Silvia Salis si sfila, con garbo ma senza lasciare molti spazi alle interpretazioni. Ospite di Che tempo che fa, la sindaca di Genova mette un freno alle suggestioni nazionali che da settimane la raccontano come possibile federatrice del centrosinistra, figura capace di tenere insieme il cosiddetto campo largo, o larghissimo, tra Partito democratico, Movimento 5 Stelle e alleati progressisti. La risposta è netta: “Io faccio la sindaca di Genova”.
Non è una frase di circostanza. È una linea politica. Salis rivendica il suo ruolo amministrativo, la centralità della città e la necessità di dimostrare sul campo di essere una buona sindaca prima di essere arruolata nel grande romanzo della politica nazionale. E, soprattutto, prende le distanze dall’ipotesi di primarie per scegliere la leadership del centrosinistra.
Silvia Salis e il no alle primarie del centrosinistra
“Non sono una fan delle primarie”, dice Salis, precisando di averlo già affermato da elettrice del centrosinistra. Il punto, per lei, non è la partecipazione in sé, ma il rischio che quello strumento si trasformi nell’ennesima occasione di frammentazione. La sindaca usa una formula semplice: bisogna vincere. E per vincere non serve essere tutti uguali, ma avere lo stesso obiettivo.
Il ragionamento è politico, ma anche molto concreto. Le primarie, osserva Salis, sono una gara nella quale ogni candidato deve convincere gli elettori di essere migliore degli altri contendenti. In teoria è democrazia interna. In pratica, secondo la sindaca, può diventare un’arma nelle mani della destra, pronta a usare gli scontri interni del centrosinistra come materiale da campagna elettorale.
Non a caso Salis dice di non voler vedere “una gara tra i nostri leader”. Il riferimento è evidente: Elly Schlein da una parte, Giuseppe Conte dall’altra. Due figure che oggi la sostengono a Genova e tra le quali la sindaca non intende scegliere.

La posizione della sindaca Salis
Alla domanda su chi voterebbe in eventuali primarie tra Schlein e Conte, Salis risponde con una formula che chiude la porta senza sbatterla: “Non voterei, voterei alle politiche. Entrambi mi sostengono a Genova e non sarebbe corretto”.
È un passaggio significativo, perché conferma la volontà di non farsi trascinare dentro una contrapposizione nazionale che potrebbe indebolire l’esperienza genovese. A Genova, spiega Silvia Salis, la coalizione progressista funziona proprio perché resta concentrata sui progetti, sulle cose da fare e su un programma chiaro. La città diventa così un laboratorio politico, ma non necessariamente il trampolino personale della sua sindaca.
La prudenza è evidente. Salis sa che ogni parola può essere letta come un posizionamento nel campo largo. Per questo insiste sulla dimensione amministrativa: “Sono molto concentrata sulla vita cittadina e su quello che stiamo facendo a Genova”. Un modo per sottrarsi alla tentazione del salto nazionale, almeno per ora.
Campo largo, lavoro e rischio frammentazione
Il cuore del ragionamento di Silvia Salis è la paura della divisione. La sindaca cita anche Corrado Guzzanti e la sua celebre imitazione di Bertinotti sulla sinistra capace di “frammentarsi fino all’irrilevanza politica”. Una battuta, certo, ma anche una diagnosi. Per Salis, il centrosinistra deve evitare di trasformare ogni passaggio interno in un regolamento di conti.
Meglio parlare di temi, a cominciare dal lavoro. Meglio costruire un’alleanza attorno alle cose da fare. Meglio evitare strumenti che, anche se nati per coinvolgere gli elettori, possono finire per accentuare le distanze tra partiti e leader.
Il messaggio è chiaro: Silvia Salis non vuole essere arruolata nella corsa alla leadership, non intende partecipare a primarie e non vuole diventare il volto di una competizione interna al centrosinistra. Almeno oggi, il suo campo è Genova. E la sua sfida è amministrare una città simbolica, dimostrando che una coalizione larga può funzionare se smette di guardarsi allo specchio e comincia a governare.







