Roberto Vannacci sceglie la prima serata televisiva per lanciare quello che assomiglia sempre più al manifesto politico di Futuro Nazionale. Ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7, il generale si presenta in versione apparentemente leggera, camicia di lino a righe e passo sicuro, ma il repertorio è quello della destra più dura: immigrazione, famiglia naturale, attacco ai diritti civili, guerra ai compromessi del governo e rivendicazione di una identità politica che lui definisce senza esitazioni «destra autentica». Non estrema destra, precisa. «Non mi definisco di estrema destra. Mi definisco di destra autentica, fiera di essere destra e che non rinnega nulla della propria identità». Il tono è assertivo, da uomo abituato più a dare ordini che ad aprire discussioni. E il messaggio è semplice: Meloni si è annacquata, Salvini lo ha usato, Forza Italia frena il governo, lui invece sarebbe rimasto puro.
«Meloni è ancora destra autentica, ma deve dimostrarlo di più»
Il passaggio più interessante riguarda Giorgia Meloni. Vannacci non la attacca frontalmente come fa con Salvini, ma la mette sotto tutela politica. «Con la presidente del Consiglio ho tante idee in comune, il problema poi è stato come metterle a terra. La deriva che c’è stata dal momento in cui questo governo ha preso ufficio e quello che è successo fino a oggi. Molte delle cose proposte non sono state realizzate». Poi arriva la frase che suona come una sfida diretta alla premier: «Credo che Meloni sia ancora una destra autentica, ma probabilmente dovrebbe dimostrarlo un po’ di più. È una destra che ha perso la trebisonda. Vannacci è il sestante che fa il punto nave e riporta sulla giusta rotta».
Il generale parla di sé in terza persona e si propone come bussola del centrodestra. Non un alleato qualsiasi, non un comprimario, ma il correttore di rotta di una coalizione che, a suo giudizio, si sarebbe persa nei compromessi dell’attività di governo. Con sottile perfidia ricorda che nessuna delle tre riforme simbolo del centrodestra meloniano, autonomia, giustizia e premierato, sarebbe stata davvero «messa a terra». Il messaggio è chiaro: Meloni può ancora essere destra, ma deve dimostrarlo. E per dimostrarlo dovrebbe assomigliare di più a lui.
Salvini scaricato: «È lui che ha usato me»
Con Matteo Salvini, invece, Vannacci è impietoso. Il rapporto con la Lega viene archiviato senza nostalgia e con una frase destinata a lasciare il segno: «Non ho usato Salvini, lui ha usato me per prendere 500mila voti». Poi rivendica la crescita del suo nuovo partito: «Oggi il mio partito ha fatto 100mila iscritti, in soli tre mesi sono tutti quelli che probabilmente mi hanno votato quando ero nella Lega, senza voler votare Lega». Per il leader di Futuro Nazionale, il Carroccio non sarebbe più il luogo naturale del sovranismo, ma un partito intermittente, ambiguo, incapace di coerenza: «È sovranista a giorni alterni, non fa per me».
Vannacci accusa la Lega di cambiare posizione a seconda delle convenienze, in particolare sui temi europei, sulle armi all’Ucraina e sui rapporti con il mondo Lgbtq+. Secondo il generale, un partito non può presentarsi come difensore della famiglia naturale e poi aprire tavoli o spazi di confronto con rappresentanti della comunità Lgbtq+. È su questo terreno che la rottura diventa culturale prima ancora che politica. Salvini, che lo aveva candidato e trasformato in macchina da voti, viene ora liquidato come il capo di una destra incoerente.
Deportazioni, Cpr e diritti civili: la linea dura di Futuro Nazionale
Il confronto con Gruber e Lina Palmerini diventa più serrato quando si passa all’immigrazione. Vannacci usa senza arretrare il termine deportazione. «Se con deportazione intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo», sostiene, spiegando che i migranti senza titolo per restare in Italia andrebbero trasferiti in Paesi sicuri e poi indirizzati verso i Paesi d’origine. Per lui servono «tanti Cpr» e una politica di rimpatri molto più aggressiva. Non solo. Il generale insiste anche sull’idea che gli immigrati siano troppi e paghino poche tasse, trasformando l’immigrazione nel terreno privilegiato della sua battaglia identitaria.
Sui diritti civili il registro non cambia. Vannacci difende la famiglia naturale, vuole abolire le quote rosa e non arretra davanti alle domande sulla comunità Lgbtq+. La frase più netta è questa: «Non capisco perché orientamento sessuale debba dare luogo a diritti». È una posizione destinata a dividere, ma perfettamente coerente con il profilo che il generale sta costruendo: un leader che non cerca la mediazione, non prova a smussare gli angoli, non teme l’etichetta di radicale e anzi la trasforma in carburante politico.
L’affondo contro Marina Berlusconi e Forza Italia
Se Meloni viene pungolata e Salvini scaricato, Forza Italia viene colpita al cuore. Vannacci se la prende direttamente con Marina Berlusconi, contestandone il peso nel dibattito politico. «Spiegherà a che titolo parla, non ha un ruolo politico. Come finanziatrice di Forza Italia? Nel caso, prendiamo atto che è un partito eterodiretto dalla finanza e dall’editoria». È un attacco frontale, costruito per colpire il punto più sensibile degli azzurri: il rapporto tra eredità berlusconiana, potere economico e linea politica.
Nella lettura di Vannacci, i problemi della maggioranza derivano soprattutto dal freno moderato di Forza Italia. È lì che individua il tradimento delle promesse del centrodestra, dall’immigrazione al Green Deal, dalle scelte europee alla presunta timidezza sulle battaglie identitarie. Il generale non dice apertamente di voler sostituire Forza Italia nella coalizione, ma l’idea resta sospesa nell’aria: se Meloni vuole tornare alla «giusta rotta», dovrà scegliere con chi navigare.
La “sporca dozzina” e il partito dei transfughi
Alla vigilia dell’assemblea nazionale di Futuro Nazionale, in programma nel fine settimana a Roma, Vannacci rivendica con orgoglio anche la composizione del suo nuovo movimento. Non nega che tra i suoi stiano arrivando molti transfughi, esclusi, scontenti o ex militanti di altri partiti. Anzi, trasforma l’accusa in uno slogan: «I miei colleghi di partito sono i rifiuti degli altri, quello che avanza. A me sta bene, voglio la sporca dozzina. Mi accontento di questo, quelli bravi li lasciamo al Pd e al M5S. Con la mia sporca dozzina voglio fare solo gli interessi degli italiani e delle italiane, e ce la faremo».
È forse la battuta più riuscita della serata, ma anche la più rivelatrice. Vannacci non vuole presentarsi come il volto rispettabile della destra di governo. Vuole essere il capo dei non allineati, degli espulsi, degli arrabbiati, di chi considera la destra al potere troppo prudente, troppo europea, troppo governativa. Per ora evita di parlare chiaramente di alleanze: farà accordi solo con chi sposerà le sue idee. Ma il messaggio ai partiti della maggioranza è evidente. Futuro Nazionale non nasce per accomodarsi in fondo alla coalizione. Nasce per spostarne il baricentro, costringerla a inseguire e decidere chi, da qui alle prossime elezioni, potrà davvero intestarsi la parola destra.







