Trump perde il controllo dei repubblicani: Vance e Rubio non sono più intoccabili, Cruz e DeSantis preparano la sfida per il 2028

Trump mangia un burrito

Donald Trump resterà alla Casa Bianca per altri due anni, ma la sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato del 3 novembre ha cambiato gli equilibri della corsa alla presidenza del 2028. Il presidente, che per anni ha condizionato candidature, carriere e destini politici del Grand Old Party, potrebbe non riuscire più a imporre il proprio successore. E mentre JD Vance e Marco Rubio cercano di capire quanto valga ancora l’investitura del loro capo, nel mondo conservatore ricominciano a circolare nomi che fino a pochi mesi fa sembravano destinati a restare fuori dai giochi.

Ted Cruz, Ron DeSantis, Mike Pence e persino Paul Ryan rappresentano storie politiche molto diverse, ma condividono un elemento: nessuno appartiene alla cerchia dei fedelissimi sulla quale Trump ha costruito il proprio controllo del Partito repubblicano. La possibilità che alcuni di loro tornino protagonisti racconta quanto la sconfitta elettorale abbia riaperto una discussione che il presidente aveva cercato di chiudere: chi guiderà la destra americana quando Trump non potrà più candidarsi?

Vance e Rubio, i due eredi designati che ora rischiano una sfida aperta

Prima delle elezioni di metà mandato, lo scenario sembrava relativamente semplice. Trump avrebbe potuto indirizzare la scelta del candidato repubblicano del 2028 verso uno dei due esponenti più importanti della sua amministrazione: il vicepresidente JD Vance oppure il segretario di Stato Marco Rubio.

Entrambi occupano posizioni di primo piano, ma incarnano sensibilità differenti. Vance rappresenta una delle espressioni più riconoscibili del conservatorismo nazionalista cresciuto attorno al movimento Maga. Rubio proviene invece dalla tradizione repubblicana più consolidata, pur avendo progressivamente adattato le proprie posizioni alla leadership trumpiana.

Una vittoria alle midterm avrebbe rafforzato la capacità del presidente di orientare le primarie. La sconfitta, al contrario, offre agli altri aspiranti candidati un argomento per contestare l’idea di una successione decisa direttamente dalla Casa Bianca.

Questo non significa che Trump abbia perso automaticamente il controllo del partito. La sua influenza resta un fattore importante, ma il risultato elettorale ha aperto uno spazio politico che gli avversari interni possono tentare di occupare.

Ted Cruz torna a muoversi: l’arciconservatore del Texas guarda al 2028

Tra i nomi che ricominciano a circolare c’è quello di Ted Cruz, senatore del Texas e protagonista delle primarie repubblicane del 2016.

Allora Cruz rappresentò uno degli ostacoli più importanti nella corsa di Trump alla nomination. Il confronto tra i due fu durissimo, prima che il senatore texano si riallineasse politicamente al presidente.

Cruz conserva una propria identità all’interno della destra americana, fondata su posizioni conservatrici in materia fiscale, istituzionale e sociale. Una nuova candidatura gli consentirebbe di rivolgersi agli elettori repubblicani che condividono molte delle priorità del trumpismo, ma potrebbero desiderare una leadership diversa.

Per il momento, il suo nome rientra tra quelli indicati nel dibattito sulla successione. Una candidatura effettiva richiederebbe una scelta politica formale e la costruzione di una campagna nazionale.

Ron DeSantis, il governatore della Florida che Trump aveva fermato

Un altro possibile protagonista è Ron DeSantis, governatore della Florida e già avversario di Trump nella corsa alla nomination repubblicana del 2024.

DeSantis aveva tentato di presentarsi come un’alternativa conservatrice capace di proseguire alcune delle battaglie politiche del movimento Maga senza dipendere personalmente dal suo fondatore. Il progetto, però, non riuscì a sottrarre a Trump la maggioranza dei consensi nelle primarie.

La situazione del 2028 presenta una differenza sostanziale: Trump, avendo già ottenuto due mandati presidenziali, non potrà concorrere nuovamente alla Casa Bianca secondo il limite stabilito dal Ventiduesimo emendamento della Costituzione americana.

Per DeSantis si aprirebbe quindi una competizione senza il presidente come candidato diretto. Resta da capire se il governatore vorrà riproporre la propria candidatura e con quale piattaforma politica.

La sfida riguarderebbe soprattutto il rapporto con l’eredità trumpiana: rivendicarne la continuità oppure proporre una revisione delle scelte che hanno accompagnato la sconfitta di metà mandato.

Mike Pence, l’ex vicepresidente ripudiato dopo il 6 gennaio

Tra le figure che potrebbero riaffacciarsi nel dibattito repubblicano compare anche Mike Pence, vicepresidente durante il primo mandato di Trump.

La rottura tra i due risale soprattutto al 6 gennaio 2021, quando Pence rifiutò di assecondare le pressioni del presidente per ostacolare la certificazione congressuale della vittoria elettorale di Joe Biden.

Quel rifiuto segnò una frattura definitiva con Trump e con una parte consistente del movimento Maga.

Pence tentò successivamente la strada delle primarie presidenziali del 2024, ma abbandonò la competizione prima dell’inizio delle votazioni. La sua eventuale ricomparsa nel 2028 avrebbe quindi un significato politico particolare: offrirebbe spazio a una corrente conservatrice che ha contestato apertamente la condotta di Trump dopo le elezioni del 2020.

Non esistono, nel materiale disponibile, elementi per considerare già avviata una nuova candidatura. Il suo nome rappresenta piuttosto una delle ipotesi legate alla possibile riapertura del confronto interno.

Paul Ryan, l’ex speaker che lasciò Washington durante l’ascesa del trumpismo

Ancora più significativo sarebbe il ritorno di Paul Ryan, uno degli esponenti più conosciuti del Partito repubblicano prima che Trump ne modificasse profondamente gli equilibri.

Ryan fu candidato alla vicepresidenza nel 2012, accanto a Mitt Romney, nella sfida contro Barack Obama. Successivamente guidò la Camera dei rappresentanti come speaker dal 2015 al 2019.

Il suo rapporto con Trump fu caratterizzato da tensioni politiche e divergenze sulla direzione del partito. Ryan lasciò il Congresso alla fine del 2018, senza nascondere in seguito le proprie critiche al movimento Maga.

Il suo nome richiama una tradizione repubblicana legata al conservatorismo economico, alla disciplina fiscale e a un’impostazione istituzionale diversa da quella del presidente.

Un eventuale ritorno offrirebbe un riferimento agli esponenti che vorrebbero recuperare alcuni elementi della cultura politica repubblicana precedente al 2016. Ma anche in questo caso si tratta di uno scenario ipotetico, non di una candidatura annunciata.

Il movimento Maga non è un blocco unico: la battaglia tra le diverse anime della destra

La successione a Trump non riguarda soltanto i nomi dei candidati. Il movimento Maga comprende gruppi e sensibilità differenti che, durante la presidenza, hanno trovato un punto di riferimento comune nella figura del presidente.

Ci sono i giovani populisti della cosiddetta New Right, i nazionalisti religiosi, gli esponenti del conservatorismo tradizionale e gli ambienti che attribuiscono un ruolo centrale all’innovazione tecnologica e ai grandi protagonisti dell’economia digitale.

Queste componenti condividono alcune priorità, ma non necessariamente la stessa visione del futuro del partito.

La scelta del candidato del 2028 potrebbe diventare quindi anche un confronto sul programma repubblicano: politica estera, immigrazione, rapporti commerciali, ruolo dello Stato nell’economia e relazioni con le grandi imprese tecnologiche.

La sconfitta alle midterm ha reso più visibile questa pluralità, senza chiarire quale orientamento riuscirà a prevalere.

Il Congresso cambia volto e i repubblicani devono ripensare la propria strategia

Il risultato del 3 novembre incide anche sulla rappresentanza parlamentare. La nuova composizione del Congresso vedrà i repubblicani in minoranza, mentre i democratici potranno contare su una presenza più ampia di esponenti giovani e provenienti da comunità diverse.

Negli anni precedenti, numerosi politici repubblicani che avevano contestato Trump avevano rinunciato a ricandidarsi oppure perso le primarie contro avversari sostenuti dal presidente.

Questo processo ha rafforzato la presenza di dirigenti politicamente vicini alla Casa Bianca, ma ha anche ridotto la varietà delle posizioni rappresentate all’interno del partito.

Le elezioni di metà mandato riaprono così il confronto sulla capacità dei repubblicani di raggiungere elettori esterni alla propria base tradizionale.

È una discussione che coinvolgerà tanto i parlamentari quanto i governatori, i dirigenti locali e i possibili candidati presidenziali.

Primarie repubblicane 2028, la successione a Trump diventa una battaglia politica

La grande incognita riguarda il comportamento dello stesso Trump. Il presidente potrà sostenere un candidato, partecipare alla campagna delle primarie e cercare di indirizzare le scelte degli elettori repubblicani, ma dovrà confrontarsi con un contesto politico diverso da quello che gli ha consentito di esercitare un’influenza determinante negli ultimi anni.

Vance e Rubio restano due figure centrali per la successione, mentre Cruz, DeSantis, Pence e Ryan rappresentano possibili alternative con esperienze e orientamenti differenti.

Non tutti decideranno necessariamente di candidarsi e il quadro potrebbe includere anche protagonisti oggi meno visibili.

La competizione del 2028 si prepara dunque a essere non soltanto una scelta tra aspiranti presidenti, ma un confronto sulla continuità o sulla trasformazione del Partito repubblicano dopo il secondo mandato di Donald Trump.