Il campo largo rischia di trasformarsi in un camposanto, Roberto Vannacci dovrebbe cominciare ad amministrare almeno un condominio prima di coltivare ambizioni nazionali e Alessandro Onorato, che vorrebbe riorganizzare il civismo italiano, farebbe bene a spiegare come si diventa improvvisamente civici dopo una lunga frequentazione dei partiti. Cateno De Luca, sindaco di Taormina e leader di Sud chiama Nord, non risparmia nessuno, distribuisce giudizi senza preoccuparsi delle conseguenze diplomatiche e rivendica soprattutto la scelta di aver portato il proprio movimento nell’orbita nazionale del centrodestra, respingendo l’idea di essersi consegnato politicamente a Giorgia Meloni e continuando a considerare la propria autonomia territoriale una condizione irrinunciabile, anche quando rischia di entrare in collisione con gli interessi degli alleati.
Ospite della puntata di Perfidia andata in onda venerdì 30 ottobre su LaC Tv, il leader siciliano ha trovato in Antonella Grippo, giornalista, analista politica, autrice e conduttrice, un’interlocutrice tutt’altro che disposta a concedergli una passerella, trasformando il confronto, inserito in una trasmissione dal titolo emblematico, Mi scappa la DC, in un’incursione nelle contraddizioni delle alleanze, nella competizione fra i nuovi movimenti civici e nella ricerca di uno spazio politico che De Luca considera ancora largamente disponibile, soprattutto fra gli amministratori locali, ai quali intende offrire una rappresentanza nazionale attraverso il progetto Sud chiama Nord-Sindaci d’Italia.
«Continuando così, da campo largo si trasformerà in camposanto», ha sentenziato De Luca, condensando in una battuta il giudizio sul progetto che dovrebbe riunire Partito democratico, Movimento 5 Stelle e le altre forze progressiste, ancora impegnate a trovare una sintesi fra leadership, programmi e ambizioni concorrenti. Un epitaffio pronunciato quando il presunto defunto è ancora impegnato a organizzare il proprio futuro, ma che restituisce la convinzione del sindaco secondo cui le divisioni interne al centrosinistra renderebbero particolarmente difficile costruire una proposta credibile di governo, soprattutto se alle divergenze politiche si aggiungono quelle che lui considera ambiguità nei rapporti con i soggetti esterni alla coalizione.
La critica, infatti, non riguarda soltanto la capacità di sintesi fra Elly Schlein, segretaria del Partito democratico, e Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, ma si accompagna al racconto, naturalmente dal punto di vista di De Luca, di una trattativa che avrebbe potuto condurre Sud chiama Nord verso lo schieramento progressista e che invece si sarebbe arenata davanti alla riluttanza degli interlocutori a riconoscere apertamente il ruolo del movimento. Sollecitato da Grippo sugli «amori clandestini» del centrosinistra, il sindaco sostiene di essere stato cercato e corteggiato attraverso interlocuzioni riservate, senza che quelle aperture si traducessero in una proposta sufficientemente trasparente: «Quando non si ha il coraggio di fare le cose alla luce del sole», osserva, la questione non riguarda più soltanto la possibilità di raggiungere un accordo, ma la credibilità di chi dovrebbe rispettarlo.
Cateno De Luca aveva già anticipato nei giorni precedenti una ricostruzione, spiegando che «il centrosinistra aveva i soliti imbarazzi e abbiamo scelto il centrodestra che ha accettato il nostro programma per i territori», arrivando a sostenere che gli interlocutori progressisti avrebbero voluto consumare «un amore clandestino all’interno dei finti civici». Il leader siciliano presenta dunque la propria scelta come l’esito di una trattativa fondata sui contenuti, e non su una conversione ideologica, rivendicando di aver trovato nella coalizione di governo una disponibilità che, a suo giudizio, sarebbe mancata dall’altra parte; resta naturalmente la sua versione dei contatti intercorsi, ma è proprio attraverso questo racconto che De Luca cerca di trasformare l’accordo con Meloni in una dimostrazione di forza negoziale, anziché in un semplice cambio di collocazione politica.
La questione presenta tuttavia un risvolto che il sindaco conosce perfettamente, perché l’intesa con il centrodestra vale sul piano nazionale, ma non si estende automaticamente alla Sicilia, dove De Luca continua a considerare Renato Schifani, presidente della Regione, un avversario politico, rivendicando la possibilità di sostenere la maggioranza nazionale senza rinunciare alla propria battaglia regionale. Una distinzione che, almeno per il momento, consente a Sud chiama Nord di mantenere aperti due fronti differenti, ma che dovrà misurarsi con le esigenze di una coalizione nella quale gli accordi romani finiscono inevitabilmente per intrecciarsi con gli equilibri territoriali, soprattutto quando si avvicinano appuntamenti elettorali e diventa necessario definire candidature, programmi e rapporti di forza.
De Luca insiste sulla libertà delle proprie scelte e richiama anche una frase che attribuisce a Ignazio La Russa, presidente del Senato: «Chi conosce bene Cateno De Luca sa che nessuno gli può imporre qualcosa, se decide è perché ne è convinto», un riconoscimento che il leader siciliano utilizza per ribadire la propria indipendenza e per sostenere che l’accordo nazionale non comporti alcuna rinuncia alla sua identità politica. Resta da comprendere quanto questa autonomia possa essere esercitata quando gli interessi degli alleati entreranno in conflitto, perché distinguere fra Roma e Palermo è certamente possibile sul piano delle dichiarazioni, ma diventa più complicato quando le decisioni nazionali producono conseguenze sugli assetti regionali.
Vannacci nel mirino: «Rappresenta il partito dei cazzari»
Se al centrosinistra De Luca riserva una diagnosi dall’esito funebre, a Roberto Vannacci, generale e leader di Futuro Nazionale, dedica un trattamento ancora meno cerimonioso, rispondendo alla sollecitazione di Grippo con una frase destinata a concentrare buona parte dell’attenzione: «Con tutto il rispetto, non offendermi, perché Vannacci rappresenta il partito dei cazzari». Il rispetto, evidentemente, è una formalità che si esaurisce prima ancora di arrivare al punto, ma dietro la provocazione si sviluppa una contrapposizione politica precisa, perché De Luca contesta al generale soprattutto la distanza fra le ambizioni nazionali e l’assenza di un’esperienza diretta nell’amministrazione degli enti locali, utilizzando un paragone che aveva già proposto pubblicamente e che considera particolarmente efficace per distinguere il proprio movimento dalle formazioni costruite prevalentemente attorno alla notorietà dei rispettivi leader.
«Non ha amministrato manco un condominio», ribadisce il sindaco, insistendo sul fatto che chi ambisce a incidere sulle scelte del Paese dovrebbe prima confrontarsi con le responsabilità di un’amministrazione, con i problemi dei bilanci comunali, dei servizi pubblici e delle infrastrutture, anziché limitarsi a costruire consenso attraverso dichiarazioni identitarie e contrapposizioni ideologiche. Una critica che riflette la concezione della rappresentanza rivendicata da De Luca, secondo il quale «l’Italia è fatta da ottomila palazzi municipali», e che trova una sintesi nella proposta di un «partito dei sindaci, del pragmatismo», chiamato a portare nelle istituzioni nazionali le esigenze di chi governa quotidianamente i territori.
È su questa distinzione che il leader siciliano tenta di costruire la propria identità nazionale, presentando Sud chiama Nord-Sindaci d’Italia non come l’ennesima formazione ideologica destinata ad aggiungersi alla frammentazione del sistema politico, ma come un’organizzazione capace di rappresentare gli amministratori locali e di condizionare le decisioni del Governo. L’offensiva contro Vannacci, tuttavia, si inserisce anche nella competizione per il consenso nell’area del centrodestra, perché De Luca sostiene che l’espansione del proprio movimento possa contribuire ad allargare la base elettorale della coalizione e a contenere l’attrazione esercitata dal generale, un obiettivo politico dichiarato che dovrà naturalmente essere misurato attraverso risultati concreti e non soltanto attraverso la capacità di occupare la scena mediatica.
Se Vannacci diventa così il simbolo di una politica che De Luca considera distante dall’amministrazione concreta, Alessandro Onorato, assessore di Roma Capitale e promotore di Progetto Civico, rappresenta ai suoi occhi un’altra categoria da contestare: quella dei civici che, secondo il sindaco siciliano, scoprono improvvisamente il civismo dopo aver trascorso una parte considerevole della propria esperienza all’interno dei partiti, rivendicando un’identità alternativa proprio mentre cercano di costruire nuove alleanze con le formazioni tradizionali.
Onorato, il «civismo ipocrita» e la DC che continua a riaffiorare
De Luca parla di «civismo ipocrita» e sostiene che Onorato si sia «inventato civico», contestandogli una costruzione politica che giudica distante dal percorso amministrativo e territoriale rivendicato da Sud chiama Nord, dalla nascita di Sicilia Vera nel 2007 fino alla costituzione del movimento nel 2022. Il confronto non è soltanto personale, perché investe la legittimità stessa di chi pretende di rappresentare il mondo dei sindaci, diventato un patrimonio politico sempre più conteso: da una parte il progetto di Onorato, che guarda all’area progressista, dall’altra quello di De Luca, ormai collocato nell’alleanza nazionale con Meloni, entrambi impegnati a rivendicare la capacità di superare gli schemi tradizionali della politica, pur cercando poi una collocazione nelle coalizioni esistenti.
Il leader siciliano insiste sul fatto che il civismo debba nascere dall’esperienza amministrativa e dal rapporto diretto con le comunità locali, non dalla necessità di costruire un nuovo contenitore elettorale, mentre Grippo annuncia una futura partecipazione di Onorato a Perfidia, lasciando aperta la possibilità di una replica alle contestazioni ricevute. È un passaggio che mette in evidenza una delle contraddizioni più interessanti di questa stagione politica, nella quale il civismo continua a presentarsi come alternativa ai partiti mentre si organizza per partecipare alle loro alleanze, cercando di conservare una propria identità senza rinunciare alle opportunità offerte dalla rappresentanza parlamentare.
La discussione si sposta quindi sulle radici culturali dei nuovi soggetti politici e sull’eredità di una Democrazia cristiana che continua a essere evocata da protagonisti assai differenti, spesso più interessati alla capacità di aggregazione della vecchia Balena bianca che alla ricostruzione di una precisa cultura politica. «Io esco da una scuola democristiana ben precisa», rivendica De Luca, richiamando la tradizione di don Luigi Sturzo e distinguendo l’ispirazione culturale dall’appartenenza a un partito: «Non tutti i cattolici sono preti», osserva, precisando che «il comportamento e l’ispirazione è una cosa, l’organizzazione partito è un’altra».
Una distinzione che gli consente di rivendicare l’eredità del cattolicesimo politico senza proporre la ricostituzione organizzativa della DC, e soprattutto di presentare la propria esperienza amministrativa come il prodotto di una formazione nella quale il rapporto con le comunità locali precede le appartenenze di schieramento. Il confronto con Francesco Toscano, presidente di Democrazia Sovrana Popolare, finisce persino per coinvolgere le dimensioni dei rispettivi movimenti attraverso le espressioni «atomi» e «semi-atomi», quasi che la proliferazione delle nuove sigle richiedesse ormai una classificazione scientifica, con ciascuna particella impegnata a dimostrare di possedere una forza gravitazionale superiore alla propria consistenza.
Ma De Luca non intende limitarsi alle polemiche televisive e annuncia un’iniziativa destinata a dare continuità al progetto politico: «Tra 15 giorni farò un tour del Sud», dichiara, anticipando una serie di incontri nel Mezzogiorno attraverso i quali Sud chiama Nord punta ad ampliare la propria presenza territoriale e a consolidare il rapporto con gli amministratori locali. È un passaggio particolarmente significativo perché, dopo l’accordo nazionale con il centrodestra, il movimento deve dimostrare di poter superare la dimensione prevalentemente siciliana, costruendo una rete stabile capace di trasformare il consenso personale del suo fondatore in un’organizzazione con una presenza riconoscibile anche nelle altre regioni meridionali.
Il progetto Sud chiama Nord-Sindaci d’Italia guarda a questa prospettiva, con l’obiettivo dichiarato di superare la soglia del 3 per cento alle prossime elezioni politiche, un traguardo che richiede radicamento, capacità organizzativa e una proposta riconoscibile, ben oltre le provocazioni televisive. De Luca, del resto, sa che la visibilità può aprire una discussione politica, ma non sostituisce il lavoro necessario per costruire una formazione capace di presentarsi agli elettori, organizzare candidature e rappresentare interessi territoriali differenti.
A Perfidia, Cateno De Luca ha dunque rilanciato una sfida su più fronti, accusando il centrosinistra di non aver avuto il coraggio di un accordo pubblico, contestando a Vannacci l’assenza di esperienza amministrativa, negando a Onorato la patente di civico autentico e ricordando indirettamente agli alleati del centrodestra di non considerare negoziabile la sua autonomia siciliana. La questione che rimane aperta è se il partito dei sindaci riuscirà davvero a portare le esigenze dei municipi al centro delle decisioni nazionali oppure se finirà per aggiungere un’altra sigla al già affollato panorama delle formazioni politiche, perché il campo largo potrà anche diventare un «camposanto», come sostiene De Luca, ma per costruire un progetto capace di distinguersi dalle contraddizioni degli avversari non basterà denunciarle: occorrerà dimostrare che le proprie possano convivere con una proposta politica coerente e riconoscibile.









