Susanna Tamaro difende Vannacci e attacca la sinistra: «Interpreta paura e fragilità, le famiglie non ne possono più»

Susanna Tamaro entra nel dibattito su Roberto Vannacci e lo fa scegliendo una chiave precisa: non l’adesione propagandistica, non la difesa d’ufficio, ma la lettura di un fenomeno politico che, a suo giudizio, non può essere liquidato con una formula sbrigativa. Per la scrittrice, il consenso raccolto dal generale nasce da una frattura profonda tra politica, media e Paese reale. Una distanza che avrebbe lasciato scoperti pezzi interi di società, famiglie, periferie, persone spaventate da cambiamenti che avvertono come imposti dall’alto e non governati.

Il punto, secondo Tamaro, non è stabilire se Vannacci piaccia o meno ai salotti televisivi, ma capire perché riesca a parlare a un elettorato che non si sente più rappresentato. «Hanno ucciso il buonsenso – dice – e poi si lamentano di Roberto Vannacci. Ma il punto sa qual è? È che le persone lo votano perché hanno innato il buonsenso». È una frase che fotografa bene il terreno su cui la scrittrice colloca la questione: non l’ideologia, ma la percezione di una distanza crescente tra chi governa il discorso pubblico e chi vive quotidianamente le conseguenze delle scelte politiche, sociali e culturali.

Vannacci come interprete di una paura diffusa

Tamaro attribuisce al generale la capacità di intercettare un sentimento collettivo che la politica istituzionale, a suo avviso, non riesce più a governare. «Credo che Vannacci esprima posizioni che riguardano la realtà del paese, sì», afferma. Alla domanda su chi lo voti, la risposta è netta: «Lo votano le famiglie, le persone semplici, gli ultimi che sfuggono alle affabulazioni». Non è un endorsement elettorale esplicito, ma è certamente una lettura politica favorevole. Quando le viene chiesto se lo voterebbe, Tamaro non chiude la porta: «Ammetto di non averci mai pensato. Ma certo non lo considero una feccia. Non ne faccio una caricatura. Penso, anzi, che avrà sempre più seguito. Quanto al mio voto, sa… sono quarant’anni che mi turo il naso».

Il cuore del ragionamento è qui. Vannacci, nella lettura della scrittrice, non sarebbe un incidente della politica italiana, ma il sintomo di una domanda rimasta inevasa. «Io credo che una persona come lui interpreti bene il sentimento di paura e fragilità dei nostri tempi. Vannacci, oggi, cerca di offrire le risposte che il governo in carica non riesce a dare perché istituzionalizzato». La parola chiave è “istituzionalizzato”: secondo Tamaro, il governo, una volta entrato pienamente nei vincoli della responsabilità, perderebbe la capacità di parlare in modo diretto a quella parte di società che chiede risposte immediate, anche brusche, su sicurezza, identità, immigrazione e famiglia.

È una critica implicita anche a Giorgia Meloni e alla sua maggioranza. Non perché Tamaro sembri contestarne frontalmente la linea, ma perché riconosce in Vannacci lo spazio politico lasciato vuoto da un centrodestra che, governando, deve misurarsi con compromessi, vincoli internazionali, linguaggi istituzionali e compatibilità europee. Il generale occuperebbe così il terreno che il governo non può o non vuole più presidiare con la stessa radicalità.

Il rifiuto della caricatura e l’accusa ai talk show

Tamaro respinge anche l’idea che il buonsenso venga certificato dal circuito televisivo e dai programmi di approfondimento. «Non ho mai guardato un talk show in vita mia. Non credo che il buonsenso, appunto, lo dettino i programmi di Lilli Gruber», afferma, prendendo le distanze da quella parte del dibattito pubblico che, a suo giudizio, tende a trasformare il fenomeno Vannacci in una rappresentazione caricaturale.

La scrittrice non nega la durezza del linguaggio del generale. Anzi, la riconosce. Ma la considera una conseguenza del vuoto politico che lo precede. «Penso che viviamo in uno stato ipnotico. Dinanzi a noi è un pendolo che oscilla: fascismo-antifascismo. Ma l’ipnosi produce il pantanismo. Ovvero la condizione nella quale il paese stagna. Il paese è paralizzato dalla contrapposizione di opinioni. E, in casi come questo, arriva poi chi parla in modo rozzo ma chiaro».

È uno dei passaggi più politici dell’intervista. Tamaro non sostiene che il linguaggio di Vannacci sia raffinato, né tenta di nobilitarlo culturalmente. Sostiene però che la rozzezza comunicativa funzioni perché arriva dopo anni di contrapposizioni sterili. «Io credo che, davanti a lui, le persone riconoscano la realtà. Nelle sue parole si ritrova chi si sveglia alle cinque del mattino, in periferia. Si ritrova la ragazza che torna a casa, la sera. Dire “fascista” significa, per l’ennesima volta, in tanti anni, non voler cogliere né risolvere il problema. Dargli della feccia è un modo comodo per esautorarlo e non discutere. Invece bisognerebbe discutere del perché in tanti si sentono capiti da lui».

Il punto, dunque, non è assolvere Vannacci da ogni critica, ma interrogarsi sulla ragione del suo consenso. Ed è proprio qui che Tamaro rovescia il tavolo: non considera il generale la causa del problema, ma l’effetto di una politica che avrebbe smesso di ascoltare.

Gender, famiglia e il terreno culturale dello scontro

Uno dei passaggi più duri riguarda il tema del gender. Tamaro usa parole nette: «Le persone normali non ne possono più dell’affabulazione sul gender». Poi aggiunge: «Manipolare i bambini sull’argomento è un crimine». E lo ripete: «Un crimine». In questa posizione si concentra una parte importante della sua critica alla sinistra, accusata di occuparsi di battaglie considerate lontane dalle urgenze concrete delle famiglie.

Alla domanda se tema che questi temi logorino la famiglia naturale, la scrittrice risponde partendo da un’immagine quotidiana: «Sono stata una settimana in campeggio, di recente. E ho visto le famiglie. Il nostro è un paese di famiglie. E sa cosa le dico? Che la sinistra si occupa di cose inessenziali. Anzi, sono convinta che la sinistra sia la parte più conservatrice del paese».

L’accusa è politicamente pesante. La sinistra, secondo Tamaro, non sarebbe più la forza del cambiamento sociale reale, ma un blocco culturale concentrato su temi percepiti come elitari. La vera questione, per la scrittrice, è la condizione materiale delle famiglie: «Le famiglie sono povere. Portano sulle spalle i propri figli sino ai trent’anni. Il sistema è sbagliato se una donna, per diventare maestra d’asilo, ha bisogno della laurea quinquennale e prima dei trent’anni non entra nel mondo del lavoro. Se c’è una forza politica che della famiglia si fa carico, ben venga».

Qui Vannacci diventa più di un personaggio politico. Diventa il contenitore di una protesta contro un sistema che Tamaro giudica incapace di rispondere alle necessità primarie: lavoro, sicurezza, famiglia, vita quotidiana. Il nodo non è soltanto culturale, ma sociale.

Immigrazione, regolazione e rifiuto del moralismo

Anche sull’immigrazione Tamaro sceglie una posizione che vuole distinguersi sia dalla chiusura totale sia dal moralismo indistinto. «Penso che i processi migratori siano sempre esistiti e non si possano frenare. Tuttavia, sono convinta debbano essere regolamentati. Altrimenti l’effetto è il boomerang che danneggia, in primis, l’immigrato integrato. Chi sostiene il contrario stagna nel moralismo e nel buonismo facile. E poi: non siamo tutti uguali, siamo tutti diversi. E negli incontri tra culture la fatica viene da entrambe le parti».

È un altro tassello della sua analisi. La scrittrice non nega la realtà storica delle migrazioni, ma contesta l’idea che possano essere gestite solo attraverso categorie morali. A suo giudizio, la mancata regolazione produce tensioni che ricadono proprio su chi si è già integrato. Anche in questo caso, il bersaglio è una politica percepita come incapace di nominare i problemi per timore di essere accusata di estremismo.

Il consenso a Vannacci, nella lettura di Tamaro, nascerebbe dunque dall’accumulo di rimozioni: sicurezza, immigrazione, famiglia, educazione, disagio sociale. Ogni tema non affrontato dalla politica istituzionale diventerebbe spazio per chi parla in modo più diretto, anche quando lo fa con toni spigolosi.

Il generale come problema irrisolto della politica

Tamaro ammette che Vannacci «adesso parla così» e riconosce la sua ruvidezza. Ma aggiunge: «In un ruolo istituzionale, credo cambierà». È una previsione che può apparire ottimistica, ma rivela il punto centrale della sua posizione: la scrittrice non guarda al generale come a una semplice figura di rottura, bensì come a un possibile interprete politico di una domanda popolare.

La questione, per la politica italiana, è se quel consenso resterà protesta o diventerà struttura. Tamaro sembra propendere per la seconda ipotesi: «Penso, anzi, che avrà sempre più seguito». Non perché Vannacci abbia necessariamente già un progetto compiuto, ma perché intercetta un sentimento che altri non vogliono o non riescono più a rappresentare.

La sua intervista costringe quindi a spostare il fuoco. Il tema non è soltanto Vannacci. È il vuoto che gli consente di crescere. È la distanza tra linguaggio pubblico e vita quotidiana. È la crisi della sinistra nel parlare ai ceti popolari. È la difficoltà del centrodestra di governo nel mantenere viva la propria promessa identitaria senza scontrarsi con i vincoli dell’istituzione. È il bisogno, spesso confuso e contraddittorio, di sentirsi ascoltati.

Liquidare tutto con un’etichetta, dice in sostanza Tamaro, significa non capire il fenomeno. E forse proprio questa è la parte politicamente più significativa del suo intervento: non la simpatia per Vannacci, ma l’avvertimento implicito a chi continua a pensare che basti demonizzare un leader per fermare ciò che rappresenta.