Formaggi italiani, il made in Italy corre all’estero: export da record nonostante dazi, crisi globali e ostacoli sui mercati

Formaggi

Il formaggio italiano continua a viaggiare e lo fa in un momento in cui il commercio globale assomiglia sempre meno a un’autostrada e sempre più a un percorso a ostacoli, tra dazi, guerre commerciali, barriere non tariffarie, crisi logistiche e incertezze geopolitiche. Nonostante tutto, il settore caseario made in Italy ha chiuso il 2025 con un risultato storico: 6,7 miliardi di euro di esportazioni, in crescita del 4,6%. Un record che conferma la capacità dell’industria italiana di trasformare qualità, identità territoriale e capacità commerciale in una leva economica concreta.

Il dato non resta isolato. Nei primi tre mesi del 2026, infatti, le vendite all’estero hanno continuato a crescere, segnando un ulteriore +3,8%. Una progressione che indica come il successo del 2025 non sia stato un episodio favorevole, ma parte di una tendenza più solida. A criticità immutate, il comparto conferma una tenuta che pochi altri settori possono rivendicare con la stessa continuità.

Il sorpasso sulla Nuova Zelanda e il peso dell’export extra Ue

Il punto politicamente ed economicamente più rilevante arriva dal fronte internazionale. Secondo quanto sottolineato dal presidente di Assolatte, Paolo Zanetti, l’Italia ha ormai conquistato una posizione di primo piano nel mercato caseario mondiale. «Sul fronte internazionale – commenta Zanetti – la forza competitiva dell’industria italiana emerge con chiarezza. Con 2,01 miliardi di esportazioni extra Ue, l’Italia ha superato la Nuova Zelanda ed è oggi il secondo esportatore caseario mondiale per valore, dopo gli Usa».

È un passaggio tutt’altro che marginale. La Nuova Zelanda rappresenta da sempre uno dei giganti globali del settore lattiero-caseario. Superarla per valore nelle esportazioni extra europee significa certificare non solo la forza dei grandi marchi italiani, ma anche la capacità del sistema produttivo nazionale di presidiare mercati lontani, complessi e altamente competitivi.

Il successo dell’Italia non nasce soltanto dalla reputazione dei prodotti più conosciuti, ma da un modello industriale che ha saputo accompagnare la tradizione con investimenti, presenza commerciale e costruzione di relazioni nei Paesi di destinazione. Il formaggio italiano non si limita più a essere un simbolo gastronomico: è una voce strutturale dell’export nazionale.

L’Europa resta il grande mercato del formaggio italiano

Se la crescita extra Ue racconta l’espansione globale del settore, l’Europa resta comunque il cuore del fatturato estero. Oltre quattro miliardi di euro maturano infatti sui mercati europei, che assorbono più di 479mila tonnellate di formaggi italiani. È qui che il made in Italy caseario consolida la propria forza, beneficiando di una domanda stabile e di una conoscenza ormai profonda dei prodotti italiani.

Il comparto ha raggiunto un giro d’affari complessivo di 28,5 miliardi di euro. Numeri che lo collocano tra gli assi portanti dell’industria alimentare italiana: rappresenta l’11% dell’export, l’11% del fatturato alla produzione dell’intero settore alimentare nazionale e il 9% degli addetti, con oltre 43mila lavoratori.

Dietro questi dati non ci sono soltanto le grandi denominazioni note al consumatore internazionale, ma una filiera ampia, fatta di imprese, stabilimenti, logistica, competenze tecniche e capacità di promozione. Il formaggio italiano è insieme prodotto agricolo, industria, cultura alimentare e diplomazia economica.

Dazi, barriere e crisi logistiche: la crescita dentro la tempesta

La performance del settore appare ancora più significativa se letta alla luce delle difficoltà affrontate negli ultimi anni. Sul fronte internazionale, le imprese italiane hanno dovuto fare i conti con le oscillazioni tariffarie negli Stati Uniti, con barriere non tariffarie in Asia e America Latina e con le difficoltà logistiche provocate dalle crisi in Medio Oriente.

Sono ostacoli che incidono direttamente sulla competitività: aumentano i costi, rallentano le spedizioni, complicano la programmazione commerciale e rendono più difficile presidiare mercati lontani. Eppure il comparto caseario italiano ha continuato a crescere, puntando su presenza diretta, investimenti e relazioni costruite nel tempo.

Lo rivendica Zanetti con parole che fotografano bene la natura del lavoro svolto dalle imprese: «I risultati ottenuti nonostante le tante difficoltà sono eclatanti. Abbiamo viaggiato, investito, aperto filiali, costruito relazioni. Abbiamo portato il nostro Paese nel mondo con la valigetta in mano».

In questa frase c’è una parte importante della storia recente del made in Italy alimentare. Il successo non dipende soltanto dalla qualità del prodotto, ma dalla capacità di portarlo nei mercati, difenderlo, spiegarlo e renderlo riconoscibile. In un mondo in cui la concorrenza non riguarda più solo il prezzo, ma anche la reputazione, la distribuzione e la solidità commerciale, la filiera casearia italiana sembra aver compreso meglio di altri la necessità di muoversi con metodo industriale.

Il made in Italy alimentare come potenza economica

Il record dei formaggi italiani all’estero non è solo una buona notizia di settore. È il segnale di un made in Italy alimentare che continua a rappresentare uno dei volti più solidi dell’economia nazionale. In un contesto internazionale instabile, la capacità di crescere sui mercati esteri diventa una forma di protezione industriale e occupazionale.

Il settore caseario pesa per oltre 43mila addetti e contribuisce in modo significativo al fatturato dell’intera industria alimentare. Questo significa che ogni punto di crescita dell’export non si traduce solo in maggiori ricavi per le imprese, ma anche in tenuta produttiva, lavoro e presidio dei territori.

La sfida, ora, sarà mantenere questo ritmo senza sottovalutare le incognite. I dazi Usa, le barriere commerciali e le crisi logistiche restano fattori di rischio reali. Ma il 2025 ha dimostrato che il formaggio italiano possiede una forza competitiva capace di resistere anche quando il quadro internazionale diventa più difficile.

Il dato più importante, forse, è proprio questo: il made in Italy caseario non vive più soltanto di immagine. Ha costruito numeri, mercato e presenza globale. E mentre molte filiere industriali devono difendersi dalla frammentazione del commercio mondiale, i formaggi italiani continuano a fare quello che sanno fare meglio: partire dai territori e arrivare sulle tavole del mondo.