Al Bano sfida gli haters dopo il concerto in Israele: «Non mi vergogno. Canterò anche a Gaza, Kiev e Mosca per la pace»

Al Bano e l’Armata Rossa

A 83 anni Al Bano non sembra avere alcuna intenzione di farsi spiegare dove può cantare, soprattutto da quelli che definisce «leoni della tastiera». Dopo la bufera scoppiata per il concerto del 13 settembre a Tel Aviv, il cantante di Cellino San Marco risponde alle accuse, rivendica la scelta di esibirsi in Israele e rilancia con un programma che, se mai riuscisse a realizzarlo, avrebbe bisogno più della diplomazia internazionale che di un tour manager: Gaza, Kiev e persino la Piazza Rossa di Mosca.

«Non capisco tutta questa acredine, questa cattiveria», racconta Al Bano, che non nasconde quanto lo abbiano ferito alcuni degli attacchi ricevuti. Qualcuno sui social è arrivato a definirlo «un porco» e lui replica senza troppi giri di parole: «So che la mia anima non è nera come quella di chi ha scritto che io sono un porco».

Ma soprattutto rifiuta l’equazione tra cantare in Israele e sostenere la guerra a Gaza. «Io vado a cantare in Israele da ormai quasi trent’anni. Solo adesso si sono accorti che vado là?», domanda. Poi mette sul tavolo la promessa destinata a riaccendere la discussione: «Non vedo l’ora di poter cantare a Gaza».

Al Bano dopo Tel Aviv: «In un giorno mi hanno fatto diventare un assassino»

Il cantante ricorda di essere già stato in Terra Santa nell’aprile 2025, quando partecipò a un pellegrinaggio di pace e si esibì anche nella Basilica dell’Annunciazione di Nazareth. Per questo non accetta che il concerto israeliano lo abbia trasformato improvvisamente, almeno agli occhi dei suoi contestatori, in un sostenitore della guerra.

«Dove erano tutti questi odiatori del web quasi due anni fa, quando andai anche a Gerusalemme, a Nazareth e poi, nel convento dei Francescani, cantai per i bambini di Gaza? Dopo Tel Aviv, in un giorno mi hanno fatto diventare un assassino».

Al Bano insiste soprattutto su una distinzione: un governo e il suo popolo non sono la stessa cosa. «Quando un Paese è in guerra i suoi cittadini non sono tutti d’accordo con la guerra. Gli israeliani non sono tutti d’accordo con quel che viene fatto a Gaza». Per questo, conclude, continuerà a esibirsi «dove mi chiamano».

E alle accuse di aver accettato il concerto israeliano per denaro risponde ricordando tasse, musicisti e costi dell’organizzazione, mentre sostiene di aiutare chi ha bisogno senza trasformare la beneficenza in pubblicità.

«Non si punisce un popolo non cantando»

La posizione di Al Bano sul boicottaggio culturale è altrettanto netta. Il cantante respinge l’idea che un artista debba evitare un Paese per condannarne le scelte politiche e sintetizza il proprio pensiero in una frase: «Non si punisce un popolo non cantando».

Nel suo ragionamento entrano sia Gaza sia il massacro del 7 ottobre. Al Bano dice di aver visto «scene disumane» dell’attacco contro Israele e ricorda le persecuzioni subite dagli ebrei, ma nello stesso tempo definisce quanto sta accadendo nella Striscia «una vergogna mondiale» e «una vergogna per l’umanità».

«Israeliani o palestinesi, entrambi i popoli hanno diritto alla pace. Dobbiamo far guerra alla guerra», afferma. E sul concerto del 13 settembre non concede spazio ai ripensamenti: «Non mi vergogno di aver cantato in Israele».

La prossima tappa ideale, semmai, dovrebbe trovarsi dall’altra parte del conflitto: «Canterò nella Striscia, non appena si saranno calmate le acque. Canterò per i palestinesi».

Da Gaza a Kiev fino a Mosca: il tour della pace di Al Bano

Se Gaza appare oggi una destinazione impossibile, Al Bano non si ferma certo lì. Nel suo personale atlante musicale della pace compare anche Kiev. Il cantante ricorda di avere ospitato per un anno alcuni ucraini nella propria casa e dice di aspettare il momento in cui potrà esibirsi anche nella capitale ucraina.

Poi c’è Mosca, dove Al Bano conserva da sempre un’enorme popolarità. Il suo entourage russo lo avrebbe già preallertato per la primavera del 2027, quando il cantante spera di poter tenere un grande concerto per la pace nella Piazza Rossa.

«Secondo il mio agente la pace è vicina, parliamo di mesi», racconta. Una previsione che appartiene al suo agente e che naturalmente dipende da sviluppi politici e militari ben più grandi di qualsiasi organizzazione musicale.

Il progetto di Al Bano, però, resta quello: cantare in Israele senza considerarsi complice del governo israeliano, andare a Gaza appena le condizioni lo consentiranno, esibirsi a Kiev e tornare a Mosca soltanto quando potrà farlo nel nome della pace.

Il sogno di Al Bano: un «ministero mondiale della pace»

In mezzo a guerre, concerti e polemiche social, Al Bano trova anche il tempo per proporre una nuova istituzione internazionale: un ministero mondiale della pace.

L’idea nasce da una domanda apparentemente ingenua ma perfettamente coerente con il personaggio: se esistono ministeri dell’Agricoltura, della Cultura, del Lavoro e della Difesa, perché nessuno ha mai pensato a un ministero dedicato esclusivamente alla pace?

Il suo sogno arriva fino alla riconversione dell’industria bellica: vorrebbe vedere le fabbriche che producono armi costruire «giocattoli veri, non bombe» e biciclette per i bambini poveri.

Qualcuno potrà considerarlo utopistico, qualcun altro tremendamente ingenuo. Al Bano, però, a 83 anni non sembra particolarmente preoccupato del giudizio altrui. Ha cantato a Tel Aviv, vuole cantare a Gaza, aspetta Kiev e tiene libera una casella dell’agenda per Mosca.

Più che un tour mondiale, servirebbe un miracolo diplomatico. Ma se mai dovesse arrivare, Al Bano sembra già pronto con il microfono in mano.