Veltroni avverte la sinistra: mentre il mondo brucia, parlare solo di primarie è il modo più rapido per consegnarsi a Meloni

Walter Veltroni, Ipa @lacapitalenews

Mentre il mondo sembra inclinarsi verso una nuova stagione di guerra, paura e recessione, la sinistra italiana rischia di infilarsi ancora una volta nel vicolo più sterile: discutere di sé stessa. È questo, in fondo, il cuore politico del ragionamento di Walter Veltroni, che osserva il quadro internazionale e nazionale e vede un paradosso enorme, quasi grottesco. Da una parte ci sono l’Ucraina sotto attacco, Gaza devastata, la Cisgiordania sospesa sull’orlo di nuovi strappi, il Libano e l’Iran stretti nella morsa dei bombardamenti, lo stretto di Hormuz che pesa sugli equilibri energetici e finanziari dell’intero pianeta, e un presidente degli Stati Uniti che continua a muoversi con una postura da salvatore del mondo. Dall’altra c’è il rischio che il fronte progressista italiano, invece di misurarsi con questa tempesta, si perda nell’ennesima discussione sulle primarie, sui meccanismi interni, sui futuri assetti di coalizione.

Veltroni contro il dibattito sulle primarie nel campo progressista

Il punto di Walter Veltroni è tanto semplice quanto tagliente: in una fase storica di questa portata, parlare quasi esclusivamente di regole per scegliere chi dovrebbe sedersi un giorno a Palazzo Chigi significa non aver capito la gravità del momento. Il referendum, ricorda, ha certamente segnato una sconfitta politica della destra. Ma quella vittoria non può essere letta come una delega automatica all’attuale opposizione. Gli italiani, secondo questa lettura, hanno votato per difendere un equilibrio costituzionale e per respingere una modifica ritenuta pericolosa, non per assegnare in anticipo il governo a uno schieramento ancora tutto da costruire.

Ed è proprio qui che si apre la frattura. Perché milioni di cittadini che hanno vissuto l’esito del referendum come un segnale importante, come una reazione democratica e una richiesta di bilanciamento, si sono ritrovati quasi subito davanti al ritorno del vecchio film: interviste, retroscenismi, formule, primarie online, doppio turno, federatori, ipotesi più o meno astratte. Tutto mentre il Paese reale continua a fare i conti con problemi molto più concreti e molto più urgenti.

Le vere emergenze ignorate dalla politica

Veltroni elenca, implicitamente ma con grande precisione, le questioni che dovrebbero occupare il centro del discorso pubblico. Ci sono le liste d’attesa infinite per una Tac, la difficoltà di arrivare a fine mese, il disagio crescente degli adolescenti, la paura diffusa delle donne rispetto alla sicurezza, l’angoscia di lavoratori e famiglie di fronte a una crisi economica che potrebbe aggravarsi e all’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione. È lì che dovrebbe stare la politica. È lì che un fronte progressista serio dovrebbe misurarsi. E invece il dibattito si ripiega troppo spesso su formule da ceto politico, su soluzioni organizzative che appassionano chi le propone ma non chi dovrebbe votarle.

Il rischio, per la sinistra, è devastante: apparire chiusa in una bolla autoreferenziale proprio nel momento in cui esisterebbe lo spazio per parlare al Paese con una voce diversa. Per Walter Veltroni, insomma, il problema non è solo tattico. È quasi culturale. È il vizio antico di una parte del centrosinistra che, anche quando il quadro esterno si fa drammatico e le occasioni politiche si aprono, torna a consumarsi nel laboratorio interno, nell’ossessione per le alchimie, nelle discussioni sulle procedure prima ancora che sui contenuti.

Programma prima dei nomi: la richiesta di dieci idee forza

Dentro questa critica c’è però anche una proposta molto chiara. Walter Veltroni si chiede perché, invece di avviare da mesi un serio confronto programmatico tra le forze che potrebbero dar vita a un fronte progressista, ci si sia buttati così in fretta sulla questione delle primarie. Non immagina un programma enciclopedico, un tomo illeggibile di centinaia di pagine. Chiede l’opposto: dieci idee forza, nette, comprensibili, condivise. Pochi punti, ma solidi. Pochi temi, ma decisivi.

L’Ucraina, gli Stati Uniti d’Europa, la sicurezza, il salario minimo, il lavoro, la sanità, il welfare, la tenuta democratica delle istituzioni. È su questi assi che si dovrebbe chiedere il consenso degli italiani. Non su una gara preventiva tra candidati e aspiranti tali. Prima la visione, poi eventualmente il volto. Prima il cemento della coalizione, poi il nome di chi sarà chiamato a guidarla.

Le primarie di coalizione sono davvero la risposta?

Su questo terreno Walter Veltroni è ancora più netto. Le primarie, spiega in sostanza, hanno senso dentro un partito, quando servono a sottrarre la scelta del leader all’arbitrio di pochi e a rimetterla nelle mani di militanti ed elettori. Ma le primarie di coalizione sono un’altra cosa. E soprattutto, nella storia italiana, hanno mostrato tutti i loro limiti. L’esperimento del 2006 viene evocato come precedente emblematico: il risultato allora era scontato, ma quel passaggio non servì affatto a rafforzare la coesione dell’alleanza.

Per questo oggi, secondo Veltroni, le strade realistiche sono tre. La prima è quella che già si intravede per inerzia: uno scontro tra candidature forti, destinate a misurarsi fin dalla definizione delle regole, con il rischio di trascinare il confronto in una logica identitaria, conflittuale e potenzialmente distruttiva prima, durante e soprattutto dopo il voto. Una soluzione che appare pericolosa, tanto più se non accompagnata da un accordo programmatico preventivo e vincolante.

La seconda via è quella più classica e più politica: sedersi attorno a un tavolo, guardarsi negli occhi e chiedersi se esista una figura in grado di interpretare davvero lo spirito della coalizione, come avvenne nel 1996 con Romano Prodi. Una scelta meno spettacolare, forse, ma più adulta. Anche se Veltroni non idealizza neppure quella stagione, ricordando che nemmeno allora la soluzione bastò a garantire stabilità duratura.

La scelta più trasparente: lasciare che siano le elezioni a decidere la leadership

La terza opzione è quella che Walter Veltroni sembra guardare con maggiore favore. Lavorare intensamente a un programma comune, usarlo come vincolo politico e morale dell’alleanza, presentarsi uniti alle elezioni e lasciare poi che siano gli elettori, con il loro voto, a indicare quale forza sarà la più forte e dunque esprimerà la leadership di governo. Una soluzione limpida, leggibile, difficilmente contestabile. Sarebbero le urne, e non una procedura intermedia, a decidere davvero.

È un’impostazione che ha il pregio della chiarezza e della mobilitazione piena. Coinvolgerebbe tutti i cittadini, non solo i partecipanti a una consultazione interna o seminterna. Eviterebbe polemiche sulle modalità del voto, sul doppio turno, sulle piattaforme online, sui sospetti di inquinamento da parte di elettori esterni. E soprattutto obbligherebbe il campo progressista a fare finalmente il lavoro più difficile e più necessario: costruire una proposta politica prima ancora di costruire una passerella di candidature.

Il fantasma di Tafazzi che incombe ancora sulla sinistra

Il monito finale di Walter Veltroni è quasi brutale nella sua efficacia. Se tra guerre, crisi economiche e paure sociali la sinistra tornerà a concentrarsi soprattutto sull’organizzazione delle campagne per le primarie e sulla competizione tra leader, si riaffaccerà il suo fantasma più antico: Tafazzi. L’autolesionismo trasformato in metodo politico. La capacità di farsi male da sola proprio quando il contesto offrirebbe un’opportunità.

E questa volta, lascia intendere, non ci sarebbe davvero niente da ridere. Perché lo scenario internazionale è troppo grave, le tensioni sociali troppo profonde, la disaffezione degli elettori troppo avanzata per sprecare ancora mesi nel solito rumore di fondo. Il messaggio è semplice e pesante insieme: la sinistra italiana può ancora provare a costruire un’alternativa credibile, ma solo se smette di parlare prima di tutto a sé stessa. Il mondo brucia, gli italiani chiedono risposte, e continuare a discutere soltanto di primarie sarebbe non un errore tecnico, ma una colpa politica.