Per trent’anni ha accompagnato Silvio Berlusconi mantenendo aperti i canali con avversari e istituzioni. Dalle trattative durante i sequestri in Iraq al difficile rapporto tra Palazzo Chigi e il Quirinale di Giorgio Napolitano, fino all’incontro dell’aprile scorso con Antonio Tajani, Marina e Pier Silvio Berlusconi sul futuro di Forza Italia: a 91 anni Gianni Letta continua a esercitare un mestiere che nella politica italiana sembra diventato sempre più raro.
Gianni Letta, il rapporto con Silvio Berlusconi
Novantun anni, un mondo politico praticamente scomparso alle spalle e nessuna intenzione di diventare il monumento di se stesso. Il 10 aprile scorso, quando Antonio Tajani è entrato negli uffici Mediaset di Cologno Monzese per un incontro di quasi quattro ore con Marina e Pier Silvio Berlusconi sul futuro di Forza Italia, nella stanza c’era ancora una volta Gianni Letta. Silvio Berlusconi non c’è più da tre anni, il centrodestra ha cambiato guida, Palazzo Chigi ha un’altra inquilina e Forza Italia deve fare i conti con il futuro senza il suo fondatore, ma quando bisogna parlarsi seriamente e soprattutto evitare che una distanza diventi una rottura, continuano a chiamare lui.
Chiamarlo l’Highlander della politica può sembrare una concessione all’ironia, eppure nel suo caso la metafora funziona al contrario: gli immortali del cinema attraversano il tempo combattendo, mentre Letta ha attraversato governi, crisi, maggioranze, presidenti della Repubblica e stagioni politiche cercando quasi sempre di evitare che lo scontro arrivasse al punto di non ritorno. Non ha costruito una corrente, non ha avuto bisogno di occupare quotidianamente le televisioni e raramente ha utilizzato una dichiarazione per ricordare agli altri quanto fosse importante. Il suo potere stava soprattutto nella capacità di sussurrare la rotta a chi, in quel momento, doveva prendere una decisione, conoscendo abbastanza bene la politica da sapere che qualche volta conta più capire cosa non fare che suggerire cosa fare.
Il rapporto con Silvio Berlusconi aiuta a capire il personaggio. Erano quasi l’opposto e probabilmente proprio per questo finirono per completarsi. Berlusconi era istinto, accelerazione, rapporto diretto con l’opinione pubblica, capacità di rompere equilibri che sembravano immutabili; Letta era misura, conoscenza delle istituzioni, prudenza, memoria dei rapporti personali e consapevolezza che l’uomo attaccato oggi poteva diventare l’interlocutore indispensabile di domani. Berlusconi conquistava lo spazio politico, Gianni Letta cercava di renderlo praticabile, continuando a parlare anche con chi aveva appena subito uno strappo del Cavaliere. Non era il suo correttore, era il complemento di una leadership costruita su caratteristiche quasi opposte alle sue.
Gianni Letta: la carriera tra giornalismo e istituzioni
Nato ad Avezzano il 15 aprile 1935, giornalista e poi direttore de Il Tempo, Letta entrò successivamente nel mondo Fininvest e seguì Berlusconi nell’avventura politica senza trasformarsi mai in un uomo di partito nel senso tradizionale del termine. Fu più volte sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, collocato dunque nel cuore della macchina governativa, ma il suo patrimonio non era un pacchetto di voti: erano i rapporti costruiti negli anni, la credibilità personale e la possibilità di entrare in ambienti politicamente lontani dal suo senza essere considerato un intruso. Giuliano Ferrara ne diede una definizione rimasta celebre: mentre gli altri si domandavano cosa fare, Letta sapeva cosa non fare.
Nella casa romana di Gianni Letta alla Camilluccia finì persino per diventare famosa una crostata preparata dalla moglie Maddalena, servita mentre Berlusconi e Massimo D’Alema discutevano di riforme. Qualche anno dopo, con l’Italia coinvolta nella guerra in Iraq e il Paese profondamente diviso su quella scelta, Letta si trovò a esercitare la stessa capacità di interlocuzione in circostanze nelle quali la posta in gioco era molto diversa.
Gianni Letta e la liberazione degli ostaggi in Iraq
Nel settembre del 2004 Simona Pari e Simona Torretta erano ostaggio in Iraq da settimane. La loro liberazione veniva trattata attraverso i servizi di intelligence, la diplomazia e diversi canali aperti nell’area, mentre in Italia governo e opposizione continuavano a dividersi duramente sulla guerra. La sera prima della liberazione, come Berlusconi avrebbe raccontato poche ore dopo in Parlamento, era stata individuata anche la sede nella quale si trovavano gli ostaggi ed era stata presa in considerazione l’ipotesi di un blitz militare. Il rischio fu giudicato troppo alto e il governo decise di proseguire lungo un’altra delle strade aperte dalla trattativa.
Letta, che seguiva la vicenda dalla Presidenza del Consiglio, aveva tenuto al corrente non soltanto Berlusconi ma anche i leader dell’opposizione. Lo fece nei giorni precedenti e tornò a farlo quella mattina, comunicando loro la scelta assunta durante la notte. Gli avversari del governo, riferì Berlusconi al Senato, convennero che fosse la decisione più opportuna. Quando arrivò la notizia della liberazione, Letta chiamò le famiglie delle due cooperanti.
Quel pomeriggio a Palazzo Madama Berlusconi disse che l’intera operazione era stata seguita in maniera straordinaria da Gianni Letta, ricordando che aveva lavorato «giorno e notte, sabato e domenica» e mantenuto costantemente informati anche i leader dell’opposizione. Gli applausi arrivarono dai banchi della maggioranza e da quelli dell’opposizione. Subito dopo prese la parola Gavino Angius, allora presidente dei senatori dei Democratici di sinistra, che ribadì le profonde divergenze sulla guerra ma riconobbe al governo di avere lavorato con riservatezza e collaborazione, ringraziando espressamente anche Letta.
Il caso Giuliana Sgrena e il ruolo di Letta
Cinque mesi dopo fu la volta di Giuliana Sgrena. Il 4 marzo 2005 Nicola Calipari, dirigente del SISMI, riuscì a ottenere a Baghdad la liberazione della giornalista del Manifesto, rapita un mese prima. Durante il trasferimento verso l’aeroporto fu lo stesso Calipari a telefonare a Gianni Letta e al direttore del SISMI Nicolò Pollari per comunicare che Sgrena era stata liberata. Poco dopo l’automobile sulla quale viaggiavano la giornalista e gli uomini dell’intelligence italiana venne raggiunta dal fuoco statunitense. Calipari morì, mentre Sgrena rimase ferita.
Più tardi, dall’ospedale americano di Baghdad, anche Sgrena parlò al telefono con Letta: «Sono piena di fili e di tubi ma sto bene», furono le parole riportate quella sera dal Corriere della Sera. In quella vicenda i ruoli erano distinti: sul terreno avevano operato Calipari e gli uomini dell’intelligence, mentre Gianni Letta rappresentava uno dei riferimenti politico-istituzionali a Roma.
Gianni Letta e il rapporto con Giorgio Napolitano
Con Giorgio Napolitano quella capacità di interlocuzione si misurò per anni con una convivenza istituzionale difficile. Il rapporto tra il presidente della Repubblica e Berlusconi non fu affatto pacificato: ci furono scontri, tensioni e momenti nei quali Quirinale e Palazzo Chigi si trovarono su posizioni difficilmente conciliabili. Il canale tra le due istituzioni, tuttavia, rimase aperto.
L’8 novembre 2011, mentre la crisi finanziaria stringeva l’Italia e il governo aveva mostrato alla Camera tutta la fragilità della propria maggioranza, Berlusconi salì al Quirinale per incontrare Napolitano e comunicargli che, una volta approvata la legge di stabilità, avrebbe rimesso il mandato. Il comunicato ufficiale della Presidenza della Repubblica annotò che il presidente del Consiglio era «accompagnato dal Sottosegretario dott. Gianni Letta». Nel passaggio più delicato dell’ultimo governo Berlusconi, l’uomo che accompagnava il Cavaliere dentro quella stanza era ancora lui.
Otto giorni dopo arrivò un riconoscimento ancora più esplicito. Il 16 novembre, salutando il governo uscente dopo la nascita dell’esecutivo guidato da Mario Monti, Napolitano rivolse pubblicamente a Letta uno «speciale ringraziamento» per la continua e scrupolosa collaborazione istituzionale, ricordandone la sensibilità, la competenza e lo spirito di servizio con cui aveva contribuito a mantenere «vivo e limpido» il rapporto tra il presidente della Repubblica e il governo.
Gianni Letta dopo la morte di Silvio Berlusconi
Quando Berlusconi morì, il 12 giugno 2023, Letta scelse inizialmente di non aggiungere la propria voce al coro delle commemorazioni. Spiegò successivamente di non essere riuscito a trovare parole adeguate e di avere preferito custodire il sentimento e i ricordi, anche perché aveva avuto la sensazione che alcuni celebrassero Berlusconi per celebrare se stessi. Per spiegare quel silenzio ricorse a Pascal. Anche allora preferì aspettare piuttosto che parlare perché tutti parlavano.
Il ruolo di Gianni Letta nel centrodestra di oggi
Giorgia Meloni governa da quasi quattro anni e il centrodestra che guida è profondamente diverso da quello costruito da Berlusconi. Sono cambiati la leadership, i rapporti di forza tra i partiti e i meccanismi interni della coalizione, mentre la comunicazione politica ha accelerato fino a rendere pubbliche trattative che un tempo sarebbero rimaste riservate per giorni.
Nel centrodestra di oggi quella funzione appare distribuita tra più figure e livelli, senza concentrarsi in un unico interlocutore con le caratteristiche che aveva Letta accanto a Berlusconi. Giorgia Meloni gestisce personalmente molti dei rapporti politici più delicati, mentre altri passaggi vengono affidati, di volta in volta, ai vertici del governo, ai dirigenti dei partiti della coalizione o ai collaboratori di Palazzo Chigi. È cambiato anche il modo di esercitare la leadership: Berlusconi aveva accanto un uomo riconoscibile come interlocutore anche dall’altra parte, capace di muoversi tra maggioranza, opposizione e istituzioni senza avere bisogno di una propria esposizione politica. Nel centrodestra attuale quella funzione non appare concentrata in una figura perfettamente sovrapponibile a Letta.
Gli anni di Berlusconi non furono meno conflittuali: furono attraversati da crisi istituzionali, manifestazioni, processi e accuse durissime. Dentro quello scontro, però, operavano anche figure incaricate di mantenere rapporti che pubblicamente sembravano compromessi. Letta ha rappresentato per molto tempo una di quelle figure e la sua presenza ancora oggi nelle vicende di Forza Italia mostra quanto il partito continui a fare i conti anche con la rete di relazioni costruita attorno al suo fondatore.
Gianni Letta e il futuro di Forza Italia
Il 10 aprile scorso, a Cologno Monzese, Gianni Letta era ancora lì, al tavolo sul futuro di Forza Italia con Antonio Tajani, Marina e Pier Silvio Berlusconi. A 91 anni, dopo avere attraversato praticamente l’intera storia della Seconda Repubblica, continuava a svolgere un lavoro cominciato molti decenni prima, quando i protagonisti, i partiti e persino la geografia politica italiana erano completamente diversi.
Nel 2004 teneva informati governo e opposizione mentre si cercava di riportare a casa Simona Pari e Simona Torretta; nel 2011 Napolitano gli riconosceva pubblicamente di avere contribuito a mantenere «vivo e limpido» il rapporto tra Quirinale e governo; nell’aprile del 2026 era ancora seduto al tavolo mentre la famiglia Berlusconi e Tajani discutevano il futuro di Forza Italia. Gianni Letta ha trascorso gran parte della propria vita politica lontano dal centro della scena, ma abbastanza vicino ai protagonisti da essere chiamato quando due parti avevano ancora bisogno di parlarsi.







