Dio perdona, ma dalle parti del Vaticano Donald Trump sembra aver esaurito anche il credito della pazienza cristiana. La sconfitta repubblicana alle elezioni americane di metà mandato provoca un malcelato sollievo Oltretevere, dove i rapporti con la Casa Bianca si sono progressivamente deteriorati tra deportazioni di immigrati, polemiche con Papa Leone XIV e un presidente sempre più convinto di poter utilizzare la religione come strumento di consenso politico. A raccontare il clima che si respira nei Sacri Palazzi basta una battuta pronunciata da un cardinale che preferisce mantenere l’anonimato: «Almeno un voto in meno a Donald Trump da qui è stato dato…».
Il riferimento è a Robert Francis Prevost, primo pontefice americano della storia, registrato come elettore a New Lenox, sobborgo di Chicago. Nessuno conosce il contenuto del suo eventuale voto per posta, ma nella località dell’Illinois i democratici hanno prevalso sia alla Camera sia al Senato. Una coincidenza che alimenta le ironie vaticane, senza naturalmente autorizzare conclusioni sulle preferenze politiche del Papa.
I cattolici abbandonano Trump: il voto che cambia gli equilibri americani
Nel 2024 Donald Trump aveva conquistato il 58 per cento del voto cattolico, una componente fondamentale della coalizione che lo aveva riportato alla Casa Bianca. Due anni dopo, il quadro appare profondamente cambiato.
Le elezioni del 3 novembre hanno mostrato una significativa crescita del consenso democratico, soprattutto tra gli elettori ispanici, in larga maggioranza cattolici. Secondo i dati riportati nell’analisi del voto, il 69 per cento degli ispanici ha scelto i democratici, mentre soltanto il 30 per cento ha sostenuto i repubblicani.
Non è un dettaglio secondario. Le comunità cattoliche di origine latinoamericana rappresentano una componente sempre più importante della società statunitense e hanno vissuto con particolare preoccupazione l’inasprimento delle politiche migratorie dell’amministrazione.
Le operazioni dell’Ice, l’agenzia federale incaricata dei controlli sull’immigrazione, hanno provocato proteste e alimentato un crescente disagio anche all’interno della Chiesa americana. Le deportazioni, il trattamento riservato ai migranti e la separazione di famiglie hanno contribuito ad allontanare una parte dell’elettorato cattolico dalla Casa Bianca.
A queste tensioni si aggiungono le difficoltà economiche, con l’aumento del costo dell’energia e dei carburanti che ha pesato sulle famiglie americane.
Papa Leone XIV e Trump, una frattura che parte dagli immigrati
L’elezione di Robert Prevost al soglio pontificio aveva inizialmente alimentato aspettative particolari negli Stati Uniti. Per la prima volta nella storia, un americano guidava la Chiesa cattolica proprio mentre alla Casa Bianca sedeva un presidente sostenuto da una parte consistente dell’elettorato religioso.
Ma l’identità nazionale comune non ha cancellato le differenze politiche e morali.
Leone XIV ha mantenuto una linea di attenzione verso i migranti e le persone più vulnerabili, entrando inevitabilmente in contrasto con le politiche dell’amministrazione Trump. Le tensioni si sono aggravate dopo gli attacchi rivolti dal presidente al pontefice nel febbraio scorso.
Il Papa, del resto, non ha mostrato alcuna intenzione di trasformarsi in un riferimento religioso del movimento Maga. Il suo orizzonte supera le divisioni della politica americana e guarda alle conseguenze sociali delle decisioni dei governi, soprattutto quando coinvolgono i più deboli.
La distanza è emersa anche durante l’incontro del 5 ottobre tra Leone XIV e i vertici della Conferenza episcopale statunitense. In quell’occasione sono affiorate le preoccupazioni per il clima politico americano e la delusione di una parte dei fedeli nei confronti della Casa Bianca.
Un malessere che, secondo le ricostruzioni, attraversa anche gli ambienti ecclesiastici conservatori.
Dodici vescovi intorno a Trump: la fotografia che imbarazza la Chiesa
A rendere ancora più evidente la contraddizione tra la politica americana e le gerarchie cattoliche è arrivata una fotografia scattata il 22 ottobre nello Studio Ovale.
Nell’immagine Donald Trump appare seduto alla scrivania presidenziale, circondato da dodici vescovi in piedi che pregano per lui e lo benedicono.
La scena ha suscitato polemiche, soprattutto quando è emerso che i presuli avevano ricevuto un invito dalla Heritage Foundation, influente organizzazione ultraconservatrice, per un incontro privato che non avrebbe dovuto trasformarsi in un evento pubblico.
La diffusione della fotografia ha invece offerto alla comunicazione trumpiana un’immagine di forte impatto: il presidente al centro di una benedizione collettiva, quasi a voler certificare il sostegno della Chiesa alla sua amministrazione.
Un’operazione che ha provocato imbarazzo e proteste, ma ha anche mostrato quanto siano ancora profondi i legami tra una parte delle gerarchie ecclesiastiche americane e il mondo conservatore vicino al presidente.
Fino a pochi mesi prima, l’ambasciatore statunitense presso la Santa Sede, Brian Burch, cofondatore dell’organizzazione CatholicVote, rivendicava con orgoglio la definizione di «Maga Catholic». Anche la presenza di due cattolici dichiarati come il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio aveva contribuito ad alimentare l’idea di una particolare sintonia tra l’amministrazione e l’elettorato religioso.
Le urne hanno però raccontato una realtà assai meno rassicurante per Trump.
Parolin teme la reazione del presidente sconfitto: «Prevalgano ragione e buonsenso»
Il sollievo che si avverte in Vaticano non cancella la preoccupazione per le possibili reazioni del presidente americano.
Trump conserva i poteri della Casa Bianca fino al gennaio 2029 e potrebbe cercare di reagire alla sconfitta con iniziative aggressive sul piano internazionale.
Il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha espresso l’auspicio che «prevalgano ragione e buonsenso», parole che riflettono il timore di una nuova escalation militare, soprattutto nei confronti dell’Iran.
La possibilità di una ripresa dei bombardamenti preoccupa la diplomazia pontificia, che teme le conseguenze di un ulteriore allargamento dei conflitti in Medio Oriente.
Il voto americano ha ridimensionato la forza politica di Trump, ma non ha cancellato la sua capacità di assumere decisioni dalle conseguenze internazionali. Ed è proprio questa combinazione tra debolezza interna e potere presidenziale a rendere incerto lo scenario.
Il Papa americano guarda oltre Trump e prepara la sfida del dopo-Maga
Per Leone XIV, la sconfitta repubblicana apre una fase nuova nei rapporti tra la Chiesa e la politica statunitense.
Il pontefice non può e non intende identificare la propria missione con uno schieramento, ma il mutamento degli equilibri elettorali potrebbe offrire maggiori spazi a una riflessione sui temi che hanno alimentato le tensioni con l’amministrazione: immigrazione, disuguaglianze, tutela delle famiglie e conseguenze umanitarie dei conflitti.
La sfida, tuttavia, non riguarda soltanto il mondo repubblicano. Anche i democratici dovranno confrontarsi con le sensibilità e le convinzioni dell’elettorato cattolico, evitando di considerare il suo ritorno alle urne come un sostegno definitivo e incondizionato.
Leone XIV conosce profondamente la società americana, le sue contraddizioni e le divisioni che attraversano le comunità religiose. Da figlio di Chicago diventato pontefice, osserva il proprio Paese da una posizione che gli consente di guardare oltre l’attuale presidente.
Intanto, nei Sacri Palazzi, la battuta sul voto del Papa continua a circolare. Nessuno sa se Prevost abbia davvero scelto i democratici, ma una cosa appare evidente: il rapporto tra Trump e una parte importante dell’America cattolica non è più quello di due anni fa. E la benedizione di dodici vescovi nello Studio Ovale non è bastata a riportare i fedeli dalla parte del presidente.







