Era l’intervista più attesa del momento e Beppe Grillo non ha deluso chi si aspettava che il lungo incontro con Fedez e Davide Marra diventasse qualcosa di molto diverso da una normale ospitata in un podcast. Per oltre ottanta minuti il fondatore del Movimento 5 Stelle ha attraversato quasi mezzo secolo della propria vita pubblica e privata, passando dalla televisione alla politica, da Gianroberto Casaleggio a Giuseppe Conte, da Mario Draghi a Roberto Vannacci, dall’intelligenza artificiale alla religione, fino alla vecchiaia e alla paura della morte. Ma soprattutto ha scelto di affrontare due argomenti dai quali negli ultimi anni era rimasto spesso lontano: la vicenda giudiziaria del figlio Ciro e la fine del suo rapporto con il Movimento che aveva fondato.
Il risultato è un Grillo a tratti malinconico, spesso feroce, continuamente ironico, ma tutt’altro che rassegnato. Un uomo che dice di sentirsi «postumo di me stesso da vivo», che sostiene di essere stato progressivamente cancellato dalla memoria pubblica e che non sembra avere alcuna intenzione di fondare un nuovo partito, ma che considera ormai il Movimento di Giuseppe Conte qualcosa di profondamente diverso dalla creatura nata insieme a Casaleggio.
Ed è significativo che, prima ancora di arrivare alla politica, sia proprio Grillo a portare la conversazione sul terreno più doloroso e personale: suo figlio Ciro.
Il figlio Ciro e quella «spada di Damocle sulla testa»
«Io sono qua principalmente perché mi ha obbligato la mia famiglia a venire», racconta Grillo quasi all’inizio dell’intervista, spiegando che moglie e figli seguono Fedez e Marra. Poi pronuncia il nome di Ciro e il tono cambia.
«Soprattutto Ciro, mio figlio Ciro, che sta attraversando un momento un po’ particolare, di enorme pesantezza».
Il riferimento è alla vicenda giudiziaria che coinvolge il figlio, condannato in primo grado nel settembre 2025 a otto anni di reclusione per violenza sessuale di gruppo insieme a Edoardo Capitta e Vittorio Lauria, mentre Francesco Corsiglia è stato condannato a sei anni e sei mesi. Le difese hanno impugnato la sentenza e il processo d’appello è fissato a Sassari a partire dal 12 novembre 2026, quindi il procedimento non è ancora definito.
Grillo non entra nel merito delle prove e della sentenza, ma parla da padre e ribadisce la propria convinzione dell’innocenza di Ciro, descrivendo soprattutto ciò che sarebbe accaduto nella vita del figlio durante questi anni.
«Io l’ho visto da bambino, diciannovenne, maturare così, con questa spada di Damocle che ha sulla testa», racconta. «Si è laureato, 110 e lode, ha fatto una famiglia, una bambina stupenda, una moglie straordinaria».
Poi arriva il passaggio più forte: «Studia per diventare avvocato penalista e gridare al mondo un po’ la sua innocenza».
Grillo insiste sul punto: «Vuole studiare, sta studiando e vuole difendersi anche da solo, gridare la sua innocenza al mondo». È una delle dichiarazioni più personali dell’intera intervista, perché il fondatore del M5S non si limita a ribadire ciò che pensa della vicenda giudiziaria, ma racconta come quella storia abbia accompagnato la crescita del figlio e inciso sulla vita dell’intera famiglia.
Subito dopo, quasi per alleggerire una tensione che rischierebbe di diventare insostenibile, Grillo torna a essere Grillo e racconta che in famiglia, tra medici e avvocati, viene sottoposto periodicamente a improvvisati test cognitivi: «Ogni quindici giorni, senza che io me l’aspetti, mi fanno un mini test per l’Alzheimer. Sei lì che mangi tranquillo: che giorno è? Che mese è? L’anno? Casa, pane, gatto».
La conclusione è una delle sue battute più nere: «Ho capito che l’Alzheimer forse è l’ultima sicurezza che ha il cervello con quelli che ti rompono i coglioni: non ti ricordi più chi sono».
«La memoria ti tradisce»: Grillo e la sensazione di essere cancellato
La memoria diventa così uno dei fili conduttori della conversazione. Grillo sostiene che i ricordi non siano fotografie immutabili e che sia invece il presente a riscrivere continuamente ciò che pensiamo del nostro passato.
«La memoria ti fa modificare il tuo passato in base al momento in cui sei nel presente, quindi è il presente che modifica il passato e non il contrario».
Mostra i suoi fogli scritti a matita, pieni di appunti, associazioni e idee apparentemente lontanissime tra loro. «Questa è la mia mente», dice. «Io penso delle cose, mentre penso delle cose ne penso delle altre. Mi si accavallano i pensieri».
Ma il tema della memoria assume poco dopo un significato molto più personale. Grillo sostiene di avere la sensazione che qualcuno stia lentamente cancellando la sua presenza dalla storia dello spettacolo italiano. Lo dice con ironia, precisando che in famiglia gli attribuiscono uno «spirito di persecuzione», ma gli esempi che elenca sono precisi.
«Ho fatto cinque Festival con Baudo, ho vissuto con lui una vita, fanno un programma su di lui e io non ci sono. Presentano i David di Donatello, che io ho preso, e non vengo messo nell’elenco di chi l’ha vinto».
Poi racconta di Gino Paoli, suo amico per decenni: «Fa l’ultima intervista in vita, Cazzullo gli chiede di Grillo, lui parla di me benissimo, tre minuti su di me. Hanno tagliato la risposta».
La conclusione è inevitabile: «Allora penso che ci sia una piccola manovrina per togliere dalla memoria il mio nome». Subito dopo, però, è lui stesso a smontare la propria teoria ricordando che i familiari sostengono che sia soltanto una sua impressione.
Conte diventa il «Reverendo Jones»: la resa dei conti con il Movimento 5 Stelle
Quando la conversazione arriva alla politica, il tono cambia ancora. Grillo non sembra avere dubbi su ciò che è accaduto alla sua creatura: «Sono stato estromesso, è un dato di fatto».
Non dice però di provare rimpianto, perché il Movimento di oggi, nella sua lettura, non sarebbe più quello che aveva fondato insieme a Gianroberto Casaleggio.
«Oggi il Movimento è un’altra cosa».
Il bersaglio principale è Giuseppe Conte, che Grillo non chiama quasi mai direttamente per nome, preferendo due soprannomi destinati inevitabilmente a fare rumore: «Il reverendo Jones» e «l’uomo che sussurrava ai cavilli».
La battuta sulla nuova collocazione progressista del M5S è ancora più feroce: «Un Movimento che di progressista ha solo la paralisi della mente progressiva».
Ma dietro la battuta c’è una contestazione politica precisa. Secondo Grillo il Movimento avrebbe smesso di immaginare il futuro e si sarebbe trasformato in una forza politica sostanzialmente simile alle altre.
«Non hanno un’idea», dice riferendosi ai Cinque Stelle di oggi.
Il punto centrale è il venir meno dello spirito originario. «Io non ce l’ho con il Movimento», precisa, riconoscendo che al suo interno ci sono «anche persone in gamba». Il problema è un altro: «Qui parliamo di uno spirito che non c’è più».
Per questo, secondo Grillo, anche il nome e il simbolo dovrebbero cambiare. Non lo presenta soltanto come una provocazione contro Conte, ma quasi come il riconoscimento dell’esistenza di una nuova formazione politica: «Io lo farei anche per dare valore al reverendo Jones, perché lui dovrebbe avere la sua faccia, con il suo stemma e mandare avanti» il proprio progetto.
La sentenza sul vecchio Movimento è probabilmente la più definitiva dell’intervista: «Non vedo una rinascita del Movimento con quei valori perché è passato».
Poi arriva un’altra delle sue metafore: «Dicono che sono stato polverizzato, nella polvere però ci sono ancora i semi di qualcosa».
«Adesso è un partito normale»: i due mandati e il Palazzo che ha cambiato i Cinque Stelle
Per capire dove, secondo Grillo, sia avvenuta la rottura bisogna tornare alle origini. Lui e Casaleggio, ricorda, non volevano diventare politici professionisti e non pensarono mai di candidarsi.
«Io e Casaleggio non ci siamo mai candidati e mai ci abbiamo pensato».
Il Movimento nasceva invece dall’idea che persone provenienti dalla società civile potessero entrare temporaneamente nelle istituzioni, fare esperienza e poi tornare alla propria vita. È in questo contesto che Grillo difende ancora il limite dei due mandati.
«Quando c’è un politico professionista su una cosa vecchia, preferisco il dilettante su una cosa nuova».
Fedez gli fa notare che Luigi Di Maio, partito come dilettante, è diventato progressivamente un politico professionista. Grillo sostanzialmente concorda e ricorda ciò che avrebbe voluto evitare: «Io volevo limitare gli stipendi, limitare i mandati, due mandati e poi a casa».
La sua idea era che un parlamentare intenzionato a continuare l’attività politica potesse farlo tornando sul territorio: «Va a fare il sindaco dov’è cresciuto, con l’esperienza da parlamentare».
Era, sostiene, uno dei tratti che distinguevano radicalmente il M5S dagli altri partiti. «Io lo penso ancora, era quello che ci distingueva dagli altri partiti. Adesso è un partito normale».
La frase pronunciata durante la conversazione sintetizza perfettamente la parabola: l’obiettivo era cambiare il Palazzo, ma alla fine «è il Palazzo che li ha cambiati».
Casaleggio, l’uomo che trasformava dieci minuti di Grillo in due righe
Se Conte rappresenta la rottura, Gianroberto Casaleggio rimane invece il grande assente che Grillo continua a sentire accanto alla storia originaria del Movimento.
«Quello che non ero io era lui», dice ricordandolo.
Erano complementari. Grillo era intuizione, energia, improvvisazione e caos, mentre Casaleggio possedeva la capacità di organizzare e sintetizzare. «Io chiamavo lui, vedi come parlo a vanvera. Lui in un discorso di dieci minuti tirava giù due righe. Io ero l’energia, lui la sintetizzava e la veicolava».
Li univano anche la fantascienza, la tecnologia e una visione della rete che all’epoca appariva molto più radicale di quanto sarebbe diventata negli anni successivi.
«Siamo partiti con Casaleggio. Poi, mancando Casaleggio, sono rimasto un po’ privo», ammette Grillo. Dopo arrivò Di Maio, «bravissimo, per l’amor di Dio», quindi il ruolo di garante che, sostiene, «non contava quasi nulla».
È nella ricostruzione delle origini che Grillo torna anche sul significato dell’«uno vale uno», formula che a suo giudizio sarebbe stata banalizzata. Non voleva dire che chiunque fosse competente su qualunque cosa, ma che tutti dovessero avere la possibilità di mettere le proprie competenze a disposizione della comunità.
Il blog, nella sua memoria, rappresentava proprio questo: uno spazio nel quale potevano intervenire economisti e premi Nobel, ma anche un elettricista, un operaio o un professionista capace di parlare di ciò che conosceva realmente.
Prima del Movimento Grillo bussò al Pd: «Prendetevi voi questi argomenti»
Prima di fondare il M5S, racconta Grillo, provò addirittura a consegnare le proprie battaglie alla politica tradizionale. Nei suoi spettacoli parlava già di acqua pubblica, energia, mobilità, rifiuti, Internet e nuove tecnologie, finché il pubblico cominciò a chiedergli che cosa si dovesse fare concretamente.
«La gente usciva e diceva: mi sono divertita, e adesso? E adesso cosa vogliamo fare?».
Grillo sostiene di essersi allora rivolto al Partito democratico. «Mi sono iscritto al Pd», racconta, ricordando i quindici euro versati per ottenere la tessera e poter parlare in una sezione.
Il messaggio era semplice: «L’acqua, la mobilità, l’energia e la conoscenza via Internet, i rifiuti. Prendetevi voi questi argomenti che io ho trattato, sono i vostri».
Poi arrivò la celebre frase di Piero Fassino, che invitò Grillo a fondare un partito e verificare quanti voti avrebbe raccolto. Oggi il comico la ricorda divertito come «la profezia di Fassino».
Nessun nuovo partito: «Non ho le facoltà di farlo»
Nonostante la rottura con Conte, chi si aspettava l’annuncio di una nuova creatura politica rimane deluso. Grillo esclude di volersi rimettere alla guida di un’organizzazione.
«Come faccio io a fondare un partito, a organizzarlo? Non ho il potere di farlo, non ho le facoltà di farlo».
Si vede ancora come qualcuno capace di provocare e anticipare temi, non come un segretario di partito: «Io posso dare degli input, delle idee straordinarie sull’ambiente, sulla religione, sulle cose».
Quando il discorso scivola su una sua eventuale candidatura, però, Grillo si diverte a immaginare una campagna elettorale senza programmi.
«Se io mi dovessi candidare direi: sono Grillo, vi fidate? Io non vi dico più niente, ho già detto tutto. Che cazzo volete da me? Datemi il voto e basta, fatela finita».
È una provocazione, non un annuncio elettorale, e nella stessa intervista Grillo esclude esplicitamente la costruzione di un nuovo partito.
Draghi «banchiere del diavolo» e i messaggi sulle fragole
Molto meno conflittuale di quanto si potrebbe immaginare è invece il ricordo di Mario Draghi. Grillo lo definisce «il banchiere del diavolo», ma racconta di avere trovato con l’ex presidente del Consiglio un’intesa fondata soprattutto sull’ironia.
«Pensava fossi quello che saltava e lo mandava affanculo. Ci siamo trovati, ognuno coi propri dubbi. Ci siamo scrutati».
Poi racconta uno scambio surreale di messaggi: «Io gli scrivevo: le fragole sono mature. E lui rispondeva: i mirtilli ancora no».
Per Grillo l’ironia è quasi un test per capire chi ha davanti: «Non ho mai trovato una persona intelligente che non fosse ironica».
Vannacci e la «decalcomania»: «Più gli sputi sopra, più si appiccica»
Il discorso si allarga quindi al ritorno del nazionalismo e alle nuove destre. Grillo usa parole durissime per descrivere quella che considera una regressione del dibattito pubblico.
«Ci buttiamo nel fascismo, nel nazionalismo, nella bandiera. La patria sono malattie infantili come gli orecchioni».
Poi affronta il fenomeno Roberto Vannacci e sostiene che una parte della sua popolarità sia stata alimentata proprio dagli avversari.
«Chi ha fatto la fortuna di Vannacci? Chi lo contesta».
L’immagine utilizzata è quella di una decalcomania: «Più gli sputi sopra, più la inumidisci, più si appiccica».
Lo stesso ragionamento lo porta sull’immigrazione, dove formula una delle frasi più nette dell’intervista: «Lo straniero non esiste. Esiste il povero».
Secondo Grillo, il ricco straniero può spostarsi quasi ovunque senza suscitare ostilità, mentre il migrante povero viene percepito soprattutto nelle periferie come concorrente per il lavoro, i servizi e la sicurezza. Nei centri urbani più benestanti, al contrario, viene spesso considerato necessario per svolgere lavori per i quali manca manodopera. È da questa frattura sociale, sostiene, che nascono due percezioni completamente diverse dell’immigrazione.
«Abbiamo un’ignoranza di ritorno terrificante»
Dietro la crescita di fenomeni populisti e nazionalisti Grillo vede anche un problema culturale.
«Il pensiero si sta rattrappendo un po’».
Racconta di incontrare persone che, secondo lui, comprendono soltanto una parte delle parole che ascoltano e sostiene che molti termini abbiano ormai perso il significato originario.
«Abbiamo un’ignoranza di ritorno che è terrificante».
Parole come «economia», «finanza» e «sostenibilità», sostiene, vengono ripetute continuamente ma spesso senza una reale comprensione di ciò che significano.
La censura in Rai e la battuta sui socialisti che cambiò tutto
Fedez e Marra riportano poi Grillo alle origini della sua carriera televisiva e alla censura. Qui arriva una tesi apparentemente paradossale: per un comico, secondo lui, la censura può persino rendere la satira migliore.
«La comicità, la satira è molto più viva quando c’è la censura. Se puoi dire tutto quello che vuoi è una cazzata».
Il divieto, spiega, obbligava il comico a trovare una strada diversa: «La censura ti dava modo di aggirarla con l’astuzia, con la furbizia».
Ricorda le telefonate dei dirigenti Rai prima delle dirette e racconta che spesso reagiva salendo sul palco e rivelando immediatamente al pubblico ciò di cui gli era stato vietato parlare.
Poi torna alla battuta che segnò la sua carriera televisiva, quella pronunciata parlando dei socialisti in Cina: «Ma allora, se sono tutti socialisti, a chi rubano?».
Grillo sostiene però che quella sera il tema realmente esplosivo fosse un altro: il nucleare. «Tutto il monologo di quella sera era stato fatto sul nucleare perché c’era il referendum sul nucleare. Mi avevano detto di non parlarne e ci ho fatto dieci minuti».
Ricorda «un gelo nello studio» e racconta che, dopo la trasmissione, il suo impresario gli disse che Bettino Craxi voleva parlargli e che avrebbe dovuto scusarsi. Lui, invece, partì per Cervinia.
Fu allora, racconta, che quasi involontariamente si trasformò da comico televisivo in figura politica.
Dal rappresentante di pantaloni a Pippo Baudo
Prima della televisione, Grillo vendeva abbigliamento. Si descrive come un rappresentante molto capace, «empatico con gli esercenti», ma già allora la sera faceva cabaret.
Durante una convention aziendale venne invitato a esibirsi e ottenne un successo tale da convincersi che l’azienda volesse premiarlo. Tornato a casa, convocò persino i genitori e la fidanzata per aprire insieme la lettera appena ricevuta.
Dentro c’era il licenziamento.
Il motivo, racconta, era proprio il cabaret: lavorando di notte non poteva essere presente nei negozi alle otto del mattino. A quel punto lasciò definitivamente il mestiere di rappresentante, prese la chitarra e partì per Milano.
Da lì arrivarono i locali, gli impresari, Pippo Baudo, i provini Rai e infine programmi capaci di raggiungere, ricorda, venti milioni di telespettatori.
Dio, l’iPhone e l’intelligenza artificiale: «Può darsi che sia la fine della nostra specie»
Uno dei blocchi più strani e interessanti dell’intervista riguarda il rapporto tra religione e tecnologia. Grillo arriva a definire provocatoriamente la religione «il morbo di Alzheimer della filosofia», ma pochi minuti dopo ne riconosce l’enorme importanza nella storia dell’umanità.
«Noi abbiamo vissuto con Dio e non ci sarebbe stato Bach, non ci sarebbe stato Leonardo da Vinci, le cattedrali, non c’era niente senza Dio».
Fedez suggerisce che il nuovo Dio possa essere l’algoritmo. Grillo risponde ricordando sua nonna: «Mia nonna mentre parlava con me aveva in mano qualcosa come oggi abbiamo in mano l’iPhone. Aveva in mano, invece dell’iPhone, un rosario».
L’uomo, sostiene, continua ad avere bisogno di credere in qualcosa che non vede, anche se quell’oggetto di fede cambia forma.
Da qui il passaggio all’intelligenza artificiale e alla possibilità che le macchine finiscano per sostituire gli esseri umani. Grillo non esclude nemmeno lo scenario più estremo: «Probabilmente può darsi che sia la fine della nostra specie».
Ma immediatamente trasforma l’apocalisse in provocazione: «Ci sostituiranno? Una liberazione, faranno un lavoro migliore di noi per il pianeta. Ma ti rendi conto che meraviglia?».
Grillo e ChatGPT: «Gli ho chiesto di scrivere come fossi io»
Il rapporto di Grillo con l’intelligenza artificiale è tutt’altro che ostile. Racconta di avere utilizzato ChatGPT per sviluppare alcune proprie idee politiche, fornendo prima gli argomenti e chiedendo poi al sistema di imitarne lo stile.
«Gli ho chiesto: scrivimi come le avessi scritte io queste cose qua. E me l’ha scritta come fossi io».
Con il gusto per l’assurdo che attraversa tutta l’intervista, racconta che l’IA avrebbe aggiunto persino qualche «belin» di troppo e che lui l’avrebbe rimproverata: «Ma non scadiamo così in basso».
Dietro la battuta c’è però un tema che Grillo considera enorme: la velocità della tecnologia rispetto alla lentezza delle istituzioni. La democrazia, sostiene, continua a funzionare con strutture vecchissime mentre algoritmi e intelligenza artificiale modificano rapidamente società, lavoro e informazione.
È anche da qui che nasce una delle sue frasi più paradossali: «Il futuro è certo, è il passato che non è più certo».
«Mi sento postumo di me stesso da vivo»
È probabilmente la frase che riassume meglio il Grillo di questa intervista.
«Mi sento postumo di me stesso da vivo, perché tutte le cose che dicevo vent’anni fa devono ancora arrivare qua».
Rivendica di avere parlato con enorme anticipo di energie alternative, Internet, mobilità, idrogeno, tecnologie e trasformazioni ambientali. Il suo disagio, spiega, deriva proprio dal vedere riemergere oggi discussioni che considera vecchie di vent’anni.
«Il Movimento doveva essere compostabile, non biodegradabile», dice, usando ancora una volta una metafora per spiegare che la sua creatura avrebbe dovuto trasformarsi lasciando qualcosa di fertile, non semplicemente sopravvivere come un partito tradizionale.
Travaglio, i giornali e «una professione in via di estinzione»
La conversazione arriva anche al giornalismo e al rapporto con Marco Travaglio.
«Travaglio non lo sento e non ho nessun tipo di rapporto», dice Grillo, spiegando che le loro strade si sono separate. Ma evita di trasformare la distanza personale in un attacco professionale: «Trovo che sia ancora un ottimo giornalista».
Molto più radicale è invece il giudizio sul settore nel suo complesso: «Il giornalismo è una professione in via di estinzione».
Dice di non leggere praticamente più i giornali e racconta di essere quasi inquietato quando esponenti dell’informazione di destra parlano bene di lui: «Mi terrorizza che giornalisti di destra parlino bene di me. Io rimango sconvolto».
Parlando di Report e Sigfrido Ranucci, Grillo sostiene di avere avuto la sensazione, quando si è trovato al centro delle inchieste della trasmissione, che talvolta si partisse da una tesi per cercare successivamente gli elementi in grado di confermarla. Precisa però di non voler esprimere un giudizio personale su Ranucci.
Le auto senza guidatore, l’ascensore e le città del futuro
Quando la politica sembra esaurita, Grillo torna improvvisamente a ciò che sembra interessargli davvero: immaginare cosa succederà dopo.
Parla delle auto autonome e sostiene che definirle semplicemente «auto senza guidatore» impedisca di comprendere la portata della trasformazione. Il vero cambiamento, nella sua visione, non sarà eliminare chi guida, ma rendere progressivamente inutile possedere una macchina.
Il mezzo arriva quando serve, trasporta il passeggero e riparte. Spariscono così milioni di automobili ferme per gran parte della giornata, cambia la necessità dei parcheggi, si modifica l’urbanistica e cambiano assicurazioni, incidenti e perfino alcuni aspetti della sanità.
Per spiegare quanto rapidamente ci abituiamo alle tecnologie utilizza un paragone apparentemente assurdo ma efficace: la prima vera macchina senza conducente sarebbe stata l’ascensore. Un tempo esisteva una persona incaricata di manovrarlo, mentre oggi nessuno si stupisce di entrare in una cabina e premere autonomamente un pulsante.
Gli amici morti e la paura della fine: «La morte ce l’ho dentro»
Verso la conclusione dell’intervista il tono diventa più intimo. Grillo scherza sulla pensione e sull’impossibilità di starsene semplicemente a casa, ma poi racconta qualcosa di molto meno divertente.
«Ho perso tutti gli amici, sono morti quasi tutti».
Per un comico, spiega, è una perdita particolare perché vengono meno anche le persone sulle quali provare una battuta, un pensiero, un’intuizione. Dietro il Grillo che continua a scherzare affiora così l’uomo che si confronta con il tempo.
«La paura ce l’ho dentro: la morte».
Naturalmente riesce a trasformare persino questo in comicità. Ciò che lo infastidirebbe, dice, sarebbe soprattutto morire in maniera stupida, senza un finale all’altezza del racconto della propria vita. E per spiegarlo ricorre a Giovanna d’Arco: «Se Giovanna d’Arco scivolava nella doccia non la cagava nessuno».
Fedez gli apre le porte: «Secondo me li hai fatti vincere»
Nel finale è Fedez a riportare il discorso sul significato stesso di quell’intervista. Gli dice che gli dispiace sentirlo parlare come un uomo ormai ritirato e gli suggerisce che, scomparendo dalla scena pubblica, abbia finito involontariamente per lasciare campo libero proprio a coloro dai quali si sente cancellato.
«Secondo me li hai fatti vincere», gli dice.
Il rapper gli offre quindi apertamente il podcast e i propri canali come luogo nel quale tornare a esprimersi. Un invito significativo perché Grillo, durante gli oltre ottanta minuti della conversazione, appare tutto tranne che privo di cose da dire.
Non sembra interessato a ricostruire il vecchio Movimento, né a crearne uno nuovo. Non nasconde di considerare chiusa la stagione politica vissuta accanto a Casaleggio e ormai irriconoscibile il M5S guidato da Conte. Ma continua a ragionare di tecnologia, ambiente, reddito, intelligenza artificiale, immigrazione, demografia e futuro del lavoro con la stessa modalità caotica che ha caratterizzato tutta la sua carriera.
Forse è proprio qui il senso dell’intervista più attesa del momento. Grillo non annuncia una nuova discesa in campo e non offre una piattaforma politica alternativa. Regola però definitivamente i conti con ciò che resta della sua vecchia creatura, difende pubblicamente il figlio Ciro e, soprattutto, torna a fare quello che gli riesce più naturale: pensare ad alta voce, provocare, contraddirsi, anticipare scenari e trasformare ogni ragionamento in un monologo nel quale politica e vita privata finiscono continuamente per confondersi.
«Mi sento postumo di me stesso da vivo», dice a un certo punto. Eppure, dopo questa intervista con Fedez, Beppe Grillo sembra tutto tranne che disposto a consegnarsi definitivamente al passato.







