiare quel segnale. Una rilevazione Tecnè-Dire attribuì agli azzurri un incoraggiante 10,3%. Ma l’effetto si è progressivamente esaurito e il partito è tornato sui livelli precedenti.
Il nodo Tajani e il ruolo dei Berlusconi
Secondo ricostruzioni circolate negli ambienti politici, Marina Berlusconi avrebbe espresso più di una preoccupazione per l’andamento del partito e per la capacità di Forza Italia di mantenere un ruolo centrale all’interno della coalizione.
Il vero problema, tuttavia, è rappresentato dagli equilibri interni. Antonio Tajani, oltre a essere vicepremier e ministro degli Esteri, controlla il partito e può contare su uno statuto che rende impossibile una sostituzione senza passare da un congresso.
È proprio questo elemento a rendere complicata qualsiasi ipotesi di cambio della guardia. L’unico vero fattore capace di modificare gli equilibri sarebbe una discesa in campo diretta di Marina Berlusconi, scenario evocato più volte negli ultimi anni ma mai concretamente avviato.
Anche il fattore tempo avrebbe un peso decisivo. Un voto anticipato renderebbe infatti difficilissimo aprire una fase congressuale e ridefinire la leadership del partito. Tempi più lunghi, invece, potrebbero consentire una riorganizzazione più profonda.
L’incognita Vannacci e il problema per Meloni
Il deterioramento degli alleati rappresenta una cattiva notizia soprattutto per Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio ha costruito negli ultimi anni una strategia fondata sulla credibilità internazionale e su un progressivo spostamento verso posizioni considerate più rassicuranti dagli ambienti europei e finanziari.
L’eventuale necessità di allargare ulteriormente il perimetro della maggioranza a Roberto Vannacci rischierebbe però di complicare questo percorso. La premier continua a minimizzare il peso politico dell’ex generale. Solo nelle ultime ore ha dichiarato: «È funzionale alla sinistra, ha votato cinque volte contro la fiducia al governo. Penso che il modo migliore per vincere le prossime elezioni sia governare bene, il resto sono alchimie e io non mi occupo di alchimie».
Una posizione pubblica che non cancella, tuttavia, le preoccupazioni presenti in diversi ambienti del centrodestra. Anche Italo Bocchino, intervenendo a “Otto e Mezzo”, ha osservato che Vannacci rappresenta «più un problema che una risorsa».
La destra identitaria e il malumore interno a Fratelli d’Italia
Il fenomeno Vannacci non interessa soltanto la Lega. Alcuni temi identitari e sovranisti hanno infatti una presa anche su una parte dell’elettorato storico di Fratelli d’Italia, quello proveniente dalla tradizione missina e più sensibile alle posizioni radicali.
In questo contesto si inseriscono anche le parole di Gianni Alemanno, che in un’intervista al Foglio ha sostenuto che l’ex generale «diventerà presidente del Consiglio entro dieci anni» e ha criticato la scelta di Meloni di collocarsi su posizioni conservatrici moderate e liberali. Secondo l’ex sindaco di Roma, infatti, «il vento, in Europa, tira per i sovranisti», mentre la presidente del Consiglio starebbe seguendo una traiettoria diversa.
Alle tensioni esterne si aggiungono poi quelle interne a Fratelli d’Italia. Dopo quasi quattro anni di governo, le dinamiche di potere nel partito si sono inevitabilmente complicate. Le diverse sensibilità che convivono sotto lo stesso simbolo hanno prodotto rivalità e competizioni che coinvolgono le principali figure della classe dirigente.
Una maggioranza meno solida di quanto appaia
La leadership personale di Giorgia Meloni continua a restare uno degli elementi più solidi del quadro politico italiano. Ma la forza della presidente del Consiglio non coincide necessariamente con quella della coalizione.
Il progressivo indebolimento della Lega, le difficoltà di Forza Italia e l’emergere di nuovi protagonisti a destra stanno modificando equilibri che fino a pochi mesi fa sembravano consolidati. Per ora il centrodestra continua a governare senza scosse apparenti, ma sotto la superficie si moltiplicano le crepe.
Ed è forse proprio questo il dato politico più rilevante: mentre tutti guardano alle difficoltà di Salvini, il problema potrebbe riguardare l’intero sistema di alleanze che ha accompagnato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.







