Sanità, Meloni e Giorgetti contro tutti: le Regioni di destra e sinistra bocciano la manovra e minacciano la Consulta

Meloni e Giorgetti

Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti sono riusciti in un’impresa che sembrava impossibile: mettere d’accordo tutte le Regioni italiane contro la legge di bilancio. Destra, sinistra, governatori leghisti, meloniani e democratici, tutti dalla stessa parte della barricata per denunciare che i soldi destinati alla sanità non bastano. E non si tratta della consueta polemica tra maggioranza e opposizione, perché questa volta la contestazione arriva anche da chi governa territori politicamente vicini a Palazzo Chigi. Il rischio denunciato è enorme: senza ulteriori finanziamenti, le Regioni potrebbero non riuscire a garantire i Livelli essenziali di assistenza, cioè le prestazioni sanitarie che lo Stato deve assicurare ai cittadini indipendentemente dal luogo in cui vivono.

La Conferenza delle Regioni ha affidato al proprio presidente, il leghista Massimiliano Fedriga, il compito di scrivere direttamente alla presidente del Consiglio. La richiesta è unanime: correggere la manovra durante l’esame parlamentare e trovare nuove risorse per un sistema sanitario che fatica sempre più a sostenere i costi di ospedali, personale e servizi territoriali.

La rivolta delle Regioni: «I fondi non bastano per garantire le cure»

Il confronto tra i governatori ha preso le mosse dalle difficoltà illustrate dalla Lombardia, una delle Regioni amministrate dal centrodestra. Poi sono intervenuti i presidenti di centrosinistra, che avevano sollecitato la riunione, ma la discussione ha rapidamente superato le appartenenze politiche.

La conclusione non lascia spazio agli equivoci: le risorse previste dalla legge di bilancio risultano insufficienti rispetto alle necessità del Servizio sanitario nazionale.

Le Regioni avevano chiesto sei miliardi di euro aggiuntivi. Il governo ha previsto un incremento di 2,4 miliardi, ai quali si aggiunge un miliardo già stanziato in precedenza. Nel quadro delle risorse figurano inoltre 1,6 miliardi destinati al bonus da 300 euro per gli ultrasettantacinquenni.

Il punto contestato dai governatori non riguarda soltanto l’ammontare nominale del Fondo sanitario, ma la sua capacità di sostenere l’aumento dei costi. Inflazione, spese per il personale e fabbisogni assistenziali continuano a crescere, mentre molte amministrazioni regionali hanno già dovuto utilizzare risorse proprie per mantenere i servizi.

Fedriga scrive a Meloni: anche i governatori del centrodestra chiedono più soldi

Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia e figura di primo piano della Lega, ha scelto di rappresentare la posizione comune delle Regioni senza trasformarla in uno scontro tra schieramenti.

«Nessuno intende disconoscere la realtà», ha precisato, riconoscendo che «i fondi per la sanità sono aumentati con il governo Meloni».

Ma l’aumento, secondo Fedriga, non risolve il problema: «Le Regioni già sono in difficoltà per i servizi che stanno assicurando con risorse proprie nel 2026 e, per il futuro, tra inflazione e impennata dei costi, abbiamo di fronte uno scenario a debito».

Da qui la richiesta di un intervento immediato: «Per questo chiediamo un correttivo durante l’iter parlamentare della legge: occorre che sia veicolato su questo capitolo ogni eventuale risorsa disponibile».

Una posizione che coinvolge anche amministrazioni guidate da Fratelli d’Italia, come le Marche di Francesco Acquaroli e l’Abruzzo di Marco Marsilio. Il messaggio politico è evidente: la fedeltà alla maggioranza nazionale non basta a pagare medici, infermieri e prestazioni sanitarie.

De Pascale minaccia la Corte costituzionale: «Si sta uscendo dal dettato costituzionale»

Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, ha scelto parole ancora più dure, arrivando a prospettare un ricorso contro il governo.

«Se la manovra non cambia, le Regioni dovrebbero portare il governo davanti alla Corte costituzionale», ha dichiarato, aggiungendo che «sul finanziamento della sanità si sta uscendo dal dettato costituzionale».

L’affermazione porta il confronto su un terreno delicatissimo. Il diritto alla salute trova tutela nell’articolo 32 della Costituzione, mentre i Livelli essenziali di assistenza devono garantire prestazioni fondamentali in tutto il territorio nazionale.

Se le risorse non consentono alle Regioni di assicurare quei servizi, la questione smette di riguardare soltanto i rapporti finanziari tra Stato ed enti locali e investe direttamente i diritti dei cittadini.

Per il momento, il ricorso resta una proposta politica di de Pascale, non una decisione formalmente assunta dalla Conferenza delle Regioni. Ma il fatto che il presidente emiliano abbia evocato la Consulta misura la profondità dello scontro.

Schillaci rivendica 146 miliardi per la sanità, ma aveva chiesto più risorse

Il ministro della Salute Orazio Schillaci difende la legge di bilancio e rivendica l’incremento del Fondo sanitario nazionale.

«Il Fondo è al livello più alto e continua a crescere», ha dichiarato in Parlamento, ricordando che la manovra prevede 146 miliardi per il 2027 e che il voucher per gli anziani rappresenta un intervento mirato.

La posizione del ministro, tuttavia, presenta una contraddizione politica difficile da ignorare. Durante la preparazione della manovra, lo stesso Schillaci aveva chiesto 5,5 miliardi aggiuntivi, insistendo soprattutto sulla necessità di rafforzare il personale sanitario.

La distanza tra quelle richieste e le risorse effettivamente disponibili alimenta le proteste dei governatori e dei sindacati dei medici, che hanno avviato un confronto sulle possibili iniziative di mobilitazione.

Il governo insiste sul valore assoluto degli stanziamenti, mentre le Regioni chiedono di valutare quanto denaro rimanga realmente disponibile dopo aver coperto l’aumento dei costi. È questa la differenza tra un Fondo che cresce sulla carta e la capacità concreta degli ospedali di garantire cure e assistenza.

Forza Italia contro Giorgetti: «Anche il Tesoro deve trovare le coperture»

La sanità non rappresenta l’unico fronte aperto nella maggioranza. Anche Forza Italia chiede modifiche alla legge di bilancio e punta direttamente sul ministero dell’Economia.

Nel partito di Antonio Tajani prevale la convinzione che la manovra debba migliorare e che il Mef debba contribuire a individuare risorse adeguate per finanziare le correzioni.

Le richieste degli azzurri riguardano la rivalutazione delle pensioni, lo stop ai tagli al personale scolastico e i 48 milioni necessari per la previdenza delle forze dell’ordine.

Sul tavolo compare anche la contestata exit tax, che alcuni esponenti di Forza Italia considerano una forma di patrimoniale mascherata e sulla quale non escludono un emendamento soppressivo.

Il tutto mentre Matteo Salvini continua a premere sul superamento della legge Fornero, alimentando ulteriori tensioni con Giorgetti, suo compagno di partito ma custode dei conti pubblici.

La manovra da 26 miliardi non basta a tutti: protestano anche Comuni e sindacati

Il problema per Palazzo Chigi è che le richieste di modifica arrivano ormai da ogni direzione, mentre il Tesoro continua a indicare in 26 miliardi il perimetro complessivo della manovra.

Anche i Comuni chiedono interventi. Il presidente dell’Anci, Gaetano Manfredi, definisce la legge di bilancio «restrittiva» e sollecita correttivi su scuola ed energia.

La segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, ha portato le proprie osservazioni al tavolo con Fratelli d’Italia, mentre il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha discusso con Meloni delle difficoltà del sistema produttivo e delle tensioni nel settore energetico.

Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato di lavorare per cancellare i tagli al personale scolastico. Il collega Luca Ciriani prova invece a ridimensionare le tensioni ricordando che Parlamento e commissioni servono proprio a correggere i provvedimenti.

Ma la questione sanitaria resta la più difficile da liquidare come una normale trattativa parlamentare. Quando tutte le Regioni, comprese quelle che sostengono politicamente il governo, denunciano il rischio di non riuscire a garantire le prestazioni essenziali, il problema non riguarda più soltanto la distribuzione delle risorse.

Riguarda la tenuta di un sistema pubblico che deve assicurare le stesse cure a chi vive a Milano, Roma, Napoli o in un piccolo comune dell’entroterra. E mentre Meloni e Giorgetti cercano di tenere insieme i conti della manovra, i governatori chiedono una risposta concreta prima che il conto della sanità arrivi direttamente ai cittadini.