Raffaella Carrà, parla il figlio adottivo Gian Luca Pelloni Bulzoni: «Quando scoprì il tumore mi disse: ho deciso di adottarti»

Raffaella Carrà

Per cinque anni ha scelto il silenzio. Non per assenza, non per distanza, ma per fedeltà. Gian Luca Pelloni Bulzoni, figlio adottivo di Raffaella Carrà ed erede universale della grande artista, ha parlato per la prima volta pubblicamente della loro storia nel giorno in cui «Raf», come la chiamava lui, avrebbe compiuto 83 anni. Lo ha fatto a Roma, annunciando la nascita della Fondazione Raffaella Carrà Ets e raccontando il legame privato con una donna che il pubblico ha conosciuto come icona assoluta della televisione italiana, ma che nella vita quotidiana proteggeva con fermezza il proprio mondo più intimo. «Non mi sono esposto prima per rispettare il suo stile — ha spiegato —. Lei proteggeva ferocemente la sua vita privata e non rilasciava interviste se non aveva “qualche progetto da raccontare”. Ma ora sono qui».

Il legame nato a Carramba! che sorpresa

Pelloni Bulzoni e Raffaella Carrà si conobbero nel 2001. L’intesa fu immediata e da quel momento il rapporto professionale si trasformò in un’amicizia sempre più profonda. «Io e Raf ci siamo conosciuti nel 2001, l’intesa fu immediata, mi volle a Carramba! Che sorpresa e lì iniziò la nostra amicizia. Sempre più importante, anno dopo anno, fino a quel giorno terribile». Quel giorno arrivò il 22 aprile 2020, nella casa all’Argentario, quando i medici diagnosticarono alla Carrà una malattia gravissima. «Tornammo di corsa a Roma per iniziare subito le cure ma appena due settimane dopo, il 4 maggio, i medici dissero che quel terribile tumore ai polmoni le sarebbe stato fatale. Per me fu una vera tranvata. Lei invece, che era una persona estremamente lucida e pragmatica, si mise alla scrivania e iniziò a scrivere».

«Ho deciso di adottarti»

Il racconto più forte arriva proprio da quelle ore. Gian Luca le chiese cosa stesse scrivendo. «Il testamento», rispose lei, secca. Il giorno dopo, mentre era con Sergio Japino, Raffaella lo chiamò e gli comunicò una decisione che avrebbe cambiato tutto: «Ho deciso di adottarti, dovrai portare avanti i miei progetti fatti in tutti questi anni e che tu solo conosci». Pelloni Bulzoni racconta di aver chiesto tempo per pensarci, ma la Carrà gli rispose con la sua consueta determinazione: «Prenditi il tempo che ti serve, basta che me lo dici adesso». A quel punto, spiega, «non potei che dire sì». Non fu soltanto un gesto affettivo. Fu anche una consegna morale, quasi una missione: custodire l’eredità artistica e umana di Raffaella Carrà senza tradirne lo stile, la riservatezza e la visione.

La Raffaella privata, lontana dai lustrini

Nel ricordo del figlio adottivo emerge una Carrà diversa da quella dei riflettori. Non la diva irraggiungibile, non soltanto la regina del sabato sera, ma una donna rigorosa, selettiva negli affetti, fedele a una cerchia ristretta di persone sincere. Pelloni Bulzoni lo dice con chiarezza: Raffaella era una donna «che tutti vorrebbero raccontare ma in pochi conoscono», perché «era una donna riservata, che amava circondarsi solo di amici sinceri. Il massimo per lei era stare a cena insieme e poi giocare a tressette o burraco». È forse qui che si misura la distanza tra il mito pubblico e la persona privata: da una parte la Carrà capace di parlare a intere generazioni, dall’altra una donna che considerava preziosa la normalità, la compagnia fidata, una cena senza clamore, una partita a carte dopo mangiato.

La Fondazione Raffaella Carrà Ets

La nascita della Fondazione Raffaella Carrà Ets vuole dare forma concreta a quell’eredità. Le attività previste saranno dedicate soprattutto ai giovani, con progetti di formazione nel canto, nella danza e nel cinema. Non una celebrazione nostalgica, dunque, ma uno strumento per trasformare il nome di Raffaella Carrà in opportunità, sostegno e futuro. A restituire il senso dell’iniziativa è stato anche il video proiettato durante la presentazione: non il Tuca Tuca, non Pedro, non A far l’amore comincia tu, ma la sigla dello show Amore del 2006, con una Carrà lontana dai lustrini e vicina ai bambini più fragili, bisognosi di cure e affetto.

Il nipote Matteo Pelloni, figlio di Vincenzo, fratello della Carrà, ha ricordato che «con quello show mia zia fece adottare a distanza quasi 150 mila bambini». E ha voluto chiarire anche il ruolo di Gian Luca Pelloni Bulzoni, spegnendo ogni ipotesi di tensione familiare: «Lui è l’unico in grado di realizzare il volere di mia zia. Io faccio un altro lavoro, non saprei da dove iniziare. Gian Luca, invece, aveva la fiducia della zia e ha la mia». Una frase che chiude il cerchio e consegna alla Fondazione il compito più delicato: non soltanto ricordare Raffaella Carrà, ma continuare a far vivere ciò che lei aveva immaginato.