Puoi avere portaerei nucleari, caccia di quinta generazione, satelliti, droni e missili da crociera. Puoi anche disporre di uno dei bilanci militari più giganteschi del pianeta. Ma se mandi i Marines degli Stati Uniti ad addestrarsi nell’Artico con gli scarponi che si aprono sotto i piedi, qualcosa nella macchina militare più potente del mondo evidentemente non funziona. È quanto è accaduto durante i preparativi per Cold Response 2026, la grande esercitazione Nato organizzata in Norvegia. Alcuni militari americani hanno dovuto interrompere l’attività sul campo perché le calzature progettate per il freddo estremo hanno cominciato a cedere tra neve, ghiaccio e acqua.
Non si parla soltanto di qualche cucitura saltata dopo settimane di utilizzo. Secondo i documenti militari emersi successivamente, alcuni scarponi avevano meno di trenta giorni quando hanno cominciato a presentare problemi. In certi casi la suola si separava dalla tomaia. In altri il rivestimento interno del tallone si deteriorava oppure gli occhielli dei lacci si allentavano. Il problema più serio riguardava però le infiltrazioni. Quando l’acqua gelida entra in uno scarpone durante un’esercitazione nell’Artico, il disagio smette rapidamente di riguardare il comfort e diventa un rischio per il militare.
I Marines nella neve con gli scarponi che si sfasciano
L’episodio risale alla fine di febbraio, quando migliaia di militari della Nato si trovavano nell’estremo nord europeo per Cold Response 2026. Alla grande esercitazione hanno partecipato oltre 25 mila uomini in Norvegia e più di 7 mila in Finlandia. Gli Stati Uniti hanno schierato circa tremila Marines provenienti da Camp Lejeune, in North Carolina.
Per affrontare temperature e condizioni ambientali estreme, i militari americani disponevano degli Intense Cold Weather Boots, prodotti negli Stati Uniti proprio per questo genere di impiego. Una parte delle calzature, però, non ha superato la prova del terreno. Alcuni Marines hanno dovuto lasciare temporaneamente il campo e procurarsi scarponi sostitutivi attraverso i canali disponibili in Norvegia.
Il Corpo dei Marines ha contestato una parte delle ricostruzioni circolate sulla vicenda. In particolare, ha negato che una nave americana dei rifornimenti abbia deviato la propria rotta verso la Norvegia per consegnare nuove calzature. Ha confermato invece che comandanti e responsabili logistici hanno sfruttato i normali canali di approvvigionamento nel Paese ospitante. In questo modo hanno procurato ai militari l’equipaggiamento necessario.
Tornati negli Stati Uniti controllano i magazzini: 183 paia difettose
La storia avrebbe potuto chiudersi con qualche paio di scarponi particolarmente sfortunato. Al ritorno negli Stati Uniti, però, i Marines hanno deciso di controllare le scorte presenti nei propri depositi. Ad aprile gli ispettori hanno esaminato 2.642 paia di scarponi a Camp Lejeune e hanno trovato 183 paia con difetti, pari al 6,93 per cento del campione. A luglio un secondo controllo avrebbe fatto emergere una percentuale ancora maggiore di problemi.
A quel punto la disavventura nell’Artico ha smesso di apparire come un semplice incidente capitato durante un’esercitazione. I Marines hanno esteso i controlli. La vicenda ha anche riaperto una questione delicata per il Pentagono: come garantire la qualità di materiali apparentemente elementari ma indispensabili quando i soldati devono utilizzarli in condizioni operative estreme.
Il paradosso riguarda anche le regole americane sugli approvvigionamenti. La normativa federale privilegia fortemente la produzione nazionale di uniformi e calzature destinate alle forze armate. L’obiettivo consiste nel mantenere negli Stati Uniti una capacità industriale considerata strategica. Nel caso degli scarponi artici, però, proprio un prodotto americano destinato ai militari americani ha costretto alcuni Marines a cercare una soluzione direttamente in Norvegia.
Non servono soltanto missili e caccia: un esercito cammina ancora sui piedi
La vicenda può sembrare quasi comica vista da lontano, ma dal punto di vista militare racconta qualcosa di molto meno divertente. Gli eserciti moderni dipendono da sistemi tecnologici sempre più sofisticati. Continuano però ad avere bisogno di uomini capaci di muoversi, dormire, mangiare e combattere in condizioni estreme. Uno scarpone che lascia entrare acqua a temperature artiche può mettere fuori combattimento un soldato con la stessa efficacia di problemi apparentemente molto più importanti.
Le esercitazioni servono anche a questo: scoprire ciò che sulla carta dovrebbe funzionare e sul terreno non funziona affatto. Cold Response ha permesso ai Marines di individuare il problema prima di ritrovarsi nelle stesse condizioni durante un’operazione reale. Resta però l’immagine difficilmente dimenticabile di alcuni appartenenti a una delle forze militari più celebri del pianeta costretti a cercare scarponi nuovi. Quelli forniti per affrontare il gelo si stavano letteralmente aprendo.
Poi c’è la USS Abraham Lincoln: 286 giorni di dispiegamento e lo scafo segnato
Gli scarponi dei Marines non rappresentano l’unica immagine poco edificante arrivata nelle ultime settimane dalle forze armate statunitensi. Il 2 settembre la portaerei nucleare USS Abraham Lincoln ha raggiunto il porto thailandese di Laem Chabang, vicino a Pattaya. Alle spalle aveva un dispiegamento durato complessivamente 286 giorni, gran parte dei quali trascorsi senza una vera sosta in porto e con un impiego operativo particolarmente intenso in Medio Oriente.
Quando il gigantesco scafo della portaerei è comparso davanti agli obiettivi dei fotografi, non hanno fatto notizia soltanto i circa cinquemila uomini a bordo finalmente pronti a scendere a terra. Le fotografie mostravano chiaramente lunghe colature di ruggine e accumuli di alghe lungo lo scafo. Anche i bordi del ponte di volo e alcune strutture laterali mostravano i segni della lunga permanenza in mare. Dopo mesi di operazioni ad alta intensità, la Lincoln portava all’esterno tutte le cicatrici di un impiego eccezionalmente lungo.
La portaerei più che decadente era semplicemente esausta
In questo caso bisogna però distinguere l’immagine dalla sostanza. Ruggine superficiale, vernice deteriorata e vegetazione marina non significano automaticamente che una nave da guerra abbia perso efficienza o capacità di combattimento. La Lincoln aveva appena sostenuto mesi di operazioni militari. Il suo aspetto esterno rifletteva soprattutto la lunga assenza di soste durante le quali l’equipaggio avrebbe potuto dedicarsi a una manutenzione estetica approfondita. Il comandante della portaerei ha spiegato che quelle condizioni non risultavano anomale dopo un dispiegamento tanto lungo.
Questo non rende meno impressionanti le fotografie. Una superportaerei nucleare lunga oltre trecento metri rappresenta uno dei simboli della capacità americana di proiettare potenza in qualsiasi punto del pianeta. In Thailandia, però, è arrivata mostrando ruggine e alghe dopo mesi trascorsi in mare. L’immagine raccontava plasticamente quanto gli Stati Uniti avessero spremuto la nave durante il dispiegamento. Nel frattempo, a bordo emergevano anche segnalazioni sullo stress dell’equipaggio, sui problemi di approvvigionamento e sulle difficili condizioni di vita.
Dalla Lincoln agli scarponi, il problema nascosto è la logistica
I due episodi non hanno naturalmente la stessa origine. Sarebbe quindi sbagliato utilizzarli per sostenere che le forze armate americane abbiano improvvisamente perso la propria capacità militare. La Lincoln ha completato una lunghissima missione operativa. Gli scarponi dei Marines hanno invece evidenziato problemi di qualità che hanno spinto i vertici a ordinare verifiche nelle scorte.
Proprio l’accostamento tra le due vicende mostra però un aspetto spesso dimenticato quando si parla della potenza militare degli Stati Uniti. Anche l’apparato bellico tecnologicamente più avanzato dipende da una gigantesca catena logistica e dalla capacità di mantenerla efficiente sotto pressione. Una portaerei può continuare a combattere anche con la vernice dello scafo deteriorata e un Marine può cambiare un paio di scarponi difettosi. Quando una forza armata opera contemporaneamente per mesi su più teatri, però, ogni problema di manutenzione, rifornimento o qualità dei materiali finisce per moltiplicarsi.
La figuraccia resta: nell’Artico il Made in Usa non ha retto
Per i Marines la conseguenza più immediata è stata comunque assai meno strategica e molto più concreta. Erano arrivati nell’Artico per dimostrare di poter operare insieme agli alleati della Nato nelle condizioni climatiche più difficili. Alcuni di loro hanno invece scoperto che l’equipaggiamento progettato proprio per quelle condizioni non riusciva a tenere insieme suola e tomaia.
Le verifiche successive hanno dimostrato che non si trattava soltanto di qualche paio maltrattato durante l’esercitazione. Gli ispettori hanno trovato 183 paia difettose sulle 2.642 controllate, un dato abbastanza consistente da giustificare l’allarme interno. Contemporaneamente, la USS Abraham Lincoln arrivava in Thailandia mostrando le tracce di nove mesi trascorsi quasi ininterrottamente in mare. Dall’Artico al Pacifico, due immagini poco gloriose della macchina militare americana.
Gli Stati Uniti restano una potenza capace di mettere in mare una portaerei nucleare con decine di velivoli e migliaia di uomini e di mantenerla operativa per mesi dall’altra parte del pianeta. Ma persino una macchina militare di queste dimensioni può inciampare in un problema molto più antico dei missili ipersonici e dell’intelligenza artificiale applicata alla guerra: prima di combattere, un soldato deve riuscire a tenere asciutti i piedi.







