La Flotilla e l’accusa sulle “navi lager” israeliane: «Picchiati nella panic room, taser, stupri e proiettili di gomma»

Violenze e stupri in Israele

Le accuse sono pesantissime e ora non arrivano più soltanto dai singoli attivisti rientrati dalla missione. La Global Sumud Flotilla denuncia violenze fisiche, abusi sessuali, molestie, pestaggi, uso di taser, proiettili di gomma sparati a distanza ravvicinata e decine di persone con ossa rotte durante la detenzione da parte delle forze israeliane. Un quadro durissimo, che Israele sarà chiamato a chiarire mentre la vicenda diventa sempre più internazionale e coinvolge governi europei, Nazioni Unite e diplomazie già in forte tensione.

Secondo la Flotilla, tra gli oltre 400 attivisti trattenuti dalle forze israeliane ci sarebbero «almeno 15 casi di violenza sessuale, inclusi stupri». Accuse estreme, ancora da verificare nelle sedi competenti, ma sufficienti a far esplodere un caso politico e diplomatico. Nei racconti raccolti dagli attivisti e dai legali dell’ong Adalah compaiono pestaggi, perquisizioni umilianti, persone spogliate, molestate, colpite con scariche elettriche e lasciate in condizioni fisiche drammatiche.

Le accuse della Flotilla: pestaggi, taser e abusi sessuali

Tra le testimonianze più forti c’è quella del giornalista Alessandro Mantovani, che ha raccontato di essere stato «picchiato, con le manette e le catene alle caviglie». Con lui c’era anche il deputato del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto. Il quadro denunciato dagli attivisti è quello di una detenzione violenta e umiliante, con trattamenti che, se confermati, aprirebbero scenari gravissimi anche sul piano del diritto internazionale.

La Global Sumud Flotilla ha scritto sui propri canali social che ciò che è accaduto ai partecipanti rappresenterebbe solo «un piccolo esempio» della brutalità che Israele infliggerebbe quotidianamente agli ostaggi palestinesi. La denuncia non si limita dunque al trattamento dei propri attivisti, ma è inserita in una cornice politica più ampia, con la richiesta di aumentare la pressione internazionale su Israele.

La Germania chiede spiegazioni: «Ferite sui nostri cittadini»

La vicenda si è allargata rapidamente anche sul piano diplomatico. La Germania ha chiesto chiarimenti a Israele dopo aver riscontrato ferite su cittadini tedeschi trasferiti a Istanbul. Un portavoce del ministero degli Esteri tedesco ha spiegato che circa 400 attivisti della Global Sumud Flotilla, tra cui otto tedeschi, sono arrivati in Turchia e che il team consolare ha potuto verificare la presenza di lesioni su alcuni di loro.

«Non è per noi comprensibile come siano arrivati allo stato di salute osservato», ha dichiarato Berlino, chiedendo un chiarimento completo dei fatti. Il governo tedesco ha definito «totalmente inaccettabile» anche il comportamento del ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir verso gli attivisti, chiedendo piena trasparenza nell’indagine.

Francia, Italia e Onu alzano la pressione su Israele

Anche la Francia si è mossa contro Ben-Gvir, annunciando l’interdizione del ministro israeliano dal territorio francese dopo quelli che Parigi definisce comportamenti «inqualificabili» nei confronti di cittadini francesi ed europei a bordo della Flotilla. Una decisione politicamente pesante, accompagnata però dalla precisazione che il governo francese disapprova comunque l’iniziativa della missione.

In Italia, Antonio Tajani ha scelto una formula diplomatica ma netta: «L’Italia è amica di Israele ma abbiamo dato dei segnali affinché si renda conto che c’è un limite oltre il quale non si può andare. Essere amici significa essere sinceri». Intanto, secondo quanto emerge, Roma valuta anche possibili profili di reato legati a torture e violenze sessuali.

Dalle Nazioni Unite arriva un’altra presa di posizione. Il portavoce dell’Onu ha espresso «preoccupazione» per le segnalazioni sul trattamento degli attivisti e ha richiamato anche il video diffuso da un ministro israeliano, definendolo umiliante per le persone arrestate. «Tutti devono essere liberati e rimandati a casa», ha detto, aggiungendo che i responsabili di eventuali maltrattamenti dovranno risponderne.

Il caso Flotilla, dunque, non è più soltanto una vicenda di attivisti fermati in mare. È diventato un dossier internazionale sulle condizioni di detenzione, sui limiti dell’azione israeliana e sulla capacità dell’Europa di pretendere risposte quando a denunciare violenze, abusi e umiliazioni sono anche i suoi cittadini.