Nel Carroccio ormai ogni gesto produce un sospetto, ogni chat accende una congiura e ogni riunione somiglia alla prova generale di una resa dei conti. Attilio Fontana condivide in un vecchio gruppo leghista una bozza di statuto del Partito liberale federalista italiano, il Plfi, poi prova a spegnere l’incendio parlando di un semplice «esercizio giuridico» elaborato da un amico avvocato. Ma nella Lega che precipita nei sondaggi, perde il Nord e vede Roberto Vannacci portarsi via elettori, parlamentari e parole d’ordine, nessuno considera più innocente neppure un file inoltrato per errore.
La bozza contiene troppo per sembrare soltanto un passatempo estivo. Prevede un nuovo soggetto politico, richiama esplicitamente il federalismo liberale di Gaetano Salvemini, immagina tre grandi aree territoriali dotate di un proprio presidente e affida la guida nazionale a un segretario. Non è un volantino improvvisato, ma un impianto organizzativo completo, perfettamente compatibile con il malessere che da mesi attraversa i governatori, gli amministratori e la vecchia classe dirigente settentrionale. Fontana nega che esista un progetto formalmente in campo, ma la circolazione del documento conferma almeno una cosa: dentro il mondo leghista qualcuno ragiona ormai su ciò che potrebbe venire dopo Salvini.
Salvini irrompe nel direttivo lombardo e cerca di fermare la rivolta
Il segretario ha capito che la situazione non consente più rinvii. Ha convocato personalmente il direttivo lombardo, fissandolo in pieno agosto e annunciando la propria partecipazione. Una scelta irrituale, perché il leader federale raramente entra direttamente in una riunione regionale e perché l’appuntamento non figurava nel calendario fino a pochi giorni fa. Salvini vuole guardare in faccia Attilio Fontana, Massimiliano Romeo e quella parte della Lega lombarda che i suoi fedelissimi accusano apertamente di costruire un fronte anti-segretario.
L’ultima riunione di luglio aveva già mostrato la profondità dello scontro. Luca Toccalini, Fabrizio Cecchetti e Paolo Formentini avevano attaccato Romeo e Fontana, accusandoli di lavorare contro la leadership. Romeo aveva risposto con una domanda che riassume meglio di qualsiasi manifesto la crisi del partito: «Noi che ci stiamo a fare se le nostre istanze non vengono prese in considerazione?». Non rimpiange la Padania, ma rivendica il diritto del Nord a non diventare una comparsa dentro un movimento che parla soprattutto di temi nazionali, sicurezza, immigrazione e battaglie identitarie.
Salvini aveva già congelato nei mesi scorsi un’altra bozza di riforma dello statuto che avrebbe restituito maggiori poteri ai dirigenti settentrionali. Ora si ritrova davanti uno schema ancora più radicale: non due Leghe dentro lo stesso partito, ma un possibile partito nuovo, federalista, liberale e autonomo dal segretario.
La Lega crolla sotto il 6% e Vannacci si prende i suoi elettori
La guerra interna non nasce soltanto dalle ambizioni personali. Nasce dai numeri. L’ultimo sondaggio Swg per La7 assegna alla Lega il 5,5%, mentre Futuro Nazionale raggiunge il 7,2% e si porta a due decimali da Forza Italia. La media dei sondaggi di luglio conferma la stessa tendenza: Vannacci ha guadagnato circa tre punti in due mesi e ha ormai superato stabilmente il partito che lo aveva accolto, candidato e trasformato in uno dei protagonisti della destra italiana.
Il generale raccoglie proprio ciò che Salvini ha progressivamente disperso. Intercetta gli elettori più radicali sul terreno dell’immigrazione, della protesta contro Bruxelles, del rapporto con Mosca e della destra identitaria. Il Nord produttivo, invece, guarda con crescente insofferenza a un partito che non riesce più a imporre il proprio peso su autonomia, infrastrutture, fisco e interessi territoriali. La Lega perde così da entrambe le parti: Vannacci le porta via la rabbia nazionale, mentre Fontana, Romeo e gli amministratori settentrionali le contestano l’abbandono delle origini.
Il problema non riguarda più soltanto la sopravvivenza di Salvini. Riguarda l’utilità stessa del Carroccio. Con Fratelli d’Italia egemone nella coalizione, Forza Italia sempre più attiva sui temi economici e Futuro Nazionale capace di occupare la destra estrema, la Lega fatica a spiegare agli elettori quale spazio politico voglia ancora rappresentare.
Il simbolo di Pontida diventa un altro campo di battaglia
Anche la grafica scelta per il raduno del 20 settembre è diventata materia da processo politico. Nella prima locandina comparivano soltanto la parola «Lega» e Alberto da Giussano, senza il riferimento a «Salvini premier». Il partito ha dovuto precisare che il simbolo ufficiale non cambia, ma la smentita non ha cancellato il significato politico dell’episodio. In una forza attraversata dal sospetto, persino una scelta grafica diventa la prova di un ritorno al Nord o di una lenta rimozione del segretario.
Pontida arriverà dopo settimane di veleni e potrebbe trasformarsi nel tribunale del Carroccio. Alla vigilia del raduno, i vecchi militanti preparano anche una veglia in memoria di Umberto Bossi, organizzata dall’ex senatore Giuseppe Leoni per il 19 settembre. Non è soltanto un omaggio al fondatore scomparso: è il richiamo a una Lega che aveva un territorio, un popolo e un’identità riconoscibile, proprio ciò che molti dirigenti ritengono perduto.
La festa di luglio nell’area bergamasca aveva già mostrato sedie vuote e una partecipazione lontana dai tempi migliori. Ora Salvini arriva al direttivo lombardo con un partito sotto il 6%, un ex alleato che lo ha superato e un governatore che, per errore o per calcolo, mette in circolazione lo statuto di una possibile alternativa.
Fontana minimizza, ma il messaggio è arrivato
Può darsi davvero che il Plfi non nasca mai. Può darsi che nessuno abbia ancora deciso di compiere la scissione e che Fontana abbia inoltrato il documento senza attribuirgli un valore operativo. Ma in politica conta anche il momento nel quale un’idea compare. E questa compare quando la Lega tocca uno dei punti più bassi della propria storia recente, il Nord si sente tradito e Salvini non riesce più a controllare né la protesta interna né la fuga degli elettori.
Il governatore può continuare a fare il pesce in barile. Il problema, per il segretario, non è stabilire se esista già il Partito liberale federalista italiano. È sapere che, dentro il suo partito, qualcuno ha cominciato a immaginarlo.







