Diego Pitea, il calabrese re del thriller che l’Italia non sa celebrare: con «Chimera» sfida i grandi del genere. «Il lettore deve dubitare di tutto»

Diego Pitea

C’è un difetto che Diego Pitea non riesce proprio a correggere: è italiano. Peggio ancora, è calabrese, di Reggio Calabria, e porta un nome e un cognome italianissimi. Si chiamasse David Patterson, vivesse a Boston o a New York e pubblicasse i suoi romanzi sotto una grande etichetta americana, probabilmente la critica internazionale lo celebrerebbe come uno dei migliori autori di thriller psicologici in circolazione. E i suoi libri viaggerebbero da un continente all’altro, tradotti in decine di lingue. Invece si chiama Diego Pitea, scrive in italiano e continua a fare quello che gli riesce meglio: costruire storie capaci di prendere il lettore per il collo e non lasciarlo andare fino all’ultima pagina.

Con «Chimera», in libreria dal 30 ottobre 2026 per AltreVoci Edizioni, Pitea arriva al quinto romanzo della serie dedicata a Richard Dale e conferma una crescita autoriale prepotente. L’ingresso nelle principali classifiche di genere accompagna un percorso che ha ormai superato la dimensione della promessa. Pitea si conferma uno dei nomi più importanti del thriller italiano contemporaneo, con una cifra narrativa riconoscibile, una costruzione degli intrecci sempre più sofisticata e una particolare abilità nel trasformare la psicologia umana in un territorio di caccia.

La sua forza non risiede soltanto nella capacità di inventare delitti, disseminare indizi e organizzare colpi di scena. Pitea conosce soprattutto il valore del dubbio. Nei suoi romanzi la verità non aspetta semplicemente che qualcuno la scopra: cambia forma, si nasconde nei ricordi, si traveste da certezza e talvolta prende in giro persino chi crede di averla finalmente afferrata.

«Chimera», un manoscritto anonimo e un assassino dai tre volti

Tutto comincia con un libro che forse non avrebbe mai dovuto arrivare nelle mani di nessuno. Monica, moglie di Richard Dale e agente letteraria, riceve un manoscritto anonimo dal titolo inquietante: «Memorie da una fabbrica di bambini». Tra quelle pagine qualcuno racconta omicidi di bambini con una precisione tale da insinuare un sospetto terribile: e se non fosse un romanzo? E se l’autore stesse confessando delitti realmente commessi?

Richard Dale, psicologo e criminologo, comincia a scavare insieme all’ispettrice Doriana Guerrera e al vicequestore Cristina Colli. Ma più l’indagine procede, più i confini tra memoria, manipolazione e realtà diventano incerti.

Nel frattempo, una donna si risveglia in una casa nel bosco sul Monte Lago. Non ricorda nulla, ma porta sul corpo un segreto. Da qualche parte si nasconde un mostro dai tre volti, mentre ogni nuovo indizio rischia di cambiare il significato di quelli precedenti.

È il terreno ideale per Pitea, che in «Chimera» non si limita a domandare chi abbia ucciso. La questione, assai più inquietante, è capire se possiamo davvero fidarci di ciò che ricordiamo. E soprattutto se qualcuno possa utilizzare la nostra stessa mente per condurci esattamente dove vuole.

Ne abbiamo parlato con l’autore, che racconta la nascita del romanzo, il rapporto con Richard Dale e quella partita a scacchi che ogni buon thriller dovrebbe giocare con il proprio lettore.

L’intervista a Diego Pitea

«Chimera» è la quinta indagine di Richard Dale. Da dove nasce questa nuova storia e che cosa la rende diversa dalle precedenti?

Chimera nasce da un’idea che mi affascinava da tempo: che cosa accadrebbe se qualcuno ricevesse un manoscritto che racconta degli omicidi con particolari talmente precisi da far dubitare che si tratti davvero di finzione? È questo il punto di partenza del romanzo. Monica, moglie di Richard Dale e agente letteraria, riceve un manoscritto anonimo intitolato “Memorie da una fabbrica di bambini”. Richard comincia a leggerlo e si pone una domanda molto semplice, ma inquietante: e se quelle pagine raccontassero qualcosa di realmente accaduto?

Da lì si apre un’indagine che, rispetto ai romanzi precedenti, entra ancora più profondamente nella psicologia dei personaggi. In Chimera non bisogna soltanto capire che cosa sia successo o chi sia responsabile. Bisogna continuamente chiedersi quanto ci si possa fidare di ciò che viene ricordato, raccontato e perfino percepito.

La mente sembra essere il vero centro del romanzo. Perché hai scelto di lavorare così tanto sulla memoria e sulla manipolazione?

Perché la mente umana è probabilmente il labirinto più complesso che esista. Noi costruiamo una parte della nostra identità attraverso i ricordi e tendiamo a considerarli qualcosa di stabile, quasi una prova di ciò che abbiamo vissuto. Ma la memoria è molto meno affidabile di quanto ci piaccia credere. Questo mi interessava moltissimo dal punto di vista narrativo.

In “Chimera” la mente può custodire la verità, ma può anche proteggerci da essa. Può modificare un ricordo, riempire un vuoto, costruire una certezza. E se a tutto questo aggiungiamo qualcuno capace di comprendere questi meccanismi e di sfruttarli, allora il terreno dell’indagine diventa molto più pericoloso.

Per questo considero il romanzo un viaggio nei “labirinti della mente”. Più i personaggi cercano una via d’uscita, più scoprono nuovi corridoi.

Dopo cinque romanzi, che rapporto hai oggi con Richard Dale?

Richard Dale è inevitabilmente diventato un personaggio con cui ho trascorso molto tempo. Scrivere una serie significa conoscerne progressivamente le reazioni, le fragilità, il modo di osservare le persone. Ma significa anche evitare che quel personaggio diventi prevedibile. Con “Chimera” volevo metterlo davanti a un’indagine nella quale le sue capacità di psicologo e criminologo fossero fondamentali, ma non necessariamente sufficienti.

Richard è abituato a entrare nella mente degli altri. Questa volta, però, si trova davanti a qualcuno che conosce molto bene le regole dello stesso gioco.

Ed è proprio questo confronto a interessarmi: che cosa succede quando chi è abituato ad analizzare gli altri incontra qualcuno capace, a sua volta, di manipolare ciò che gli altri vedono e credono?

Pur essendo il quinto caso di Richard Dale, ho comunque cercato di costruire “Chimera” in modo che possa essere letto anche da chi incontra il personaggio per la prima volta.

Hai spesso descritto «Chimera» come una sorta di partita tra autore e lettore. Che cosa intendi?

È uno degli aspetti del thriller che amo maggiormente. Quando scrivo conosco naturalmente la verità, mentre il lettore dispone soltanto degli elementi che decido di mostrargli. Da quel momento nasce una partita silenziosa.

Il mio compito non è nascondere tutto. Al contrario: voglio dare al lettore gli indizi. La difficoltà consiste nel capire quali siano davvero importanti. In “Chimera” ho cercato di giocare molto su questo meccanismo. Una frase apparentemente secondaria, un comportamento, un ricordo o un dettaglio possono assumere un significato completamente diverso qualche capitolo più avanti.

Mi piacerebbe che durante la lettura qualcuno arrivasse a pensare: “Ho capito tutto”. E poi continuasse a leggere.

Per me il thriller funziona davvero quando autore e lettore si sfidano fino alle ultime pagine.

Che cosa rappresenta per te affidare «Chimera» ai lettori?

È probabilmente il momento più strano della vita di un romanzo. Per mesi, a volte per molto più tempo, una storia appartiene soltanto a chi la sta scrivendo. Conosci ogni personaggio, ogni segreto, ogni strada del labirinto.

Poi arriva il giorno in cui devi lasciarla andare e da quel momento non è più soltanto tua. Saranno i lettori a decidere quali personaggi amare, quali detestare, dove sospettare, quando credere di aver trovato la soluzione e, soprattutto, se “Chimera” sarà riuscito a sorprenderli.

Il rapporto con chi mi legge è sempre stato fondamentale. Ho detto diverse volte che i lettori sono il mio motore e lo penso davvero: senza qualcuno dall’altra parte della pagina, una storia rimane incompleta.

Quindi l’uscita di “Chimera”, il quinto caso di Richard Dale, per me rappresenta soprattutto questo passaggio. Fino a oggi ho conosciuto io la verità. Adesso avranno gli indizi loro. E non vedo l’ora di scoprire quanti riusciranno a trovare l’uscita dal labirinto.