Benvenuti in Idiocracy: nel 2006 Mike Judge aveva previsto tutto con una commedia eccessiva che oggi è diventata un documentario…

Il presidente Macho Camacho

Riguardate l’incipit di Idiocracy. Poi accendete il televisore, aprite un social network, ascoltate un dibattito politico qualsiasi. La sensazione è la stessa: Mike Judge non aveva scritto una commedia, aveva soltanto sbagliato la data. Quando il film uscì nel 2006, venne liquidato come una satira troppo volgare, troppo estrema, troppo americana per essere presa davvero sul serio. Un mondo popolato da adulti incapaci di ragionare, dove la pubblicità sostituisce la cultura, la politica diventa wrestling, il dibattito pubblico una gara di slogan e la competenza una malattia sociale. Faceva ridere perché sembrava impossibile. Oggi non ride più nessuno.

Il punto non è soltanto che siamo diventati meno intelligenti. Il punto è che abbiamo smesso di considerare l’intelligenza un valore. Studiare è diventato sospetto, approfondire è noioso, leggere è da élite, conoscere i dossier è quasi una colpa. Chi possiede competenze viene immediatamente catalogato come membro di una casta da abbattere, mentre chi urla più forte viene promosso a interprete del “buonsenso della gente”. La politica si è adattata con impressionante velocità: i programmi sono stati sostituiti dagli slogan, le idee dagli hashtag, il confronto dai meme, la responsabilità dal consenso istantaneo. Governare è diventato secondario rispetto all’occupazione permanente dello spazio mediatico. L’importante non è avere ragione. L’importante è diventare virali.

Il presidente di Idiocracy non fa più ridere

In Idiocracy il presidente degli Stati Uniti è Dwayne Elizondo Mountain Dew Herbert Camacho, ex wrestler, ex pornostar e showman che governa urlando slogan davanti a una folla in delirio. Nel 2006 sembrava una caricatura impossibile. Vent’anni dopo, Mike Judge è stato superato dalla realtà. La politica contemporanea ha dimostrato che perfino una satira così estrema poteva essere raggiunta, e in certi momenti perfino superata, dalla spettacolarizzazione del potere reale. Donald Trump è diventato, per milioni di sostenitori e altrettanti critici, il simbolo di questa trasformazione: una figura capace di dominare il dibattito pubblico facendo della comunicazione uno spettacolo permanente, dell’insulto una consuetudine, della sparata e delle fake news un’arma fino a rendere sfumato il confine tra governo, show e campagna elettorale infinita. Camacho faceva ridere perché era satira. Oggi quella stessa dinamica divide il mondo perché appartiene alla cronaca.

Ci avevano promesso che la rete avrebbe democratizzato il sapere. Ha democratizzato soprattutto la convinzione che ogni opinione valga quanto un fatto. Mai nella storia l’umanità ha avuto accesso a una quantità tanto enorme di conoscenza, eppure scegliamo di passare ore a farci guidare dagli algoritmi verso indignazioni prefabbricate, complotti riciclati e influencer che spiegano il mondo in trenta secondi. Internet non ha creato l’idiozia, l’ha amplificata. Le ha dato un microfono, una regia, una platea, un sistema di monetizzazione. Ogni sciocchezza trova il suo pubblico, ogni bugia la sua tifoseria, ogni incompetente la sua nicchia di fedelissimi pronti a scambiare l’arroganza per coraggio.

La competenza è diventata il nemico

Questa è la vera vittoria dell’idiocrazia: non l’esistenza degli ignoranti, che ci sono sempre stati, ma la trasformazione dell’ignoranza in identità politica e culturale. Non sapere non basta più. Bisogna rivendicarlo, esibirlo, trasformarlo in purezza, opporlo a chi studia come se la preparazione fosse una forma di corruzione. Così l’esperto diventa sospetto, il medico diventa venduto, lo scienziato diventa servo del sistema, il giornalista diventa nemico del popolo, il professore diventa radical chic. Restano il video virale, la frase da bar, il sospetto permanente, la convinzione che “uno vale uno” significhi che l’opinione di chi ha letto tre post su Facebook pesi quanto quella di chi ha passato trent’anni a studiare un tema.

Guardate le classifiche, i trend, i programmi televisivi, certi dibattiti politici, certi personaggi costruiti esclusivamente per occupare attenzione. L’importante non è più dire qualcosa, ma esserci. Qualunque cosa si dica, qualunque sciocchezza si pronunci, qualunque bugia si rilanci. La cultura è stata sostituita dal rumore, l’autorevolezza dalla notorietà, la preparazione dalla sicurezza con cui si pronunciano assurdità. Ed è proprio questo il cuore di Idiocracy: non la stupidità individuale, ma la sua trasformazione in sistema.

Il film che abbiamo scambiato per una commedia

L’errore più grande non è stato quello di Mike Judge. È stato il nostro. Abbiamo pensato che stesse esagerando, invece stava osservando una deriva che era già iniziata: la trasformazione della politica in intrattenimento, la sfiducia verso gli esperti, il culto dell’ignoranza elevata a spontaneità, la convinzione che studiare sia meno importante che urlare. Idiocracy non è profetico perché ha previsto il futuro, ma perché aveva capito una cosa semplicissima: una civiltà non crolla soltanto per guerre, crisi economiche o invasioni. Può crollare anche quando smette di distinguere la competenza dall’improvvisazione, la verità dalla propaganda, il pensiero dal rumore.

Il futuro immaginato da Mike Judge era brutto, volgare, stupido, disperatamente comico. Il nostro ha qualcosa di peggio: la presunzione di essere serio. I suoi Camacho gridavano slogan in un’arena. I nostri lo fanno davanti alle telecamere, nelle conferenze stampa, nei comizi, sui social, nei parlamenti, mentre folle sempre più abituate al rumore applaudono senza chiedersi più se dietro quel rumore esista ancora un’idea. Forse la domanda più inquietante non è se viviamo già dentro Idiocracy. La domanda è se ce ne accorgeremo prima che sia troppo tardi.