Elly Schlein ha deciso che non si può più aspettare. Con il Partito democratico attraversato da tensioni sulle primarie, sulla futura coalizione e sulla scelta dei candidati alle Politiche, la segretaria convoca la Direzione nazionale e apre ufficialmente una partita che potrebbe decidere non soltanto il suo futuro, ma gli equilibri dell’intero centrosinistra.
L’appuntamento è fissato per il 2 ottobre alle 11 al Nazareno. La riunione si aprirà con la relazione di Schlein e precederà un secondo passaggio ancora più delicato: l’Assemblea nazionale chiamata anche ad affrontare la proroga del mandato della segretaria, destinato altrimenti a scadere proprio mentre il Pd dovrebbe prepararsi alla campagna per le elezioni politiche.
Dietro le questioni statutarie, tuttavia, c’è molto altro. Primarie sì o no? Schlein sarà automaticamente l’unica candidata del Pd alla guida della coalizione? Che rapporto costruire con Giuseppe Conte? E, soprattutto, se la segretaria dovesse diventare candidata a Palazzo Chigi, chi deciderà le candidature del Pd alla Camera e al Senato? È quest’ultima domanda a rendere incandescenti le correnti. Perché quando si parla di liste non si discute più soltanto di strategia politica: si decide chi entrerà nel prossimo Parlamento e chi resterà fuori.
Il 2 ottobre comincia la resa dei conti
Schlein arriva all’appuntamento dopo settimane nelle quali il confronto sulla leadership del centrosinistra è diventato sempre più difficile da rinviare. La sua posizione pubblica resta prudente sul metodo. Prima bisogna costruire il programma comune e soltanto successivamente decidere come individuare la leadership: attraverso un accordo politico oppure mediante le primarie. La stessa segretaria ha spiegato che una delle alternative potrebbe essere un’intesa basata sul principio secondo cui la guida spetterebbe alla forza politica capace di raccogliere più voti.
Ma nel Pd le primarie non sono più una questione che riguarda soltanto il possibile confronto con Conte. Sono diventate anche una questione interna. Schlein non intende arrivare a un eventuale confronto di coalizione dovendo prima combattere una seconda battaglia dentro casa. Ed è qui che entra in scena quella che nel partito viene ormai chiamata “norma anti-Gori”.
La norma anti-Gori accende il Pd
L’ipotesi consiste nel modificare le regole interne in modo che, qualora il centrosinistra decidesse di scegliere il candidato premier attraverso le primarie, il Pd si presentasse con un solo candidato, individuato nella propria segretaria. Tradotto: se ai gazebo ci fosse Schlein, nessun altro esponente democratico dovrebbe poter correre contro di lei.
Il riferimento a Giorgio Gori non è casuale. L’europarlamentare appartiene all’area riformista del partito e il suo nome è diventato il simbolo di una possibile candidatura alternativa proveniente dallo stesso Pd. L’ipotesi di una modifica statutaria destinata a impedire candidature democratiche concorrenti sta quindi provocando discussioni proprio mentre Schlein ha bisogno dell’appoggio delle diverse anime del partito per affrontare il passaggio sulla proroga del proprio mandato.
Che l’ipotesi esista viene riportato anche nelle ricostruzioni politiche di queste ore: tra i vertici democratici c’è chi spinge per introdurre una regola che impedisca ad altri esponenti del Pd di concorrere alle eventuali primarie di coalizione contro il segretario nazionale. Ed è qui che la questione diventa esplosiva. Perché la regola potrebbe rafforzare Schlein nella sfida esterna con Conte, ma contemporaneamente alimentare la protesta di chi teme che il pluralismo interno venga sacrificato proprio nel momento decisivo.
Il problema più grosso sono le liste
C’è però una domanda ancora più concreta che agita deputati, senatori e aspiranti parlamentari: chi farà le liste? Se Schlein diventasse la candidata premier del centrosinistra, sarebbe impegnata in una campagna elettorale nazionale e dovrebbe rappresentare non soltanto il Pd, ma l’intera coalizione.A quel punto la gestione delle candidature democratiche diventerebbe un dossier delicatissimo.
Al Nazareno potrebbe rendersi necessario un organismo ristretto incaricato di seguire la composizione delle liste, ma immediatamente si aprirebbe un’altra battaglia: chi dovrebbe farne parte? Con quali criteri? Quanto spazio avrebbero la segreteria, gli amministratori locali e le diverse aree del partito?
Il problema non può essere risolto semplicemente imponendo una decisione dall’alto. Lo statuto del Pd prevede infatti procedure e maggioranze che obbligano la leadership a trovare una mediazione interna. E dietro la discussione apparentemente organizzativa si nasconde la questione che da sempre rende feroci le vigilie elettorali: i seggi.
La proroga del mandato non sarà una formalità
Schlein è stata eletta alle primarie del 26 febbraio 2023 e lo statuto stabilisce una durata quadriennale per il mandato del segretario nazionale e dell’Assemblea. Senza un intervento, quindi, il Pd dovrebbe avviare il percorso congressuale proprio mentre potrebbe trovarsi nel pieno della preparazione delle Politiche. Da qui l’idea di modificare le regole e prolungare il mandato fino alle elezioni.
Sul piano organizzativo la logica è evidente: aprire un congresso mentre il partito prepara una campagna elettorale nazionale significherebbe rischiare mesi di guerra interna. Politicamente, però, la proroga offre alle diverse componenti democratiche un’occasione per chiedere garanzie e discutere la linea della segreteria.
Lo statuto prevede infatti quattro anni per il mandato e stabilisce l’avvio del percorso per eleggere il nuovo segretario sei mesi prima della scadenza. Per evitare la sovrapposizione con la campagna elettorale servirà dunque un intervento sulle regole. Quello che avrebbe potuto sembrare un aggiustamento tecnico rischia così di diventare un gigantesco tavolo negoziale.
Conte resta dall’altra parte del tavolo
E mentre il Pd discute delle proprie regole, rimane irrisolta la questione principale: Giuseppe Conte. Il rapporto tra democratici e Movimento 5 Stelle resta indispensabile per qualsiasi ipotesi di coalizione alternativa al centrodestra, ma le differenze non sono marginali. Ucraina e politica estera rappresentano uno dei terreni più difficili, mentre resta aperto anche il problema del perimetro dell’alleanza e del rapporto con le componenti centriste.
Poi c’è la leadership. Schlein non ha intenzione di consegnarla automaticamente a Conte e il presidente del Movimento 5 Stelle non sembra disposto a considerare scontata la candidatura della segretaria democratica. Per questo il tema delle primarie continua a tornare sul tavolo nonostante una parte dello stesso Pd preferirebbe una candidatura condivisa capace di evitare lo scontro. Le posizioni, peraltro, non sono ancora cristallizzate. Schlein continua a sostenere che prima debba venire il programma e soltanto dopo la scelta del metodo e del candidato.
Schlein deve vincere due partite contemporaneamente
La segretaria si trova quindi davanti a un problema complicato: per provare a conquistare la leadership del centrosinistra deve prima evitare che il proprio partito si spacchi sulla strada per arrivarci. Deve ottenere la proroga del mandato, tenere insieme maggioranza e minoranze, stabilire le regole per le eventuali primarie, affrontare Conte, definire il programma della coalizione e contemporaneamente impedire che la composizione delle future liste parlamentari scateni una guerra preventiva.
Non è detto che tutte queste questioni vengano risolte il 2 ottobre. Anzi, la Direzione rappresenterà soprattutto l’apertura ufficiale del confronto. Poi arriverà l’Assemblea nazionale, nella quale il tema della proroga diventerà inevitabilmente il punto attorno al quale potranno concentrarsi richieste, condizioni e mediazioni. Per mesi il Pd ha potuto rimandare la resa dei conti sostenendo che prima fosse necessario costruire l’alternativa al governo. Adesso il calendario non concede più lo stesso lusso.
Perché dietro la discussione sulle primarie c’è la candidatura a Palazzo Chigi, dietro la proroga c’è il controllo del partito e dietro la discussione sulle regole c’è la domanda che, alla vigilia di ogni elezione, trasforma inevitabilmente la politica in una battaglia durissima: chi deciderà chi entra in Parlamento?







