Sono trascorsi 32 anni dall’arresto di Gianfranco Stevanin, il serial killer diventato tristemente famoso come il “mostro di Terrazzo”, ma per lui le porte del carcere non si apriranno. Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha respinto la richiesta di semilibertà presentata dalla difesa dell’uomo, oggi 66enne e detenuto nel carcere di Bollate, dove sta scontando l’ergastolo per sei omicidi commessi tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta.
A pesare sulla decisione dei magistrati non c’è soltanto la gravità dei crimini per i quali Stevanin ha ricevuto la condanna definitiva, ma soprattutto ciò che emerge dalle relazioni degli specialisti che lo hanno seguito durante la lunga detenzione. Secondo quanto riportato nell’ordinanza, non sarebbe maturata in lui un’autentica presa di coscienza del male commesso e mancherebbe ancora una vera revisione critica dei delitti. Stevanin, inoltre, continua a sostenere di non ricordare il momento preciso nel quale uccise le sue vittime, pur affermando di conservare memoria di ciò che avveniva prima e dopo.
Gianfranco Stevanin, chi è il “mostro di Terrazzo”
Il nome di Gianfranco Stevanin resta legato a una delle pagine più terribili della cronaca nera italiana degli anni Novanta. Agricoltore della provincia veronese, Stevanin finì al centro di un’indagine che portò alla scoperta di una serie di omicidi e allo sconvolgente ritrovamento dei resti di alcune delle vittime, occultati nei terreni della proprietà familiare a Terrazzo, in provincia di Verona.
Gli investigatori ricostruirono progressivamente una vicenda molto più ampia di quella dalla quale erano partiti e Stevanin venne infine condannato all’ergastolo per sei omicidi. Il lungo iter giudiziario affrontò anche il problema della sua capacità di intendere e di volere, prima di arrivare alla condanna definitiva. Da allora ha trascorso più di tre decenni in detenzione.
Dopo 32 anni Stevanin chiedeva la semilibertà
La richiesta presentata dalla difesa puntava a ottenere per Stevanin la semilibertà, misura che gli avrebbe permesso di trascorrere una parte della giornata fuori dal carcere nell’ambito di un percorso controllato di reinserimento. L’ipotesi prevedeva anche la possibilità di trovare una comunità disposta ad accoglierlo, condizione che avrebbe comunque richiesto l’individuazione di una struttura disponibile.
La difesa aveva indicato tra gli elementi nuovi anche le conseguenze di una grave malattia oncologica affrontata dal detenuto. Secondo il suo avvocato, Francesco D’Andria, la patologia avrebbe determinato la perdita delle pulsioni sessuali e questo elemento avrebbe inciso sulla valutazione della sua attuale pericolosità. Stevanin sostiene inoltre da tempo che la fede abbia profondamente modificato la sua vita e il suo rapporto con il passato. I giudici, tuttavia, hanno ritenuto insufficienti questi elementi davanti alle valutazioni emerse durante l’osservazione carceraria.
Le relazioni degli specialisti: manca una vera revisione critica
Il cuore della decisione riguarda proprio il percorso interiore del detenuto. Nell’ordinanza i magistrati richiamano il lavoro delle équipe che hanno osservato Stevanin durante gli anni trascorsi in carcere e sottolineano come non emergano cambiamenti sufficienti nell’analisi della sua personalità.
Gli specialisti descrivono ancora una distanza emotiva rispetto ai delitti commessi e giudicano formali i rimorsi manifestati dal detenuto. Nelle relazioni compare inoltre la descrizione di un atteggiamento incline a compiacere l’interlocutore e a instaurare con lui un rapporto rassicurante, anche quando Stevanin affronta il tema dei propri crimini. L’ultima relazione del carcere di Bollate segnala inoltre la persistenza della tendenza al controllo della situazione e l’assenza di sentimenti autentici di revisione critica.
È soprattutto quest’ultimo elemento ad avere inciso sulla richiesta di semilibertà. Per i magistrati non basta infatti valutare il comportamento tenuto materialmente in carcere: il percorso necessario per accedere al beneficio richiede anche un’elaborazione dei reati commessi che, secondo le valutazioni richiamate nell’ordinanza, nel caso di Stevanin non avrebbe ancora raggiunto un livello sufficiente.
Stevanin continua a dire di non ricordare gli omicidi
Resta poi un elemento che accompagna da anni la storia giudiziaria e carceraria di Stevanin: l’uomo sostiene di non ricordare il momento esatto nel quale uccise le donne. Dice di ricordare ciò che avveniva prima e ciò che accadeva dopo, ma non l’istante degli omicidi.
Questa dichiarata amnesia entra inevitabilmente nel problema della revisione critica dei delitti. Se il detenuto continua a sostenere di non avere memoria dell’atto omicida, diventa molto più complesso valutare fino a che punto abbia elaborato pienamente ciò che ha fatto e abbia maturato una consapevolezza autentica delle conseguenze delle proprie azioni. Proprio su questo terreno le valutazioni degli specialisti citate dai magistrati rimangono negative.
Il comportamento in carcere e la battaglia contro la malattia
La storia carceraria di Stevanin presenta anche elementi differenti. Negli anni ha lavorato, si è diplomato in ragioneria e in passato ha salvato la vita a un compagno di cella che tentava il suicidio. La difesa ha fatto leva sul percorso compiuto durante la detenzione e sui cambiamenti intervenuti anche nelle sue condizioni fisiche per sostenere la possibilità di avviare una fase diversa nell’esecuzione della pena.
La recente malattia oncologica rappresentava uno dei punti centrali della nuova richiesta. Secondo la tesi difensiva, le sue conseguenze avrebbero eliminato le pulsioni sessuali che avevano caratterizzato la personalità criminale di Stevanin, riducendo quindi il rischio che possa tornare a rappresentare un pericolo. I magistrati hanno però attribuito maggiore peso alle valutazioni psicologiche e comportamentali contenute nelle relazioni del carcere.
Respinta anche la richiesta di una nuova perizia psichiatrica
Il Tribunale di Sorveglianza di Milano non ha soltanto negato la semilibertà, ma ha respinto anche la richiesta della difesa di sottoporre Stevanin a una nuova perizia psichiatrica. Secondo il ragionamento seguito dai giudici, in assenza di una vera revisione critica dei crimini non risulterebbe necessario procedere a un nuovo accertamento per stabilire il suo attuale grado di pericolosità.
La semilibertà rientra tra i provvedimenti di competenza del Tribunale di Sorveglianza e la decisione riguarda quindi il percorso di esecuzione della pena, non una modifica della condanna definitiva pronunciata nei confronti di Stevanin.
L’avvocato di Stevanin: «Il fallimento è anche dello Stato»
La difesa non considera però conclusa la partita. L’avvocato Francesco D’Andria sta valutando la possibilità di presentare ricorso e pone una questione che va oltre il singolo caso del suo assistito: quale funzione possa avere il percorso rieducativo della pena quando, dopo oltre trent’anni di detenzione, un condannato non riesce comunque ad accedere a un percorso di reinserimento.
«Se dopo 32 anni di carcere non si riesce a garantire il reinserimento sociale di un detenuto, il fallimento è anche dello Stato», sostiene il legale. È la posizione della difesa e si scontra con quella espressa dai magistrati nell’ordinanza: il tempo trascorso in carcere, da solo, non dimostrerebbe l’avvenuta revisione critica dei crimini né sarebbe sufficiente per concedere la semilibertà.
Per Gianfranco Stevanin le porte del carcere restano chiuse
A oltre tre decenni dall’arresto, dunque, Gianfranco Stevanin resta nel carcere di Bollate. La malattia, l’età, il comportamento durante la detenzione e il percorso religioso indicati dalla difesa non hanno convinto il Tribunale di Sorveglianza a concedergli la possibilità di iniziare un percorso fuori dall’istituto penitenziario.
Il punto decisivo resta quello indicato dalle relazioni degli specialisti: non il numero degli anni trascorsi dietro le sbarre, ma il rapporto che Stevanin mantiene con ciò che fece e la capacità di riconoscere fino in fondo il male provocato alle sue vittime. Dopo 32 anni di carcere, secondo le valutazioni richiamate dai giudici, quella consapevolezza non è ancora emersa in modo autentico. Ed è per questo che, almeno per ora, la richiesta di semilibertà si ferma davanti alle porte di Bollate.







