Anche gli oligarchi ora hanno paura: Kiev colpisce San Pietroburgo e manda un messaggio all’élite russa

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Finché le bombe cadevano sul Donbass, l’élite russa poteva continuare a raccontarsi che la guerra fosse un affare lontano, sporco, sanguinoso, ma gestibile. Una faccenda da generali, propagandisti, soldati mandati al fronte e città ucraine da martellare fino allo sfinimento. Ora però il rumore dei droni è arrivato molto più vicino ai salotti buoni del potere russo.

L’attacco ucraino al terminal petrolifero di San Pietroburgo, proprio mentre la città natale di Vladimir Putin ospitava il forum economico Speif, ha avuto il valore di un messaggio politico oltre che militare: Kiev può colpire dove vuole, quando vuole, anche durante la passerella degli oligarchi e della nomenklatura.

Il punto non è soltanto il danno materiale alla raffineria. Il punto è il luogo, il momento, il destinatario. San Pietroburgo non è una città qualsiasi: è la vetrina imperiale di Putin, il suo luogo d’origine politica e simbolica, la scenografia ideale con cui il Cremlino prova ogni anno a mostrare al mondo che la Russia resiste, commercia, tratta, investe e non arretra.

Colpire lì, durante il grande appuntamento economico del regime, significa parlare direttamente alla classe dirigente russa: la guerra non resterà per sempre una tragedia da esportare. Può tornare indietro. Può bussare alle porte giuste.

Il messaggio di Kiev agli oligarchi russi

L’Ucraina ha capito da tempo che la guerra non si decide soltanto nelle trincee. Si decide anche nei depositi di carburante, nei terminal petroliferi, nelle raffinerie, nei convogli logistici e nelle infrastrutture che tengono in piedi l’apparato militare russo. Negli ultimi giorni i droni ucraini hanno paralizzato segmenti importanti della logistica nelle aree occupate, colpendo camion di carburante e colonne militari sulle strade che collegano la Russia alla Crimea e alle basi del fronte. A Luhansk e Donetsk è stato imposto il razionamento del carburante, mentre in Crimea le scorte risultano già in grave difficoltà.

Questo spiega perché l’attacco a San Pietroburgo abbia un peso diverso rispetto a molti raid precedenti. Non si tratta soltanto di mostrare capacità tecnica. Si tratta di incrinare la sensazione di invulnerabilità dell’élite russa. Per anni gli oligarchi hanno accettato la guerra come un costo inevitabile del sistema Putin, purché quel costo non ricadesse direttamente sulle loro vite, sui loro affari, sulle loro città e sui loro patrimoni. Ma se i droni arrivano anche nei luoghi del potere economico, la domanda cambia: quanto conviene ancora questa guerra?

La stanchezza dell’establishment russo

Il malumore non arriva più soltanto dai settori liberali o dagli ambienti economici più colpiti dalle sanzioni. Anche figure vicine al nazionalismo russo iniziano a parlare con toni molto diversi rispetto alla propaganda ufficiale. Oleg Tsaryov, ex deputato ucraino fuggito in Russia nel 2014 e considerato tra i possibili nomi graditi al Cremlino per un eventuale governo filorusso a Kiev, ha scritto che i professionisti della propaganda hanno finito per convincere non solo la popolazione, ma anche sé stessi, che l’illusione costruita fosse realtà. Secondo Tsaryov, ora quel mondo immaginario sta andando a sbattere contro la realtà nel modo più doloroso.

Ancora più netto è stato Aleksey Chadaev, storico ed ex funzionario del Cremlino, oggi alla guida del centro di ricerca sui droni Ushkuynik. La prosecuzione dell’attuale strategia, secondo lui, non porterebbe alla vittoria ma a una sconfitta su vasta scala. È un linguaggio che fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile negli ambienti vicini al potere. Non è pacifismo. Non è conversione morale. È puro calcolo di sopravvivenza politica e militare: la Russia non riesce a spezzare l’Ucraina, consuma uomini, tecnologia e risorse, e intanto Kiev impara a colpire sempre più in profondità.

La vittoria totale non esiste più

Anche Vasily Kashin, direttore del Centro per gli Studi Europei e Internazionali Globali della Scuola Superiore di Economia di Mosca, ha messo nero su bianco una valutazione difficile da digerire per il Cremlino: l’obiettivo di installare a Kiev un regime amico non è più realistico. L’Ucraina, dopo anni di guerra, morti e distruzioni, resterà un Paese antirusso e filoccidentale. Perfino un’eventuale escalation estrema contro la leadership ucraina, ha osservato Kashin, potrebbe portare al potere una nuova generazione ancora più radicale e determinata.

È il fallimento strategico della guerra di Putin. Mosca voleva cancellare l’indipendenza ucraina e ha ottenuto l’effetto opposto: ha reso l’Ucraina più ostile, più armata, più legata all’Occidente e sempre più capace di colpire in casa russa. Per questo una parte dell’establishment comincia a ragionare non sulla vittoria, ma sul modo meno disastroso per congelare il conflitto, riorganizzarsi e salvare ciò che resta della posizione negoziale di Mosca.

Putin però tira dritto

Il problema è che Putin, almeno per ora, non sembra disposto a riconoscere il vicolo cieco. Mentre attorno a lui crescono le voci di chi chiede pragmatismo, il Cremlino continua a parlare il linguaggio dell’escalation. Nei giorni scorsi il presidente russo ha intensificato gli attacchi missilistici su Kiev e altre città ucraine, provocando decine di vittime civili. Poco prima aveva promesso che l’Ucraina avrebbe dovuto fare i conti con “una nuova qualità dell’intero conflitto”.

Dentro il sistema russo convivono ormai due spinte opposte. Da una parte chi vorrebbe fermarsi prima che la guerra prosciughi definitivamente risorse, reputazione e margini diplomatici. Dall’altra l’apparato di sicurezza, i propagandisti di guerra e i falchi che sognano una rottura storica con l’Occidente e una Russia trasformata in una fortezza militarizzata, ideologica e chiusa. Per loro fermarsi significherebbe ammettere il fallimento. Per gli oligarchi, invece, continuare potrebbe significare perdere molto più di quanto avevano previsto.

La guerra torna a casa

Il punto decisivo è proprio questo: la guerra sta tornando a casa. Non solo nelle regioni di confine, non solo nelle basi militari, non solo nei depositi di carburante. Sta tornando nel cuore della Russia utile, quella degli affari, dei forum economici, dei terminal petroliferi, degli uomini che per anni hanno prosperato all’ombra del Cremlino. L’attacco a San Pietroburgo dice loro che nessuna distanza è più garantita, nessun evento è davvero intoccabile, nessuna ricchezza può comprare sicurezza assoluta.

E forse è per questo che oggi alcune crepe iniziano ad aprirsi. Non per pietà verso l’Ucraina. Non per improvviso rimorso. Ma perché la guerra che doveva rafforzare la Russia rischia di diventare il meccanismo che consuma il suo stesso potere. Gli oligarchi lo capiscono prima dei propagandisti: quando i missili restano lontani, si può applaudire. Quando i droni arrivano vicino ai propri interessi, si comincia a consigliare prudenza.

Putin, chiuso nel suo calcolo di potere, continua a tirare dritto. Ma l’attacco ucraino a San Pietroburgo ha mostrato qualcosa che il Cremlino avrebbe preferito nascondere: anche il centro dell’impero può tremare.