Roberto Vannacci aveva immaginato la Calabria come uno dei territori dai quali muovere alla conquista della destra italiana. A Reggio Calabria le urne gli hanno riservato un risultato ben diverso dalle aspettative; adesso, nella provincia di Cosenza, sono gli stessi uomini del suo movimento a prendere le distanze, denunciando metodi organizzativi, scelte verticistiche e pratiche politiche che considerano incompatibili con le promesse originarie di Futuro Nazionale. Il generale perde pezzi mentre Giorgia Meloni, intenzionata a non modificare gli equilibri della propria coalizione per accoglierlo, apre le porte al progetto dei sindaci di Cateno De Luca.
Il precedente reggino, raccontato da LaC News24 nell’editoriale Vannacci, il Generale che voleva conquistare l’Italia e ha smarrito la bussola a Reggio Calabria, aveva già ridimensionato le ambizioni di espansione del movimento. Alle suppletive dello scorso settembre, Domenico Giannetta si era fermato al 10,94%, contro il 51,02% ottenuto da Fabio Roscioli, candidato sostenuto dal centrodestra. Un confronto dal quale Francesco Cannizzaro e Roberto Occhiuto erano usciti politicamente rafforzati, dimostrando che la coalizione poteva sostenere una competizione elettorale anche contro Futuro Nazionale.
A quella battuta d’arresto si aggiungono ora le dimissioni di Eugenio Salerno, Simona Russo, Francesca Rosito, Gianfranco Groccia, Vincenzo Borrelli e Gaetano Falabella, che hanno lasciato il movimento nel Cosentino contestando la gestione politica e organizzativa. Nel mirino anche il referente regionale Domenico Furgiuele, al centro delle critiche degli ex esponenti sulla gestione degli incarichi.
Le fuoriuscite non si fermano alla Calabria. Dal Veneto al Lazio, passando per altri territori nei quali Futuro Nazionale aveva avviato la propria organizzazione, si moltiplicano gli abbandoni, le restituzioni delle tessere e le contestazioni interne. A Rovigo si è arrivati allo scioglimento di un comitato territoriale, mentre a Thiene, nel Vicentino, si è dimesso il direttivo locale. A Frosinone una componente precedentemente passata con Vannacci ha scelto di rientrare nell’area del centrodestra.
Il generale minimizza, rivendica nuove adesioni e considera fisiologici gli avvicendamenti. Le sue dichiarazioni non possono essere ignorate, né le dimissioni territoriali bastano a misurare la consistenza complessiva del movimento. Resta però la contraddizione di una formazione nata per contestare i metodi della politica tradizionale e oggi accusata da alcuni dei suoi stessi dirigenti di riprodurli.
Meloni sceglie il dialogo con De Luca, Vannacci resta fuori
A rendere più significativo il quadro è la posizione assunta da Giorgia Meloni, che nelle anticipazioni del libro di Bruno Vespa ha escluso di voler subire condizionamenti nella costruzione della prossima maggioranza. La premier intende ripresentarsi agli elettori con il centrodestra tradizionale, aperto a nuove esperienze civiche, senza inseguire necessariamente un accordo con Futuro Nazionale.
Una prospettiva nella quale Cateno De Luca ha già conquistato uno spazio politico riconosciuto. La convention romana di Sud chiama Nord e Sindaci d’Italia, conclusa il 29 ottobre, ha visto la partecipazione di ministri ed esponenti di primo piano del governo, fino al videomessaggio con il quale Meloni ha salutato il nuovo progetto nazionale degli amministratori locali.
De Luca non ha nascosto le proprie intenzioni. Vuole rappresentare una componente autonomista e territoriale capace di incidere sugli equilibri parlamentari, proponendo al centrodestra un’esperienza politica costruita attorno ai sindaci e alla gestione delle amministrazioni. E nei confronti di Vannacci ha scelto toni tutt’altro che diplomatici, liquidando Futuro Nazionale come il «partito dei cazzari» e invitando il generale a misurarsi prima con le responsabilità di un consiglio comunale.
Due impostazioni differenti, sulle quali Meloni sta compiendo scelte politiche altrettanto riconoscibili. Da una parte il generale, che punta a trasformare il proprio seguito personale in una forza autonoma della destra; dall’altra De Luca, che offre una rete di amministratori e una piattaforma territoriale con la quale il centrodestra ha già avviato un’intesa nazionale. Il riconoscimento accordato al sindaco di Taormina non dimostra l’esistenza di un piano della premier per indebolire Vannacci, ma rende evidente la competizione tra i due progetti.
Rimane aperto il nodo siciliano, dove De Luca continua a rivendicare autonomia rispetto al centrodestra di Renato Schifani. Una contraddizione che accompagnerà inevitabilmente il nuovo rapporto politico e ne metterà alla prova la tenuta.
Per Vannacci, invece, il problema immediato riguarda la capacità di trasformare l’attenzione mediatica e il consenso dichiarato in una struttura territoriale stabile. La sconfitta di Reggio Calabria, le defezioni nel Cosentino e le tensioni registrate altrove non decretano il futuro del movimento, ma impongono una verifica delle sue ambizioni.
Meloni, intanto, ha fatto entrare i sindaci di De Luca nel confronto nazionale sul futuro della coalizione, mentre Vannacci continua a rivendicare un ruolo che la premier non sembra intenzionata a riconoscergli alle sue condizioni. La distanza tra i due progetti, prima ancora che nei sondaggi, è già visibile nei rapporti politici che ciascuno è riuscito a costruire.









