Cinque collaboratori dell’ufficio stampa di Fratelli d’Italia nelle tribune riservate ai cronisti parlamentari, impegnati a filmare i deputati della maggioranza durante una votazione segreta. Uno per ciascun gruppo, con l’obiettivo di osservare i movimenti delle mani e tentare di individuare eventuali franchi tiratori.
L’episodio, raccontato dalla Stampa, ha provocato la protesta dei giornalisti presenti e restituisce il clima di sospetto nel quale è precipitato il centrodestra dopo la bocciatura alla Camera dell’emendamento sulle preferenze sostenuto da FdI, Noi Moderati e Udc.
La proposta è stata respinta per un solo voto: 188 contrari e 187 favorevoli. Lo scrutinio segreto ha impedito di stabilire da quali gruppi siano arrivati i voti mancanti, alimentando accuse e diffidenze tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia.
La caccia ai franchi tiratori dentro la maggioranza
La sconfitta parlamentare ha lasciato conseguenze che vanno oltre il contenuto della legge elettorale. Giorgia Meloni ha parlato della necessità di una «riflessione», mentre dentro Fratelli d’Italia è iniziata la ricerca dei responsabili dell’imboscata.
Il responsabile dell’organizzazione del partito, Giovanni Donzelli, ha frenato sull’ipotesi di ripresentare immediatamente la stessa modifica a Palazzo Madama: «Vedremo se ripresentarlo. Meloni ha detto che ora occorre una riflessione. La faremo anche su questo».
Il presidente del Senato Ignazio La Russa aveva inizialmente aperto alla possibilità di correggere il testo durante il passaggio parlamentare successivo. Il timore, però, è che un nuovo voto segreto possa produrre un’altra sconfitta e rendere ancora più evidenti le divisioni interne alla coalizione.
Forza Italia ha respinto i sospetti. Il capogruppo alla Camera Enrico Costa ha sottolineato che gli azzurri erano presenti in Aula con il 96,23% dei propri deputati. Anche la Lega ha negato qualsiasi responsabilità, sostenendo che nessuno dei franchi tiratori appartenesse al Carroccio.
Meloni studia Vannacci e i suoi voti
La crisi sulle preferenze si intreccia con la crescita politica di Roberto Vannacci. Fratelli d’Italia e gli uomini dell’ex generale hanno votato insieme due emendamenti, entrambi respinti, e hanno iniziato a mandarsi segnali su alcuni dei temi più identitari della destra.
Dentro FdI convivono due linee. Una parte del partito considera Vannacci una presenza incompatibile con la strategia europea e istituzionale costruita da Meloni. Un’altra ritiene invece che i suoi voti possano diventare indispensabili per consentire al centrodestra di superare il campo largo alle prossime elezioni.
La presidente del Consiglio continua a escludere pubblicamente un accordo. Teme che l’ex generale possa trasformarsi in una mina vagante, alterare gli equilibri tra gli alleati e compromettere il percorso di accreditamento internazionale seguito negli ultimi anni.
Le simulazioni elettorali, tuttavia, hanno aperto una discussione nel partito. Con un sistema proporzionale accompagnato dal premio di maggioranza, anche pochi punti percentuali potrebbero risultare decisivi. Per questo Meloni segue i sondaggi di Vannacci e invita FdI a insistere sui temi della sicurezza, delle baby gang e delle preferenze, senza lasciare all’ex generale l’esclusiva delle battaglie più popolari.
Forza Italia apre un altro fronte sulle intercettazioni
Le tensioni più immediate arrivano però da Forza Italia. Dopo lo scontro sulla legge elettorale, gli azzurri hanno confermato il loro no all’emendamento di Fratelli d’Italia che allargherebbe l’utilizzo delle intercettazioni nei confronti di soggetti diversi da quelli inizialmente coinvolti nelle indagini.
Il testo, sostenuto dal partito di Meloni e richiesto dal procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, viene considerato da Forza Italia incompatibile con la propria linea garantista. I capigruppo Enrico Costa e Stefania Craxi hanno ribadito che il partito non intende arretrare.
«La giustizia è l’identità di Forza Italia», ha affermato Costa. «Non cambiamo perché abbiamo perso il referendum. Se FdI insiste sulle intercettazioni, se le vota con il M5s. Così di nuovo spaccheremo l’alleanza».
La norma sulle chat resta intanto ferma alla Camera, mentre la riforma della prescrizione è bloccata al Senato. Sulla giustizia, come sulla legge elettorale, la maggioranza conserva i numeri per governare ma non riesce più a nascondere la diffidenza tra alleati. Il voto segreto sulle preferenze ha trasformato le divisioni politiche in una caccia ai sospetti che ora accompagna ogni passaggio parlamentare.







