Giorgia Meloni scopre il caro benzina alla vigilia dell’esodo: ora chiede a Giorgetti di trovare i soldi per tagliare le accise

Giorgia Meloni si è svegliata. Ha guardato il calendario, ha scoperto che agosto sta arrivando, ha dato un’occhiata ai tabelloni dei distributori e si è accorta che gli italiani stanno pagando benzina e gasolio a prezzi da gioielleria. A quel punto ha convocato Giancarlo Giorgetti e gli ha posto la domanda che accompagna ogni grande intuizione del governo: quanti soldi ci sono rimasti?

Servono per un nuovo decreto taglia accise. Subito, possibilmente prima che milioni di automobilisti partano per le vacanze e si rendano conto che il primo lusso dell’estate non sarà l’albergo, ma riuscire a raggiungerlo con il serbatoio pieno.

Soltanto tre settimane fa il governo aveva deciso di non prorogare gli sconti alla pompa. La linea appariva granitica: impossibile continuare a spendere denaro pubblico per calmierare i carburanti. Poi i prezzi hanno ricominciato a correre, le opposizioni hanno accusato Palazzo Chigi di immobilismo, Confindustria ha lanciato l’allarme sulle conseguenze economiche della guerra in Iran e la premier ha improvvisamente scoperto che forse lasciare scadere la misura non era stata proprio un’idea da Nobel.

Il 24 luglio la benzina self sulla rete stradale costava in media 1,968 euro al litro, mentre il gasolio aveva raggiunto 2,161 euro. Sulle autostrade la benzina era salita a 2,059 euro e il diesel a 2,228 euro al litro. Non la percezione dei soliti disfattisti: dati ufficiali del ministero delle Imprese.

Prima toglie gli sconti, poi scopre che i prezzi salgono

Palazzo Chigi prova a spiegare che esistono rincari e rincari. Un conto sarebbe stato il rialzo “fisiologico” seguito alla fine degli sconti, un altro la nuova corsa registrata negli ultimi giorni.

Tradotto: il governo sapeva perfettamente che togliendo il taglio delle accise gli automobilisti avrebbero pagato di più, ma sperava che lo facessero con discrezione. Il problema nasce quando la cifra supera la soglia psicologica dei due euro e persino l’elettore più fedele, mentre osserva il contatore della pompa, comincia a sospettare che la sovranità energetica non consista nel sovrano diritto di farsi spennare.

A marzo l’esecutivo aveva ridotto le accise per venti giorni, finanziando un intervento da circa mezzo miliardo di euro. In seguito aveva prorogato la misura fino al primo maggio, con un altro stanziamento da 500 milioni. Poi gli sconti si erano progressivamente assottigliati fino alla decisione di lasciarli morire.

Adesso Meloni torna esattamente al punto di partenza e chiede di preparare una nuova sforbiciata. Il governo della programmazione strategica si muove così: chiude il rubinetto, aspetta che la casa si allaghi e poi convoca una riunione urgente per discutere l’acquisto di un secchio.

Trump alza la tensione, gli italiani pagano il pieno

La premier teme soprattutto gli effetti dell’escalation tra Washington e Teheran. Ogni nuova minaccia, ogni attacco e ogni irrigidimento sullo scenario iraniano spinge verso l’alto il prezzo del petrolio e rende più costoso il rifornimento.

Il governo sa che la situazione può peggiorare proprio durante l’esodo estivo. Milioni di italiani si metteranno in viaggio nello stesso momento in cui benzina e diesel hanno già oltrepassato o sfiorato i due euro. Sulle autostrade, dove la libertà di scelta tra i distributori somiglia a quella tra una rapina e un’estorsione, il gasolio supera abbondantemente quota 2,20.

Il vertice tra Meloni e Giorgetti ha quindi discusso possibili interventi urgenti. Fonti di Palazzo Chigi hanno confermato che il governo sta valutando diverse misure, compresa l’attivazione delle cosiddette accise mobili.

La prossima riunione ordinaria del Consiglio dei ministri è fissata per il 4 agosto, ma persino la premier avrebbe compreso che presentarsi con il decreto quando metà del Paese ha già pagato il pieno per raggiungere il mare non produrrebbe un travolgente effetto elettorale. Per questo Palazzo Chigi valuta un provvedimento anticipato.

Meloni avrebbe raccomandato di evitare «tentativi a vuoto». Una preoccupazione comprensibile, anche se arriva dopo aver appena concluso con successo il più classico dei tentativi a vuoto: cancellare gli sconti e scoprire tre settimane dopo di averne nuovamente bisogno.

L’accisa mobile che si muove pochissimo

Il governo presenta l’accisa mobile come uno degli strumenti capaci di salvare gli automobilisti. Il meccanismo utilizza l’extragettito Iva prodotto dall’aumento dei prezzi energetici per ridurre temporaneamente le imposte sui carburanti.

L’idea possiede un’indubbia eleganza: lo Stato incassa più Iva perché il prezzo sale e restituisce una parte del guadagno attraverso uno sconto sulle accise. Peccato che l’extragettito disponibile per giugno risulti limitato, perché in quel periodo gli sconti erano ancora attivi e i prezzi restavano più bassi.

La sola accisa mobile potrebbe quindi produrre una riduzione di pochi centesimi. Una formidabile operazione di sollievo grazie alla quale l’automobilista, dopo un pieno, potrebbe forse permettersi anche un caffè. Senza brioche, naturalmente.

Per ottenere un taglio più visibile, Giorgetti deve cercare altre coperture nel bilancio dello Stato. Ed è qui che la missione si complica. Il debito pubblico non consente grandi slanci, le precedenti misure sono costate miliardi e ogni centesimo sottratto alle accise deve comparire da qualche altra parte.

Il ministro dell’Economia dovrà quindi scavare nei conti mentre Meloni lo incalza perché trovi rapidamente denaro sufficiente a trasformare una retromarcia politica in un nuovo gesto di generosità governativa.

Il governo rincorre il problema che aveva appena creato

L’aspetto più imbarazzante non riguarda soltanto il ritardo, ma la perfetta incoerenza dell’operazione. A marzo il governo aveva deciso di intervenire quando i prezzi risultavano inferiori a quelli attuali. A luglio ha invece lasciato scadere gli sconti, contribuendo all’aumento alla pompa. Ora torna a preparare un nuovo decreto perché quei prezzi sono diventati politicamente insostenibili.

Non è una strategia. È un abbonamento al pronto soccorso.

Meloni può attribuire una parte della responsabilità alla crisi internazionale, al petrolio, a Trump, all’Iran e alle tensioni sui mercati. Non può però fingere che la fine degli sconti non abbia avuto conseguenze né cancellare la scelta compiuta poche settimane fa.

Anche il ministro Adolfo Urso, dopo giorni di rincari, ha assicurato che il governo agirà «se necessario». Evidentemente il diesel oltre 2,20 euro in autostrada ha finalmente soddisfatto i severi requisiti tecnici necessari per accorgersi del problema.

Schlein riscopre l’accisa mobile e attacca Palazzo Chigi

Nel frattempo Elly Schlein prova a entrare nella vicenda e prepara una campagna del Pd contro il caro carburanti. La segretaria accusa Meloni di concentrarsi sulla legge elettorale mentre gli italiani pagano prezzi sempre più alti.

Tra le proposte democratiche compare anche l’accisa mobile, esattamente lo strumento che il governo sta valutando. Il confronto politico promette quindi momenti esaltanti: maggioranza e opposizione si accuseranno reciprocamente di non voler utilizzare abbastanza rapidamente la stessa misura.

Il Pd può almeno rivendicare di aver segnalato l’emergenza mentre Palazzo Chigi continuava a minimizzarla. Meloni, però, spera di anticipare l’offensiva con un decreto da presentare come risposta immediata e risolutiva.

Resta da capire quanto consistente sarà il taglio e quanto durerà. Pochi centesimi per qualche settimana potrebbero servire a confezionare una conferenza stampa, molto meno a compensare mesi di aumenti.

Il pieno patriottico prima delle vacanze

Il governo corre ora contro il tempo, contro i mercati e soprattutto contro i tabelloni luminosi dei distributori. Ogni giorno che passa rende più costoso l’intervento e più evidente la contraddizione.

Meloni aveva promesso di alleggerire le accise, poi al governo le ha utilizzate come tutti i predecessori perché garantiscono entrate sicure e immediate. Ha tagliato temporaneamente le imposte quando l’emergenza politica lo imponeva, ha lasciato scadere lo sconto quando pensava che il pericolo fosse passato e ora lo rispolvera mentre gli italiani preparano le valigie.

Il grande piano energetico dell’esecutivo consiste dunque nel controllare il prezzo del carburante attraverso un sofisticato indicatore: il livello di rabbia degli automobilisti.

Quando il malumore resta sopportabile, gli sconti possono finire. Quando il diesel supera i 2,20 euro, arrivano vertici, comunicati, ipotesi, accise mobili e telefonate disperate a Giorgetti.

La premier chiede un segnale immediato. Gli italiani, più modestamente, chiedono di poter andare in vacanza senza dover scegliere tra il pieno e una settimana di albergo.

Palazzo Chigi studia la risposta. Possibilmente prima che tornino tutti a casa.