Ormai sappiamo tutto della faccia tumefatta di Bruno Vespa. L’abbiamo vista, commentata e raccontata una settimana fa, quando il giornalista si è presentato in televisione in condizioni decisamente precarie pur di non rinunciare all’intervista con Giorgia Meloni. Una scelta che aveva già suscitato qualche domanda, soprattutto perché la stessa presidente del Consiglio aveva fatto sapere di non avere alcun problema a rimandare l’appuntamento.
Adesso Vespa ha raccontato nei particolari cosa gli fosse realmente accaduto e la sua ricostruzione, anziché chiudere la questione, la rende ancora più surreale. Perché non si era trattato di una semplice caduta con qualche livido sul volto, ma di un incidente che lo stesso giornalista definisce «bruttissimo», seguito da cinque ore di cure al Gemelli, dall’intervento degli specialisti della maxillo-facciale e dell’ortopedia e da due operazioni, una al naso e una all’omero. Tutto questo prima di decidere che l’appuntamento televisivo con Meloni non poteva comunque aspettare.
Una «caduta bruttissima» e due operazioni
Vespa ha spiegato che l’incidente è avvenuto mentre faceva ginnastica. «Stavo facendo ginnastica e mi sono alzato, stupidamente non mi sono appoggiato. Sono scivolato sul tappetino e sono caduto sullo spigolo», ha raccontato, aggiungendo di essere stato fortunato perché la successiva visita oculistica non ha evidenziato problemi.
Il resto del racconto chiarisce però quanto fosse stato serio l’incidente. «L’équipe del Gemelli è stata bravissima. È venuta in soccorso anche la maxillo-facciale, il direttore dell’ortopedia, sono venuti tutti e mi hanno rimesso in sesto in cinque ore. Mi hanno operato al naso e all’omero. Mi hanno messo a posto perfettamente».
Una macchina sanitaria importante, dunque, per rimettere in piedi un uomo di 82 anni reduce da una caduta violenta. Proprio per questo diventa ancora più difficile comprendere la necessità di accelerare il ritorno davanti alle telecamere, soprattutto considerando che dall’altra parte non c’era nessuno che reclamasse il rispetto dell’appuntamento a ogni costo.
Persino Meloni era pronta ad aspettare
È questo il particolare che impedisce di trasformare la vicenda nella solita storia edificante sul grande professionista che, stoicamente, sfida il dolore pur di andare in onda. Giorgia Meloni aveva manifestato la propria disponibilità a rinviare l’intervista, quindi Vespa non doveva scegliere tra rispettare un impegno inderogabile e restare a casa. Poteva semplicemente recuperare dall’incidente e intervistare la presidente del Consiglio qualche giorno dopo.
Ha preferito non farlo e proprio qui la vicenda assume un significato diverso. Vespa conduce da decenni uno dei principali salotti politici della televisione italiana ed è stato spesso accusato dai suoi detrattori di avere un rapporto fin troppo deferente con il Palazzo. La sua scelta di presentarsi comunque in studio, appena operato e con i segni dell’incidente ancora evidentissimi sul volto, offre quindi un’immagine quasi perfetta di quel rapporto: dal giornalismo inginocchiato siamo passati al giornalismo incerottato.
Non perché qualcuno lo abbia obbligato. Al contrario, è proprio l’assenza di qualsiasi imposizione a rendere la scena ancora più significativa. La presidente del Consiglio poteva aspettare, la televisione non sarebbe crollata e l’intervista avrebbe conservato presumibilmente lo stesso interesse anche qualche giorno dopo. Eppure quell’appuntamento è sembrato abbastanza importante da giustificare un ritorno davanti alle telecamere che, alla luce di ciò che Vespa racconta oggi, appare ancora più sorprendente di quanto sembrasse una settimana fa.
Il problema non è lavorare a 82 anni
Naturalmente la questione non riguarda l’età di Vespa né il suo diritto di decidere quando tornare al lavoro. A 82 anni continua a condurre programmi, realizzare interviste e partecipare alla vita pubblica con un’energia che molti colleghi più giovani probabilmente gli invidiano. Nessuno può stabilire al suo posto quando debba fermarsi, tanto meno dopo che i medici lo avevano curato e dimesso.
Il punto riguarda invece la gerarchia delle priorità e il valore simbolico attribuito all’intervista con il potere politico. Se persino il presidente del Consiglio concede la possibilità di rimandare e il giornalista sceglie comunque di presentarsi in studio dopo cinque ore di cure e due operazioni, diventa legittimo domandarsi quale appuntamento televisivo potrebbe mai essere considerato rinviabile.
Non stavamo aspettando un annuncio alla nazione, una dichiarazione sull’entrata in guerra dell’Italia o una comunicazione destinata a cambiare la storia della Repubblica. Era un’intervista politica che avrebbe potuto svolgersi qualche giorno dopo senza provocare conseguenze per il Paese. Proprio il racconto fatto ora da Vespa rende quindi ancora più incomprensibile quella fretta.
Il giornalismo incerottato davanti al Palazzo
La storia della caduta merita soltanto solidarietà e l’augurio che Vespa recuperi completamente. La scelta professionale, invece, può essere discussa e persino criticata, perché riguarda un certo modo di concepire il rapporto tra informazione e politica che in Italia conosciamo da molto tempo.
Forse è proprio questo l’aspetto più curioso dell’intera vicenda. Non serviva che Giorgia Meloni pretendesse la presenza di Vespa, perché Giorgia Meloni era disponibile a rimandare. Non serviva una pressione della Rai, almeno per quanto sappiamo, e non c’era un’emergenza giornalistica che imponesse quella diretta. È bastata l’idea che quell’appuntamento con il presidente del Consiglio fosse troppo importante per saltarlo.
Vespa racconta oggi di essere stato protagonista di una «caduta bruttissima», di aver avuto bisogno di cinque ore di cure e di essere stato operato al naso e all’omero. Sono particolari che spiegano finalmente quanto gli fosse accaduto, ma che rendono ancora più difficile rispondere alla domanda che quella sera molti si erano posti guardandolo in televisione: se persino Meloni era disposta ad aspettare, perché tutta questa fretta di tornare in studio?
Forse la risposta sta proprio nell’immagine che quella serata ci ha consegnato. Per anni si è discusso del giornalismo inginocchiato davanti al potere. Stavolta, almeno, era anche incerottato.







