La Lega è entrata nella sua settimana più pericolosa. Matteo Salvini pensava di aver trovato una formula per disinnescare il malessere del Nord, magari offrendo a Luca Zaia un ruolo di peso nella nuova fase del partito. Invece si ritrova nel mezzo di una crisi interna che non riguarda più soltanto gli incarichi, ma la natura stessa del Carroccio. Da una parte ci sono i governatori e l’ala settentrionalista, che chiedono una Lega più federale, meno romanocentrica, più vicina ai territori. Dall’altra c’è il gruppo dei fedelissimi del segretario, convinto che cedere troppo significhi aprire una crepa nel potere costruito da Salvini negli ultimi dieci anni.
La rivolta del Nord e la bozza Calderoli
La proposta arrivata dai governatori non è un semplice maquillage. Sul tavolo c’è una bozza di riforma dello statuto, a cui sta lavorando Roberto Calderoli, pensata per riportare verso i territori una parte concreta del potere concentrato a Roma: nomine, rappresentanza, risorse, priorità legislative, autonomia delle articolazioni locali. In altre parole, una Lega più federale e meno verticale, secondo quel modello Cdu-Csu evocato da tempo come possibile via d’uscita dalla crisi identitaria del partito.
Il problema è che una riforma del genere non si limita a cambiare qualche casella nell’organigramma. Cambia i rapporti di forza. Riduce il controllo della segreteria nazionale, restituisce centralità al Nord produttivo e riconosce ai governatori un ruolo politico non più subordinato. Per Salvini, accettare davvero questa impostazione vorrebbe dire ammettere che il partito personale non basta più. Per i territori, invece, sarebbe l’ultima occasione per tornare a contare prima che il malessere diventi rottura.
Siri, il consigliere che spinge Salvini a non mollare
È in questo passaggio che il nome di Armando Siri diventa centrale. Oggi custode del programma della Lega e della sua scuola politica, Siri viene indicato come uno degli uomini che consigliano a Salvini di non consegnare il partito ai governatori. Non è soltanto un dirigente. È diventato il simbolo di quel ristretto cerchio di consiglieri che continua a esercitare una forte influenza sul leader proprio mentre la dirigenza territoriale chiede più potere e meno teoria.
Nei corridoi del partito c’è chi lo descrive come il “Rasputin di Salvini”, il consigliere mistico-politico che sussurra all’orecchio del capo mentre gli altri discutono di statuti, congresso, rapporti di forza e voti. L’immagine è feroce, ma racconta bene il clima. Sul sito della sua “Arca delle idee. Manifesto dei tempi nuovi”, al secondo punto compare la formula “Cultura dell’Abbondanza e della Creazione”, un linguaggio che ai militanti più pragmatici del Nord può suonare lontanissimo dalla vecchia concretezza leghista fatta di sezioni, amministratori, fabbriche, partite Iva e territorio.
Durante il vertice, secondo quanto viene riferito, Siri avrebbe esposto tesi di neuroscienze applicate al cervello degli elettori. A quel punto alcuni nordisti avrebbero perso la pazienza, replicando che i voti bisogna prenderli, non soltanto teorizzarli. È la fotografia più brutale dello scontro interno: da una parte la Lega dei manifesti, dei corsi politici, delle architetture ideologiche; dall’altra la Lega dei sindaci, dei governatori e dei militanti che chiedono di tornare a parlare a chi il partito lo votava davvero.
Zaia e Fedriga non vogliono fare le comparse
La partita ora ruota attorno al prossimo appuntamento di mercoledì. Salvini deve portare a casa almeno un primo passo, ma il rischio è che una soluzione solo cosmetica faccia saltare tutto. Zaia potrebbe rifiutare la nomina a vicesegretario se non accompagnata da poteri reali. Lo stesso vale per Massimiliano Fedriga. Nessuno dei due sembra intenzionato a prestarsi a una foto di pacificazione utile soltanto a blindare la leadership senza cambiare davvero gli equilibri interni.
Intanto l’ala settentrionalista cresce. La pressione, raccontano alcuni dirigenti, arriva dal basso: segretari provinciali, militanti storici, amministratori locali. È il vecchio mondo leghista del Nord che si è rimesso in movimento e vede nella riforma statutaria l’ultima possibilità per raddrizzare la rotta. Non chiede soltanto posti, ma un cambio di linea. Meno accentramento, meno Roma, meno partito costruito attorno al capo. Più autonomia, più territorio, più rappresentanza del Nord.
La settimana che può cambiare la Lega
Il nodo, quindi, non è solo il ruolo di Zaia. È capire se Salvini sia disposto a cedere una parte vera del proprio potere oppure se preferisca puntare ancora sul cerchio dei fedelissimi, con Andrea Crippa e Armando Siri tra le figure più ostili a una trasformazione profonda. La Lega arriva così all’appuntamento decisivo con due anime che non riescono più a convivere pacificamente: quella nazionale-populista costruita da Salvini e quella nordista che chiede di tornare alle origini.
L’incertezza pesa anche sull’appuntamento del 4 e 5 luglio all’hotel Move di Mogliano Veneto, in provincia di Treviso. Doveva essere una tappa di rilancio. Potrebbe diventare il luogo in cui il malessere del Nord prenderà definitivamente forma politica. Per Salvini la partita è rischiosa: offrire troppo poco significherebbe irritare i governatori; concedere troppo vorrebbe dire ammettere che la stagione del leader assoluto è finita. In mezzo resta Siri, il consigliere delle teorie e delle neuroscienze elettorali, diventato suo malgrado il volto perfetto di una domanda che nella Lega ormai circola senza troppi giri di parole: chi comanda davvero nel partito?







