Giorgia Meloni ha un problema che si chiama Donald Trump. Fino a qualche mese fa, l’amicizia con il presidente americano rappresentava uno dei gioielli della sua politica estera, la prova che l’Italia poteva sedersi al tavolo dei potenti contando su un rapporto privilegiato con la Casa Bianca. Adesso, dopo la sconfitta dei repubblicani alle elezioni di metà mandato, quella stessa vicinanza rischia di trasformarsi in una zavorra politica. E a Palazzo Chigi è cominciata una delicata operazione di sganciamento: prendere le distanze dal tycoon senza compromettere il rapporto con Washington. Un esercizio di equilibrismo che somiglia sempre più a una fuga con il freno a mano tirato.
La parola d’ordine che circola nella maggioranza è tanto prudente quanto rivelatrice: «Non entriamo nelle dinamiche interne altrui». Traduzione politica: gli Stati Uniti restano un alleato indispensabile, ma le fortune elettorali di Trump non devono necessariamente diventare anche quelle di Giorgia Meloni. Il problema è che il presidente americano non sembra intenzionato a ricambiare tanta delicatezza.
Trump attacca l’Italia: «Forse non sopravviverà». Lo schiaffo a Giorgia Meloni
Nella notte italiana del 4 novembre, mentre negli Stati Uniti si contavano i voti delle midterm, Trump è intervenuto telefonicamente su Fox News. Dopo aver rivendicato i risultati della propria politica sull’immigrazione, ha rivolto lo sguardo all’Europa, riservando parole tutt’altro che amichevoli a due Paesi alleati.
«L’Europa sta morendo, Francia e Italia sono in un momento terribile, forse questi Paesi neanche sopravviveranno».
Un giudizio devastante, soprattutto per la presidente del Consiglio italiana, che ha investito una parte considerevole del proprio capitale diplomatico nella relazione personale con il leader repubblicano. Trump non ha fatto distinzioni tra governi amici e avversari, né ha risparmiato l’Italia in nome dell’intesa con Meloni.
E così, mentre la premier cerca di proteggere il rapporto con gli Stati Uniti, il suo interlocutore privilegiato descrive il Paese che governa come una nazione sull’orlo del collasso. Un bel modo di ripagare mesi di sorrisi, strette di mano e dichiarazioni di reciproca stima.
Il volo segreto da Ciampino a Teheran: la missione dei servizi italiani
Ma il segnale più interessante della crescente autonomia italiana potrebbe essere arrivato da un aeroporto romano. Alle 2.10 del mattino del 3 novembre, poche ore prima dell’apertura dei seggi americani, un jet privato è decollato da Ciampino diretto a Teheran, dove sarebbe rimasto per circa otto ore.
Secondo la ricostruzione giornalistica, il velivolo avrebbe utilizzato un codice identificativo capace di schermarne l’identità, una caratteristica che può comparire nei voli collegati all’intelligence. Il viaggio sarebbe stato una missione dei servizi segreti italiani, impegnati a mantenere aperto un canale diretto con le autorità iraniane.
L’operazione, se confermata nei suoi dettagli, racconta una scelta precisa: Roma non intende affidare esclusivamente a Washington la gestione dei propri rapporti con Teheran. La guerra nel Golfo coinvolge interessi italiani troppo importanti, dalla sicurezza nazionale alle forniture energetiche, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
La diplomazia parallela italiana, del resto, non sarebbe nata con le difficoltà elettorali di Trump. I contatti con l’Iran sarebbero proseguiti anche durante i bombardamenti della scorsa primavera, con l’obiettivo di evitare che l’Italia diventasse un bersaglio diretto del conflitto.
La guerra nel Golfo presenta il conto: energia più cara e consenso a rischio
Per Giorgia Meloni, il problema iraniano non riguarda soltanto gli equilibri internazionali. Riguarda anche il portafoglio degli italiani e, di conseguenza, la tenuta del consenso interno.
Le tensioni nel Golfo e i rischi per i traffici attraverso Hormuz alimentano l’incertezza sui mercati energetici. Ogni rincaro delle forniture può tradursi in nuove pressioni sui prezzi, sui costi delle imprese e sulle bollette delle famiglie. E quando l’energia diventa più cara, l’amicizia con il presidente americano smette rapidamente di essere un argomento spendibile nella propaganda politica.
Palazzo Chigi deve inoltre fare i conti con le minacce arrivate da Teheran. Ahmad Bakhshayesh Ardestani, membro della commissione per la sicurezza del Parlamento iraniano, ha avvertito che l’eventuale utilizzo delle basi americane in Europa per attaccare l’Iran potrebbe provocare una risposta missilistica contro il continente.
«Se l’America utilizzerà le sue basi in Europa, comprese quelle in Italia e Germania, i missili iraniani saranno lanciati verso l’Europa».
Parole che rendono ancora più delicata la posizione italiana. Il governo non intende sostenere nuovi attacchi contro Teheran e, secondo le ricostruzioni emerse, aveva già manifestato contrarietà all’utilizzo della base di Sigonella durante la prima fase del conflitto.
Ucraina, Meloni torna a guardare l’Europa: il nuovo pacchetto di aiuti militari
Il riposizionamento passa anche dall’Ucraina. Il prossimo 10 novembre il ministro della Difesa Guido Crosetto dovrebbe illustrare al Copasir il nuovo pacchetto di aiuti militari destinati a Kiev, rimasto a lungo in sospeso.
La coincidenza temporale con le elezioni americane non passa inosservata. Mentre Trump esce indebolito dal voto, Meloni deve decidere come consolidare la propria collocazione europea e mantenere gli impegni nei confronti dell’Ucraina.
La premier cerca così di rafforzare il dialogo con Parigi, Berlino e Londra, capitali con le quali i rapporti non sono sempre stati semplici. Francia, Germania e Regno Unito continuano a muoversi anche attraverso il formato diplomatico E3, dal quale Roma resta esclusa, ma la necessità di coordinare le risposte alle iniziative americane potrebbe spingere il governo italiano verso una maggiore convergenza con gli alleati europei.
È un cambiamento significativo rispetto alla stagione nella quale Meloni sembrava puntare soprattutto sulla possibilità di diventare l’interlocutrice privilegiata di Trump nel Vecchio Continente.
Il G20 di Miami e l’ombra di Putin: un altro possibile scontro con Washington
Un nuovo terreno di confronto potrebbe aprirsi a dicembre, in occasione del G20 previsto a Miami. Nelle cancellerie europee si ragiona sulle conseguenze di un eventuale invito di Vladimir Putin da parte del presidente americano.
L’ipotesi alimenta già valutazioni su possibili risposte diplomatiche, dalla riduzione del livello delle delegazioni fino alla diserzione del vertice. Anche in questo caso, secondo le indiscrezioni, Meloni sarebbe orientata a mantenere una posizione coordinata con i partner europei.
La presidente del Consiglio si ritrova così a gestire una contraddizione sempre più evidente. Da una parte, la necessità di preservare l’alleanza strategica con gli Stati Uniti, fondamentale per la sicurezza italiana e per gli equilibri della Nato. Dall’altra, l’esigenza di non restare politicamente prigioniera delle scelte di un presidente americano che attacca gli alleati, alimenta tensioni internazionali e ha appena incassato una pesante sconfitta elettorale.
Per mesi Giorgia Meloni ha presentato il rapporto con Donald Trump come una risorsa della propria leadership internazionale. Ora deve dimostrare di poter difendere gli interessi italiani anche quando questi non coincidono con quelli dell’inquilino della Casa Bianca. E soprattutto deve riuscirci senza trasformare l’ex amicizia speciale in un incidente diplomatico permanente.







