Il guanto della sfida è stato lanciato, a Ecône, nel cuore della Svizzera, la Fraternità San Pio X ha tirato dritto: quattro nuovi vescovi sono stati consacrati nonostante il disperato appello di Papa Leone XIV a fermarsi. Un atto di disobbedienza formale che, per il diritto canonico, fa scattare immediatamente la scomunica automatica (latae sententiae) e sancisce, di fatto, un nuovo scisma nella Chiesa Cattolica.
Lo strappo definitivo
L’atmosfera a Ecône era quella delle grandi occasioni, cariche di una tensione che si tagliava col coltello. Il rito è iniziato con il gesto più solenne: l’imposizione delle mani sul capo dei nuovi eletti da parte di monsignor Alfonso de Galarreta e del co-consacrante monsignor Bernard Fellay.

Dal Vaticano filtra un silenzio pesantissimo perché la comunicazione formale della scomunica è attesa a ore, o al massimo entro pochi giorni, ma la sostanza non cambia: la frattura è compiuta. Il Papa aveva chiesto di non procedere per evitare il punto di non ritorno, ma il suo appello è caduto nel vuoto.
I dettagli della cerimonia
E’ stata una vera e propria esibizione di identità tradizionale in aperta rottura con la modernità conciliare. I Lefebvriani hanno rispolverato ogni simbolo dell’antica liturgia:
- Guanti liturgici: Rossi per i consacranti, bianchi per i nuovi presuli.
- Calzature rituali: Scarpe bianche indossate sopra calze rosse, un dettaglio cromatico che marca il rango e la sfida.
- Il rito dell’unzione: Durante la consacrazione, i quattro nuovi vescovi sono apparsi con la fronte e le mani bendate per ricevere l’olio sacro, un rituale suggestivo che evoca un passato che la Chiesa di Roma considerava ormai superato.

Cosa successe nel 1988?
Era il 30 giugno 1988 quando Marcel Lefebvre, il fondatore del movimento, consacrò i primi quattro vescovi senza l’autorizzazione di Giovanni Paolo II, provocando il primo grande scisma dell’epoca moderna.
Oggi, esattamente 38 anni dopo, la Fraternità torna a colpire al cuore l’autorità papale. Se allora fu Wojtyla, Papa Giovanni Paolo II, a dover gestire la ferita, oggi tocca a Papa Leone XIV affrontare le conseguenze di un gesto che già all’epoca Wojtiyla lo definì come “un atto di disobbedienza” e “atto scismatico”.







