Il software «americano» usato anche dalla polizia italiana era gestito dalla Russia? Il caso Oxygen Forensics scuote l’Europa

Oxygen Forensics

Sulla carta era una società americana, con sede in Virginia e un’attività particolarmente delicata: entrare dentro smartphone e computer, estrarne i dati e permettere agli investigatori di analizzarli. Adesso, però, intorno a Oxygen Forensics esplode un caso che attraversa Stati Uniti, Russia ed Europa e arriva direttamente in Italia. Il Dipartimento di Giustizia americano sostiene infatti che il software dell’azienda fosse sviluppato e gestito da un team in Russia guidato dal cittadino russo Oleg Sergeyevich Davydov. E quei prodotti, nel frattempo, sono entrati anche nell’universo investigativo europeo.

La questione diventa particolarmente sensibile proprio per la natura della tecnologia. Non stiamo parlando di una normale applicazione commerciale, ma di strumenti di digital forensics, utilizzati per estrarre, organizzare e analizzare informazioni contenute nei dispositivi elettronici e quindi potenzialmente impiegati anche nella raccolta delle prove durante le indagini.

Il caso coinvolge anche l’Italia: un documento tecnico della Procura di Sassari dell’aprile 2026 elenca infatti Oxygen Forensics tra i sistemi utilizzabili dalla polizia giudiziaria per l’estrazione e l’analisi dei dati contenuti nei dispositivi mobili.

Oxygen Forensics, l’accusa americana: «Software sviluppato e gestito in Russia»

Oxygen Forensics si presenta come una società statunitense e ha la propria sede ufficiale in Virginia. Secondo le accuse formulate dalle autorità americane, tuttavia, dietro lo sviluppo e la gestione del software avrebbe operato un team basato in Russia. Il Dipartimento di Giustizia indica in Oleg Sergeyevich Davydov la figura che avrebbe diretto quel gruppo.

È un elemento particolarmente delicato perché i software forensi lavorano proprio sui dati che possono diventare materiale investigativo: messaggi, fotografie, documenti, informazioni memorizzate sui dispositivi e altri elementi digitali recuperabili durante un’indagine. Questo, però, non significa che quei dati siano finiti nelle mani di soggetti russi. La denuncia americana non sostiene che il software di Oxygen Forensics contenesse codice dannoso e non accusa l’azienda di avere ottenuto accessi non autorizzati ai sistemi o alle informazioni dei propri clienti. Una distinzione fondamentale per comprendere la reale portata del caso.

Il software utilizzabile anche dalla polizia giudiziaria italiana

L’Italia compare direttamente nella vicenda. Nel documento tecnico della Procura di Sassari dell’aprile scorso, Oxygen Forensics figura infatti tra gli strumenti a disposizione per effettuare operazioni di estrazione e analisi dei dati dai dispositivi mobili. I prodotti dell’azienda sarebbero inoltre stati acquistati o accreditati dalle forze di polizia di diversi Paesi europei, tra i quali Italia, Germania, Spagna e Polonia.

Il punto non riguarda quindi soltanto la provenienza societaria del produttore, ma la particolare funzione svolta dai suoi programmi. La digital forensics rappresenta ormai una componente fondamentale delle investigazioni: telefoni e computer possono contenere conversazioni, spostamenti, fotografie, documenti e una quantità enorme di altre informazioni capaci di assumere valore probatorio. Proprio per questo l’origine, lo sviluppo e il controllo degli strumenti utilizzati per estrarre quei dati costituiscono un tema di sicurezza particolarmente sensibile.

Oxygen Forensics compare anche in progetti finanziati dall’Unione europea

La vicenda si allarga ulteriormente perché i prodotti Oxygen sarebbero comparsi anche in almeno due progetti finanziati dall’Unione europea dedicati alla raccolta, all’elaborazione e alla condivisione delle prove digitali. Tra questi figura Inspectr, progetto finanziato nell’ambito di Horizon 2020 e rimasto operativo fino al 2023.

Su questo punto, però, la Commissione europea ha fornito una precisazione importante: Oxygen Forensics non faceva parte dei consorzi coinvolti nei due progetti e quindi non ha ricevuto direttamente finanziamenti dell’Unione europea. I suoi prodotti sarebbero stati utilizzati nell’ambito delle attività, cosa diversa dall’essere beneficiari dei fondi comunitari.

Il collegamento con una società che vendeva tecnologia all’Fsb

C’è poi un altro elemento che rende il dossier ancora più delicato. I proprietari russi attribuiti a Oxygen avrebbero controllato anche MKO Systems, società che avrebbe commercializzato la stessa tecnologia di base verso organismi russi, compresi l’Fsb e il ministero dell’Interno. È questo intreccio a sollevare interrogativi sulla catena di sviluppo e controllo di strumenti utilizzati contemporaneamente nel settore investigativo occidentale.

Ma anche qui occorre separare gli interrogativi dalle prove: non risulta dall’accusa americana che Oxygen abbia consegnato alla Russia i dati estratti dalle forze dell’ordine europee, né che abbia utilizzato backdoor o altri sistemi per impossessarsene. Il problema sollevato riguarda invece chi sviluppasse realmente la tecnologia e quale fosse la struttura societaria e operativa dietro un’azienda formalmente americana.

La domanda più delicata: chi controlla gli strumenti che estraggono le prove digitali?

Ed è probabilmente questo il punto destinato ad avere conseguenze più ampie. Smartphone e computer sono diventati vere e proprie miniere investigative e gli strumenti utilizzati per entrarvi devono offrire garanzie elevatissime non soltanto sull’efficacia tecnica, ma anche sulla sicurezza e sulla provenienza della tecnologia. Il caso Oxygen Forensics pone quindi una domanda che riguarda l’intera Europa: quanto conoscono realmente le istituzioni della filiera tecnologica degli strumenti utilizzati per acquisire le prove digitali?

Per ora non esistono elementi, almeno nelle accuse riportate, che dimostrino una sottrazione di informazioni o un’attività di spionaggio ai danni delle autorità europee. Ma se le contestazioni americane sulla gestione russa della tecnologia troveranno conferma, resterà un problema tutt’altro che secondario: capire come un software con una filiera di sviluppo così controversa abbia potuto entrare negli strumenti utilizzati dalle forze dell’ordine di diversi Paesi europei, Italia compresa.