Basta un poco di zucchero e… l’ansia va su: lo studio che segue 46mila persone per oltre mezzo secolo

Zucchero

asta un poco di zucchero e la pillola va giù, cantava Mary Poppins. Peccato che, almeno secondo una nuova ricerca britannica, quando di zucchero ce n’è troppo nei primissimi anni della nostra vita, parecchi decenni più tardi potrebbe essere l’ansia ad andare su. Lo suggerisce uno studio dell’Università di Surrey pubblicato su Translational Psychiatry, che ha seguito una strada particolarmente interessante per cercare di capire quanto l’alimentazione durante la gravidanza e la primissima infanzia possa incidere sulla salute mentale da adulti.

I ricercatori non hanno naturalmente riempito di dolci un gruppo di bambini lasciandone un altro a stecchetto per aspettare mezzo secolo e vedere che cosa sarebbe successo. Hanno sfruttato invece un gigantesco esperimento naturale che la storia aveva già preparato per loro: il razionamento dello zucchero nel Regno Unito dopo la Seconda guerra mondiale, rimasto in vigore fino al settembre del 1953. Questo ha permesso di confrontare persone cresciute durante le restrizioni con altre nate subito dopo, quando lo zucchero tornò liberamente disponibile e i consumi aumentarono rapidamente.

Il gigantesco esperimento naturale dello zucchero

Lo studio ha analizzato 46.448 persone della UK Biobank nate tra il 1951 e il 1956, dividendole in base al periodo durante il quale erano state esposte al razionamento nei loro primi mille giorni di vita. Ed è proprio questo intervallo temporale a rappresentare il cuore della ricerca: si parte dal concepimento, quindi dall’alimentazione della madre durante la gravidanza, e si arriva approssimativamente ai primi due anni di vita del bambino.

Quando gli studiosi hanno confrontato quei dati con le informazioni sanitarie raccolte nei decenni successivi, è emersa un’associazione particolarmente significativa per i disturbi d’ansia. Le persone che avevano trascorso tutti i primi mille giorni sotto il regime di razionamento dello zucchero mostravano un rischio inferiore di circa il 33% rispetto a quelle che non avevano conosciuto alcuna restrizione.

Un dato notevole anche perché permette di osservare le possibili conseguenze a lunghissimo termine dell’alimentazione durante una fase estremamente precoce della vita. Alcune analisi indicano inoltre che l’associazione potrebbe risultare ancora più evidente nelle donne, anche se gli stessi ricercatori invitano alla prudenza e sottolineano la necessità di ulteriori studi prima di considerare confermata questa differenza tra i sessi.

Per la depressione il legame appare molto meno netto

Il quadro cambia quando si passa dall’ansia alla depressione. Anche in questo caso inizialmente è emersa un’associazione tra minore disponibilità di zucchero nei primi mille giorni e riduzione del rischio in età adulta, ma il rapporto si è indebolito quando gli studiosi hanno preso in considerazione anche il consumo di zuccheri dei partecipanti durante la vita adulta. Per questo motivo il risultato relativo alla depressione appare meno solido rispetto a quello osservato per l’ansia e non permette di trarre conclusioni altrettanto nette.

La distinzione è importante, perché lo studio non dimostra semplicemente che mangiare zucchero da bambini provochi ansia o depressione decenni dopo. Il punto interessante della ricerca sta nell’associazione individuata tra l’esposizione durante una fase molto particolare dello sviluppo e ciò che emerge nella salute mentale molti anni più tardi.

I primi mille giorni vengono considerati una finestra cruciale per lo sviluppo cerebrale e proprio qui potrebbe nascondersi una parte della spiegazione. Ricerche precedenti hanno già indicato possibili rapporti tra un’alimentazione ricca di zuccheri e alcuni meccanismi coinvolti nella regolazione dell’umore, compresi quelli legati alla serotonina, ma il lavoro dell’Università di Surrey aggiunge un elemento ulteriore grazie alla particolarissima popolazione che ha potuto osservare.

Anche il cervello mostra alcune differenze

Gli studiosi hanno infatti analizzato anche le risonanze magnetiche cerebrali disponibili per una parte dei partecipanti e hanno riscontrato differenze nel volume di alcune aree della materia grigia tra chi aveva vissuto il razionamento dello zucchero e chi invece era nato dopo la fine delle restrizioni. Alcune delle variazioni più evidenti interessavano regioni cerebrali coinvolte nell’elaborazione delle emozioni e in altre funzioni cognitive.

Questo non significa che lo zucchero possa essere trasformato automaticamente nel responsabile di ciò che accade alla nostra salute mentale cinquant’anni più tardi, né che eliminarlo nei bambini rappresenti una sorta di assicurazione contro l’ansia. Lo studio osserva però un’associazione che diventa particolarmente interessante proprio grazie alle circostanze storiche nelle quali sono cresciute le persone analizzate: per alcuni lo zucchero era ancora razionato, per altri, nati appena dopo, era improvvisamente tornato disponibile.

Ed è così che una decisione presa nella Gran Bretagna del dopoguerra per ragioni che non avevano nulla a che vedere con la salute mentale è diventata, oltre settant’anni dopo, uno straordinario laboratorio scientifico. Con un risultato che riscrive almeno un po’ la vecchia filastrocca di Mary Poppins: basta un poco di zucchero perché la pillola vada giù, certo. Ma forse, soprattutto nei primi mille giorni della vita, è meglio non esagerare con il cucchiaino.