Giorgia Meloni ha deciso di mettere il burqa al bando nelle scuole italiane. Il provvedimento annunciato dalla presidente del Consiglio dovrebbe arrivare presto sul tavolo del governo insieme al tetto per gli studenti stranieri nelle classi e all’obbligo di imparare l’italiano per i genitori degli alunni con gravi problemi di inserimento scolastico.
«A scuola si va a viso scoperto», ha scandito Meloni davanti alla platea di Fenix, aggiungendo che nessuno può pretendere che una giovane donna debba nascondersi in nome di una tradizione e che la parità tra uomo e donna non è negoziabile. Il divieto annunciato riguarda burqa e niqab, cioè gli indumenti che coprono integralmente o quasi integralmente il volto.
Fin qui l’annuncio politico. Poi arrivano i numeri e la domanda diventa inevitabile: quante ragazze entrano davvero ogni mattina nelle scuole italiane indossando un burqa o un niqab?
Il piccolo problema è che nessuno le ha mai contate
Non esiste un dato ufficiale nazionale che dica quante studentesse indossino il velo integrale nelle scuole. Nessun ministero pubblica una statistica del genere e quindi chiunque presenti una cifra precisa come se provenisse da un censimento rischia di raccontare qualcosa che semplicemente non sappiamo.
Una stima pubblicata nelle ultime ore prova però a ricavare un ordine di grandezza partendo dalla popolazione scolastica straniera. Gli studenti senza cittadinanza italiana sono 931.323, pari all’11,6% del totale, ma naturalmente rappresentano provenienze, culture e religioni molto diverse.
La stima considera circa 350 mila studenti appartenenti a famiglie musulmane e, da questa platea, restringe progressivamente il calcolo alle ragazze in età nella quale potrebbe essere indossato il velo. Infine applica una percentuale inferiore all’1% per quelle che sceglierebbero la copertura integrale del volto.
Il risultato porta a circa 500-600 possibili studentesse con burqa o niqab in tutta Italia. Non cinquemila, non cinquantamila: qualche centinaio. È fondamentale ripeterlo, però: si tratta di una stima, non del risultato di un censimento effettuato nelle scuole.
Una ragazza con il volto coperto ogni centinaia di classi
Il dato diventa ancora più curioso se lo si mette in rapporto con le dimensioni della scuola italiana. Le classi sono circa 320 mila e, utilizzando quella stima, si arriva teoricamente a una studentessa con velo integrale ogni 660 classi considerando l’intero sistema scolastico.
Restringendo il calcolo alle sole classi nelle quali, per età delle studentesse, il fenomeno potrebbe presentarsi, il rapporto diventerebbe di circa una ogni 240.
Numeri che non eliminano naturalmente la possibilità di stabilire una regola. Un fenomeno non deve necessariamente riguardare decine di migliaia di persone perché il legislatore decida di disciplinarlo. Ma aiutano a capire quanto sia concretamente diffusa la situazione sulla quale il governo ha deciso di intervenire.
Ed è qui che l’annuncio assume inevitabilmente anche una forte valenza politica: la battaglia contro burqa e niqab possiede una capacità simbolica enormemente superiore alle dimensioni numeriche del fenomeno nelle scuole.
Burqa, niqab e hijab: non sono la stessa cosa
C’è inoltre un’altra distinzione essenziale. Parlare genericamente di «velo islamico» rischia di mettere insieme indumenti profondamente differenti.
Il burqa copre interamente corpo e volto, compresi gli occhi attraverso una griglia di tessuto. Il niqab lascia invece scoperta soltanto la zona degli occhi. L’hijab, enormemente più diffuso, copre capelli e collo ma lascia completamente visibile il volto.
L’annuncio pubblico della premier è stato riportato nelle ricostruzioni più recenti come riferito a burqa e niqab, cioè alla copertura del volto.
La differenza non è affatto secondaria. Se il principio indicato dal governo è che «a scuola si va a viso scoperto», il nodo riguarda proprio gli indumenti che impediscono l’identificazione del volto e non automaticamente qualsiasi velo portato da una studentessa musulmana.
Una battaglia enorme per un fenomeno minuscolo?
È probabilmente questa la domanda destinata ad accompagnare il provvedimento quando arriverà in Consiglio dei ministri. Meloni presenta il divieto come una questione di libertà femminile e di parità tra uomini e donne. Il governo può certamente decidere che la scuola pubblica debba imporre il volto scoperto indipendentemente dal numero delle persone interessate.
Resta però il dato politico: si prepara una norma nazionale per affrontare un fenomeno che, stando alle stime disponibili, potrebbe coinvolgere soltanto poche centinaia di studentesse su oltre otto milioni di alunni.
Ed è forse proprio questa sproporzione a rendere la storia interessante. Il burqa nelle scuole italiane occupa improvvisamente il centro del dibattito nazionale, ma quando si prova a contare le ragazze che potrebbero realmente indossarlo bisogna attraversare centinaia di classi prima di trovarne, statisticamente, una.







