Virus zombie, il caldo scioglie il permafrost e risveglia microrganismi di 50mila anni fa: quali rischi corre davvero l’uomo

Nuovi virus

Sembrano usciti da un film di fantascienza, ma i virus zombie esistono davvero. Il nome, molto più spettacolare della definizione scientifica, indica microrganismi rimasti intrappolati per decine di migliaia di anni nel permafrost e tornati vitali dopo lo scongelamento. L’aumento delle temperature nell’Artico accelera ora la degradazione di quel terreno permanentemente ghiacciato e apre una domanda inevitabile: qualcosa rimasto sepolto dalla preistoria potrebbe tornare a infettare animali o esseri umani?

La risposta della scienza richiede prudenza. I ricercatori hanno già recuperato e riattivato virus antichissimi, dimostrando che alcuni possono conservare capacità infettive per tempi enormi. Finora, però, gli esperimenti hanno riguardato virus capaci di attaccare organismi unicellulari come le amebe, non l’uomo. Tra questa scoperta e lo scenario di una nuova pandemia esiste quindi una distanza enorme. Ma il rischio teorico non equivale a zero.

Virus zombie, dal permafrost sono riemersi patogeni vecchi di decine di migliaia di anni

La Siberia rappresenta uno dei grandi laboratori naturali di questa ricerca. Gli studiosi hanno isolato dal permafrost diversi virus giganti, tra cui Pithovirus sibericum e Mollivirus sibericum, conservati nel terreno congelato per circa 30mila anni. Una volta trasferiti in condizioni adatte, questi virus hanno ricominciato a moltiplicarsi all’interno delle amebe. Studi successivi hanno inoltre individuato nel permafrost una straordinaria diversità virale, anche in campioni vecchi oltre 40mila anni.

La scoperta dimostra soprattutto una cosa: il congelamento prolungato non distrugge necessariamente ogni microrganismo. Determinate strutture biologiche possono sopravvivere per millenni e recuperare attività quando ritrovano condizioni favorevoli.

Questo, però, non significa che un virus liberato dal ghiaccio possa automaticamente contagiare una persona. Per provocare un’epidemia dovrebbe conservare la propria integrità, trovare un ospite compatibile, riuscire a replicarsi e possedere una modalità di trasmissione sufficientemente efficace. Una concatenazione possibile in linea teorica, ma molto più complessa dello semplice scioglimento del terreno.

Il precedente dell’antrace in Siberia

Un episodio avvenuto nel 2016 mostra tuttavia perché gli scienziati non liquidano completamente il problema. Durante un’estate particolarmente calda, nella penisola siberiana di Yamal esplose un focolaio di antrace che colpì la popolazione locale e provocò la morte di un bambino oltre a quella di migliaia di renne.

Gli studi hanno collegato l’epidemia alla possibile riemersione di spore di Bacillus anthracis provenienti da carcasse infette rimaste per decenni nel terreno congelato. L’aumento dello spessore dello strato di permafrost che si scongela durante l’estate può infatti riportare in superficie materiale biologico precedentemente isolato.

In questo caso non si trattava di un misterioso virus preistorico ma di un batterio conosciuto, capace di produrre spore estremamente resistenti. Proprio per questo il precedente ha un peso scientifico maggiore rispetto agli scenari più spettacolari: dimostra che il disgelo può modificare concretamente il rischio di esposizione a determinati agenti infettivi.

Quanto è realistico il rischio di una pandemia

Gli epidemiologi invitano a distinguere la possibilità biologica dalla probabilità reale. Nessuno può escludere in assoluto che il permafrost custodisca microrganismi capaci di infettare animali o esseri umani. Ma oggi non esistono prove che un antico virus liberato naturalmente dal disgelo abbia provocato una nuova epidemia umana.

Il rischio aumenta soprattutto perché il cambiamento climatico modifica rapidamente ambienti rimasti relativamente stabili per millenni. Miniere, perforazioni, infrastrutture e nuovi insediamenti nelle regioni artiche possono inoltre portare persone e animali a contatto con strati profondi del terreno. Già nel 2015 gli studiosi che lavoravano sui virus giganti del permafrost indicavano l’espansione delle attività umane nell’Artico come uno degli elementi da valutare con attenzione.

Studi più recenti sul disgelo artico inseriscono infatti l’esposizione a malattie infettive e contaminanti tra i rischi che le comunità locali dovranno affrontare insieme alla perdita di infrastrutture, ai problemi di approvvigionamento e alla riduzione della qualità dell’acqua.

Il pericolo più vicino riguarda gli ecosistemi

I virus zombie pongono inoltre una questione meno spettacolare, ma probabilmente più concreta: l’effetto del disgelo sull’equilibrio microbiologico dell’Artico. Batteri, virus e altri microrganismi svolgono un ruolo essenziale nei cicli del carbonio, dell’azoto e nella decomposizione della materia organica.

Quando il permafrost si scongela, l’attività microbica aumenta e accelera la trasformazione del carbonio rimasto immobilizzato nel terreno. Questo processo può favorire il rilascio di anidride carbonica e metano e contribuire ulteriormente al riscaldamento climatico. La ricerca studia anche il ruolo dei virus nel modificare le comunità batteriche che partecipano a questi processi.

Il rischio, dunque, non coincide con l’immagine cinematografica di un patogeno preistorico che emerge dal ghiaccio e scatena improvvisamente una pandemia. La realtà appare più complessa: il rapido disgelo sta aprendo ecosistemi rimasti sigillati per millenni e rimette in circolazione organismi, sostanze e materiale biologico che conosciamo ancora soltanto in parte.