Delitto di Garlasco, De Rensis dopo la scarcerazione di Stasi: «Non è un uomo libero, resta un condannato»

Per Antonio De Rensis l’uscita di Alberto Stasi dal carcere non rappresenta una liberazione nel senso pieno del termine. Il beneficio concesso dal Tribunale di Sorveglianza di Milano è certamente un passaggio importante, ma non modifica il dato fondamentale: per la giustizia italiana, almeno allo stato attuale, Stasi resta il condannato definitivo per l’omicidio di Chiara Poggi. È da questo punto che il legale, intervenuto a Morning News insieme alla collega Giada Bocellari, ha voluto partire per riportare la vicenda entro i suoi confini giuridici e per ribadire che la vera battaglia resta quella della revisione del processo.

L’avvocato ha parlato di un «percorso di riavvicinamento a una vita normale», ma ha sottolineato che il beneficio ottenuto non è un regalo né una conseguenza automatica della detenzione. Al contrario, secondo De Rensis, è il risultato del comportamento tenuto da Alberto Stasi negli anni trascorsi in carcere e durante la semilibertà.

«Ha meritato questo beneficio, ma non è un uomo libero»

Nel corso dell’intervista, De Rensis ha voluto chiarire un punto che considera essenziale. «Alberto, con il proprio comportamento, come hanno stabilito i giudici, ha meritato questo beneficio». Una precisazione che arriva mentre l’uscita dal carcere viene interpretata da alcuni come una sorta di anticipazione di una possibile revisione del processo.

Per il legale, però, i due piani devono restare distinti. «Non è ancora un uomo libero ed è soprattutto un uomo condannato», ha spiegato, ricordando che la misura alternativa concessa dal Tribunale di Sorveglianza non cancella la condanna a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi. Il significato dell’affidamento ai servizi sociali è quindi diverso: riguarda il percorso compiuto durante la detenzione e l’assenza di elementi che facciano ritenere Stasi socialmente pericoloso.

De Rensis ha aggiunto che per lui e per Giada Bocellari è arrivato il momento di affrontare il futuro con una maggiore serenità dal punto di vista umano. «È tempo di concentrarci, con un pochino più di serenità da un punto di vista umano, affinché possa essere acclarata la sua estraneità ai fatti». Una frase che conferma come la strategia della difesa resti concentrata sulla possibile richiesta di revisione, alla luce dei nuovi sviluppi investigativi legati ad Andrea Sempio.

Cosa scrivono i giudici nell’ordinanza

Durante la trasmissione sono stati mostrati alcuni passaggi del decreto con cui il Tribunale di Sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Le motivazioni dei giudici descrivono un detenuto che ha affrontato il percorso carcerario senza atteggiamenti ostili nei confronti delle istituzioni.

Secondo quanto riportato, l’équipe del carcere «evidenzia la capacità del condannato (…) di accettare una condanna che ritiene ingiusta», precisando però che Stasi avrebbe vissuto il rapporto con l’istituzione penitenziaria «senza vivere l’istituzione come nemica». Nel provvedimento si sottolinea inoltre che negli operatori del carcere il quarantunenne «ha riconosciuto il ruolo educativo».

I giudici evidenziano anche gli effetti prodotti dalla semilibertà. Durante questa fase, si legge nel decreto, Alberto Stasi «ha potuto sperimentare relazioni “normali”, estranee alla costruzione del personaggio mediatico». Un passaggio che sembra fotografare la distanza tra la figura pubblica associata per anni al caso Garlasco e la vita quotidiana ricostruita durante il percorso trattamentale.

Le critiche alle intercettazioni di Andrea Sempio

Nel suo intervento De Rensis ha rivolto anche una critica agli accertamenti eseguiti durante le indagini del 2017 su Andrea Sempio. Il legale si è soffermato in particolare sul tema delle intercettazioni e sulle differenze tra le trascrizioni dell’epoca e quelle ricostruite successivamente.

Secondo l’avvocato, occorre chiarire come sia possibile che alcune conversazioni definite «incomprensibili» nel 2017 risultino invece dettagliatamente trascritte anni dopo. «È umanamente possibile che un’intercettazione del 2017 riporti “incomprensibile” e che nel 2025 ci siano trenta righe di trascrizione?», si è chiesto.

De Rensis ha poi richiamato le dichiarazioni del responsabile della polizia giudiziaria che all’epoca coordinava gli uomini impegnati nell’inchiesta. «Il capo della polizia giudiziaria che nel 2017 dirigeva quegli uomini, sentito a Sit nel 2025, dice: “Io sono un po’ asino in tema di intercettazioni, non ho mai seguito un caso di omicidio, forse uno”». Da qui la conclusione del legale, pronunciata con tono netto: «Quella roba deve essere spiegata».

Lovati: «L’inchiesta serve per la revisione, Sempio sarà archiviato»

Sul caso è intervenuto anche Massimo Lovati, ex difensore di Andrea Sempio, che in un’intervista al Giorno ha espresso una valutazione molto diversa. Secondo il legale, la nuova inchiesta sarebbe stata avviata soprattutto per consentire una revisione del processo a carico di Alberto Stasi.

«La revisione è già nel cassetto», sostiene Lovati, che si dice convinto di un esito favorevole per il suo ex assistito. «Archivieranno, perché non c’è niente contro Sempio».

Parole che fotografano ancora una volta quanto il caso Garlasco continui a essere attraversato da interpretazioni opposte e strategie difensive differenti. Da una parte i legali di Stasi che puntano a dimostrare l’estraneità del loro assistito ai fatti. Dall’altra chi ritiene che gli elementi raccolti contro Andrea Sempio non siano sufficienti a sostenere un’accusa.

In mezzo resta una condanna definitiva, una nuova inchiesta ancora aperta e una battaglia giudiziaria che, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, sembra tutt’altro che conclusa.