Delitto di Garlasco, De Rensis punta il dito contro le prime indagini: «L’errore più clamoroso fu cancellare l’alibi informatico di Alberto Stasi»

Antonio De Rensis

Diciannove anni dopo il delitto di Chiara Poggi, la battaglia giudiziaria e mediatica attorno al caso di Garlasco continua a spostarsi anche sulle modalità con cui furono condotte le prime indagini. E per Antonio De Rensis, uno dei difensori di Alberto Stasi insieme a Giada Bocellari, esiste un errore che più di ogni altro avrebbe condizionato l’inchiesta nelle sue fasi iniziali: la gestione dell’alibi informatico dell’ex studente della Bocconi.

Intervenendo nella trasmissione Morning News nella giornata di giovedì 18 giugno, De Rensis ha parlato apertamente di quello che definisce «l’errore clamoroso» commesso dagli investigatori che si occuparono dell’omicidio avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli.

«Fu cancellato l’alibi sul computer»

Secondo il legale, la gestione del computer di Alberto Stasi avrebbe avuto conseguenze decisive sull’impostazione delle indagini.

«L’errore clamoroso» sarebbe stato, nelle parole di De Rensis, «la cancellazione dell’alibi sul computer». Una circostanza che, sempre secondo l’avvocato, avrebbe indotto il pubblico ministero Rosa Muscio, titolare dell’inchiesta all’epoca dei fatti, «a ritenere per un anno e mezzo» che Alberto Stasi «non avesse un alibi».

Per il difensore, le conseguenze investigative di quella convinzione sarebbero state significative. «Se al pm Muscio avessero detto dopo 48 ore» che il suo assistito «era al computer a quell’ora, forse il pm avrebbe potuto ampliare l’orizzonte delle investigazioni», ha affermato De Rensis.

Si tratta di una delle critiche che la difesa di Stasi ha sempre rivolto alle prime attività investigative e che, nel contesto delle nuove indagini aperte dalla Procura di Pavia nei confronti di Andrea Sempio, è tornata al centro del dibattito pubblico.

Le parole del gup Vitelli nel 2010

Le contestazioni sulla gestione dei supporti informatici non sono nuove. Già nel 2010 il giudice per l’udienza preliminare di Vigevano, Stefano Vitelli, nelle motivazioni della sentenza con cui assolse in primo grado Alberto Stasi, aveva dedicato ampio spazio alla questione.

Nelle 159 pagine del provvedimento, il magistrato descriveva un quadro istruttorio «contraddittorio e altamente insufficiente a dimostrare la colpevolezza dell’imputato».

Con riferimento alle attività svolte sul computer, Vitelli parlava degli «effetti devastanti in rapporto all’integrità complessiva dei supporti informatici» e denunciava una «radicale confusione nella gestione e conservazione di una così rilevante quanto fragile fonte di prova».

Osservazioni che, a distanza di sedici anni, vengono richiamate dalla difesa di Stasi come uno degli elementi che dimostrerebbero le criticità delle prime fasi dell’inchiesta.

Il clima attorno al caso e il ricovero della madre di Andrea Sempio

Mentre il confronto tra consulenti e avvocati continua a concentrarsi sugli aspetti tecnici dell’indagine, resta alta la tensione attorno alle persone coinvolte.

Mercoledì 17 giugno Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, attualmente indagato nella nuova inchiesta della Procura di Pavia, è stata ricoverata d’urgenza dopo aver assunto una quantità eccessiva di farmaci. I legali del figlio hanno confermato che la donna ha tentato il suicidio. Secondo quanto riferito, la donna è stata dichiarata fuori pericolo e si trova ancora ricoverata per ulteriori accertamenti.

A commentare l’accaduto è stato anche Luciano Garofano, ex comandante del Ris e già consulente della difesa di Sempio, secondo il quale il drammatico episodio sarebbe il segnale di un clima particolarmente pesante sviluppatosi attorno alla vicenda sin dalla riapertura delle indagini.

Le parole di De Rensis sull’alibi informatico di Alberto Stasi aggiungono così un nuovo capitolo a una delle vicende giudiziarie più discusse della cronaca italiana, mentre le nuove attività investigative della Procura di Pavia continuano a riaccendere interrogativi che sembravano ormai consegnati alla storia processuale del caso.