Meloni guarda al 2027: da Bruno Vespa apre a Schlein, sfida Vannacci e blinda la legge elettorale

Giorgia Meloni a Cinque Minuti di Bruno Vespa

Tra Cinque Minuti e Porta a Porta, i due programmi di approfondimento politico condotti da Bruno Vespa su Rai 1, la presidente del Consiglio riconosce nella segretaria del Pd l’«interlocutrice naturale» dell’opposizione, chiede a Roberto Vannacci una presa di posizione sulla propaganda russa e difende la riforma elettorale con premio di maggioranza e ritorno delle preferenze. Sul voto anticipato ribadisce la linea della scadenza naturale della legislatura, mentre sui salari anticipa una delle misure che vorrebbe confermare nella prossima manovra.

Una mano tesa verso Elly Schlein, segretaria del Partito democratico e leader del principale partito d’opposizione; un messaggio di tutt’altro tenore rivolto a Roberto Vannacci, generale e leader di Futuro Nazionale; nel mezzo, la legge elettorale sulla quale Giorgia Meloni vuole giocare una parte importante dell’ultimo tratto della legislatura, riportando le preferenze nella scelta dei parlamentari e garantendo a chi vince una maggioranza in grado, nelle intenzioni della riforma, di governare per cinque anni. La lunga serata televisiva di martedì 22 settembre, trascorsa dalla presidente del Consiglio negli studi Rai di Roma davanti a Bruno Vespa, disegna così uno scenario politico che guarda già alle elezioni del 2027, mentre sul tavolo restano i grandi dossier destinati ad accompagnare governo e opposizioni nei prossimi mesi, dai salari all’energia, dal Mezzogiorno alla sanità.

Meloni interviene prima a Cinque Minuti, il programma quotidiano di approfondimento trasmesso su Rai 1 subito dopo il Tg1 della sera, e successivamente a Porta a Porta, lo storico talk show politico e di attualità condotto dallo stesso Vespa nella seconda serata della rete ammiraglia Rai. Il confronto iniziato nel primo appuntamento prosegue diverse ore più tardi nel secondo, consentendo alla premier di affrontare in sequenza rapporti con le opposizioni, legge elettorale, Russia, conti pubblici e alcune delle priorità economiche del governo.

Schlein diventa l’«interlocutrice naturale»

Bruno Vespa porta il confronto sul rapporto con le opposizioni chiedendo alla presidente del Consiglio se consideri Elly Schlein la propria interlocutrice naturale, dopo la proposta avanzata dalla segretaria democratica sull’utilizzo dei circa 14 miliardi di maggiore flessibilità di bilancio che l’Italia potrebbe impiegare entro il 2028 per gli interventi sull’energia. Meloni non si limita alle proposte economiche e allarga la risposta al rapporto politico con la segretaria del Pd.

«Certo che lo può pensare direttore. Elly Schlein oggi è il segretario del principale partito di opposizione, è evidentemente un interlocutore naturale per me. Ma non perché io scelga i miei interlocutori, esattamente perché non li scelgo. Perché io riconosco e rispetto gli interlocutori che i cittadini scelgono», afferma Giorgia Meloni rispondendo a Vespa.

Le distanze che dividono Palazzo Chigi e il Nazareno rimangono intatte, ma il riconoscimento acquista un significato particolare mentre nel centrosinistra continua il confronto sulla costruzione dell’alternativa al centrodestra e sui rapporti tra il Pd, il Movimento 5 Stelle guidato dall’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e le altre forze dell’opposizione. Il confronto si sposta intanto sull’energia, rispetto alla quale Meloni rivendica la battaglia condotta dal governo italiano in Europa per ottenere maggiori margini di deficit con cui affrontare l’aumento dei costi.

Piano casa, Conto termico 3.0 e gas release rientrano tra gli strumenti richiamati dalla premier, che sottolinea come alcune misure precedentemente criticate dall’opposizione siano entrate successivamente anche nelle indicazioni democratiche, senza per questo chiudere la porta al confronto: «Ci sono delle proposte che mi sembrano sensate, ragionevoli e sono disposta ad approfondirle», afferma la presidente del Consiglio.

L’apertura resta circoscritta ai contenuti e non cancella la contrapposizione politica, ma introduce un elemento nuovo nel rapporto tra Palazzo Chigi e la principale forza d’opposizione: sui grandi dossier economici il confronto, almeno nelle intenzioni dichiarate dalla premier, può entrare nel merito.

Vannacci e la Russia, Meloni chiede una presa di posizione pubblica

Tutt’altro registro accompagna il passaggio dedicato a Roberto Vannacci, quando Vespa richiama l’accusa, circolata sulla stampa internazionale, secondo la quale il generale rappresenterebbe una sorta di «cavallo di Troia» degli interessi russi in Italia. Meloni prende immediatamente le distanze da quella tesi: «Non ho elementi per sostenere una cosa del genere, non la sostengo», precisa la presidente del Consiglio.

Il ragionamento si sposta quindi sui contenuti pubblicati da alcune pagine che la premier considera vicine a Vannacci perché, precisa, lo stesso generale ne avrebbe rilanciato i messaggi. «È accaduto recentemente che alcune pagine vicine all’onorevole Vannacci, ma dico vicine perché lui ne ha rilanciato i contenuti, abbiano, per attaccarmi, utilizzato alcuni argomenti che sono propri della più vergognosa propaganda russa contro di me», afferma Meloni durante l’intervista.

Il riferimento riguarda in particolare accuse sull’uso di droga insieme al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, argomento utilizzato negli anni dalla propaganda filorussa contro il leader di Kiev e, secondo quanto riferisce Meloni, rivolto adesso anche contro di lei. Meloni porta quindi il ragionamento sul terreno del patriottismo, uno dei temi attorno ai quali Vannacci ha costruito negli ultimi anni la propria comunicazione politica.

«Credo che su questo sia legittimo aspettarsi da una persona che si definisce patriota parole molto chiare», sostiene Meloni, spiegando subito dopo le ragioni della richiesta: «Perché io posso piacere e posso non piacere, ma rappresento l’Italia. E accuse così vergognose e infamanti contro chi rappresenta l’Italia da parte di una propaganda di questo genere sono accuse di fronte alle quali un patriota alza la testa».

La presidente del Consiglio chiude il passaggio rivolgendosi direttamente al leader di Futuro Nazionale: «Su questo mi aspetto parole molto chiare ed ufficiali e sono rimasta colpita dal fatto che finora invece l’onorevole Vannacci sia rimasto in silenzio», afferma Meloni. Meloni tiene dunque distinti i due piani: dice di non avere elementi per sostenere l’accusa sui rapporti con Mosca, ma chiede a Vannacci di pronunciarsi sui contenuti che riconduce alla propaganda russa.

La legge elettorale e la partita delle preferenze

La legge elettorale porta invece il confronto direttamente sul terreno delle prossime politiche e sul sistema con il quale gli italiani saranno chiamati a scegliere il nuovo Parlamento. Il testo approvato dal Senato il 15 settembre, e destinato a tornare alla Camera perché modificato a Palazzo Madama, prevede un impianto a prevalente base proporzionale accompagnato da un premio di governabilità di 70 deputati e 35 senatori per la lista o la coalizione che ottenga il miglior risultato superando il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere. Il passaggio al Senato ha inoltre reintrodotto parzialmente le preferenze, mantenendo i capilista bloccati.

«Io non penso che ci si possa cucire addosso le leggi elettorali», afferma Meloni respingendo l’accusa secondo cui il nuovo sistema sarebbe stato costruito per garantire un vantaggio al centrodestra. «Chi capisce qualcosa di leggi elettorali sa che questa non è una legge che favorisce il centrodestra e che non è una legge che favorisce il centrosinistra. Questa è una legge che favorisce i cittadini», aggiunge la presidente del Consiglio.

Nella lettura proposta dalla premier, il nuovo sistema dovrebbe permettere agli elettori di scegliere «il partito, la coalizione, il parlamentare, il candidato premier, il programma», come spiega la stessa Meloni, garantendo contemporaneamente a chi prevale nelle urne numeri sufficienti per governare nell’arco dell’intera legislatura. Guerre, crisi energetica, tensioni commerciali, dazi ed emergenze migratorie vengono richiamati per sostenere che una fase internazionale tanto instabile avrebbe prodotto conseguenze ancora più difficili se l’Italia l’avesse attraversata cambiando ripetutamente governo.

«Che vinca il centrodestra o vinca il centrosinistra, io credo che dare a chi vince la possibilità di realizzare il programma che ha in testa faccia la differenza e la faccia per tutti», sostiene Meloni, prima di respingere l’idea che le regole possano determinare da sole l’esito delle urne: «La gente ti vota se ti vuole votare, se non ti vuole votare non c’è legge elettorale che tenga», afferma la premier.

Il precedente alla Camera e l’avvertimento sulla fiducia

Dietro la discussione sul modello elettorale rimane aperta una questione interna alla maggioranza, nata quando l’emendamento sulle preferenze venne bocciato alla Camera a scrutinio segreto, risultato che alimentò interrogativi sulla compattezza dei partiti che sostengono l’esecutivo e offrì alle opposizioni l’argomento per parlare di franchi tiratori nelle file del centrodestra.

Meloni torna su quel precedente quando Vespa le domanda se abbia davvero sostenuto che, senza l’approvazione della legge elettorale con le preferenze, si sarebbe dovuti andare alle urne. La presidente del Consiglio corregge l’interpretazione e distingue la sorte della riforma dalla sopravvivenza automatica dell’esecutivo, ricordando però che dopo quel voto segreto era stata messa in discussione l’esistenza stessa della fiducia parlamentare al governo.

Guardando al prossimo passaggio a Montecitorio, «credo che vada fatta chiarezza sull’accusa che veniva fatta relativamente al fatto che non ci fosse più la fiducia», afferma Meloni.

Vespa traduce il ragionamento nella sua conseguenza più immediata, prospettando la possibilità di porre la questione di fiducia e, qualora il governo non dovesse ottenerla, di andare a casa. «Se non c’è la fiducia del governo penso che ne dobbiamo prendere atto, no?», replica la presidente del Consiglio.

L’affermazione non equivale all’annuncio formale che Palazzo Chigi porrà la questione di fiducia sulla riforma, ma consegna alla maggioranza un messaggio politico: dopo il precedente voto segreto, il nuovo passaggio alla Camera dovrà chiarire anche la consistenza dei numeri sui quali poggia l’esecutivo.

Il voto nel 2027 e la risposta a Vespa

La discussione sulle nuove regole riporta inevitabilmente sul tavolo l’ipotesi di elezioni anticipate, scenario che Meloni continua tuttavia a escludere nelle dichiarazioni pubbliche indicando la conclusione naturale della legislatura come propria tabella di marcia. Nella parte finale di Porta a Porta, quando Vespa osserva di non volerle domandare ancora una volta quando si voterà perché la risposta della premier rimane la stessa, Meloni lo interrompe: «Ma se lo sappiamo, perché me lo chiede?», domanda la presidente del Consiglio al conduttore Rai.

Alla considerazione di Vespa secondo cui molti continuano a ritenere la data delle elezioni una questione prioritaria, Meloni replica: «Perché non vedono l’ora di levarci di mezzo», aggiungendo subito dopo: «Ma lo dicono dall’inizio…».

La posizione dichiarata da Palazzo Chigi rimane quindi quella della scadenza naturale, mentre il percorso verso il 2027 passa soprattutto dalla definizione delle nuove regole del voto e dalla verifica della tenuta parlamentare della coalizione.

Mattarella e le classi con studenti stranieri

Durante Cinque Minuti Bruno Vespa porta l’intervista anche sul possibile contrasto con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in materia di scuola. Il confronto nasce dalla proposta di limitare al 30 per cento la presenza, all’interno delle singole classi, di studenti stranieri che non conoscano adeguatamente l’italiano e dalle parole pronunciate dal capo dello Stato sulla necessità che la scuola superi i ghetti anziché crearli, dichiarazioni interpretate nel dibattito politico anche come una critica indiretta alla linea del governo. «Personalmente non la leggo così», afferma Giorgia Meloni, respingendo l’interpretazione di uno scontro con il presidente della Repubblica.

Secondo la premier, l’obiettivo del provvedimento coincide invece con quello indicato da Mattarella, perché concentrare in una stessa classe un numero elevato di ragazzi che non parlano italiano renderebbe più difficile l’integrazione, mentre una distribuzione maggiormente equilibrata favorirebbe la comunicazione tra gli studenti. «Il Presidente della Repubblica parla di superare l’incomunicabilità e qual è la base per superare l’incomunicabilità? È la lingua», sostiene Meloni, ricordando inoltre che lo stesso Mattarella, quando ricoprì l’incarico di ministro della Pubblica istruzione, intervenne sul tema della concentrazione degli alunni stranieri nelle classi.

Il tema dell’integrazione scolastica torna durante Porta a Porta attraverso la questione del burqa e del niqab, i due indumenti islamici che coprono in misura diversa il volto. «Nella scuola italiana nessuno può costringere una giovane donna a entrare col volto coperto», afferma Meloni, collegando la posizione del governo alla libertà delle studentesse.

La manovra e la promessa sui salari

Sul versante economico, l’intervista consegna una prima indicazione sulla futura legge di bilancio quando Meloni affronta il problema degli stipendi italiani, riconosce che il loro livello rimane insufficiente e annuncia l’intenzione di confermare la tassazione agevolata sugli aumenti salariali derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi.

La presidente del Consiglio descrive l’effetto dell’intervento attraverso un esempio concreto: «Quando il contratto viene rinnovato e tu prendi un aumento di 100 euro, prima lo Stato si prendeva di questi 100 euro tra i 25 e i 28 euro, adesso si prende 5», afferma Meloni.

Secondo i dati del ministero del Lavoro richiamati dalla premier durante la trasmissione, il provvedimento avrebbe interessato oltre quattro milioni di lavoratori e l’obiettivo annunciato consiste nel mantenerlo anche nella prossima manovra. «È una misura che io voglio confermare nella prossima legge di bilancio, lavoro per confermare nella prossima legge di bilancio», dichiara Meloni.

Il recupero del potere d’acquisto, riconosce la presidente del Consiglio, richiederà tempo dopo una lunga fase di stagnazione delle retribuzioni, ma «piano piano stiamo recuperando un po’ con i salari», afferma Meloni.

Deficit al 3,08 per cento, la polemica con l’Istat

I conti pubblici offrono alla premier l’occasione per rivendicare la riduzione del deficit ma anche per aprire una polemica con l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, dopo che il rapporto tra deficit e Pil è rimasto appena sopra la soglia del 3 per cento, impedendo all’Italia di anticipare il percorso previsto per l’uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo. Meloni insiste sul valore non arrotondato del 3,08 per cento e lo confronta con l’8,1 per cento registrato quando il suo governo si insediò nell’autunno del 2022.

«È il classico: hai fatto 30, eri molto vicino al 31», commenta Meloni riferendosi alla distanza minima dalla soglia europea.

La revisione dei conti nazionali attraverso la quale l’Istat ha corretto verso l’alto la crescita italiana del 2024 diventa quindi la ragione per chiedersi se anche le stime sul deficit possano in futuro subire modifiche. «Io non so se l’Istat sottostimi gli italiani o sottostimi il governo, ma sta accadendo sempre», afferma Meloni, manifestando il timore che soltanto tra qualche anno possa emergere una fotografia dei conti pubblici diversa da quella disponibile oggi.

Zes e Mezzogiorno, il modello che il governo vuole estendere

Sul Mezzogiorno, Meloni rivendica invece i risultati della Zona economica speciale unica, la Zes che riunisce in un’unica area agevolata le regioni meridionali e punta ad accelerare nuovi investimenti attraverso semplificazioni amministrative e incentivi fiscali. La presidente del Consiglio attribuisce allo strumento un volume complessivo di affari pari a 60 miliardi di euro e richiama l’andamento di Pil e occupazione nel Sud per sostenere una strategia che, nelle intenzioni del governo, dovrebbe sostituire progressivamente le politiche fondate sull’«assistenzialismo» con quelle orientate agli investimenti.

Palazzo Chigi lavora adesso all’estensione al resto del Paese soprattutto delle semplificazioni sperimentate nella Zes, cercando contemporaneamente di mantenere un vantaggio specifico per le regioni meridionali chiamate a recuperare il divario territoriale. «È una misura che è in dirittura d’arrivo, penso in uno dei prossimi Consigli dei ministri sarà operativa», annuncia Meloni.

La questione incrocia anche le proposte di Schlein, che ha indicato l’estensione dello strumento tra i temi economici sui quali intervenire, offrendo alla premier l’occasione per sottolineare come una misura precedentemente contestata dall’opposizione sia entrata ora tra le possibili aree di confronto.

Sanità, le liste d’attesa e il monitoraggio regione per regione

La sanità chiude i grandi dossier interni affrontati con Vespa e porta l’attenzione soprattutto sulle liste d’attesa, problema sul quale il governo ha adottato interventi legislativi e nuovi strumenti di monitoraggio pur operando in un settore nel quale l’organizzazione concreta dei servizi ricade in larga misura sulle Regioni. «C’è qualche miglioramento, non come io vorrei, francamente», ammette Giorgia Meloni parlando dei risultati raggiunti finora.

Il sistema di monitoraggio costruito a livello nazionale consentirebbe, secondo quanto sostiene la presidente del Consiglio, di individuare con maggiore precisione non soltanto la regione nella quale si registrano i ritardi, ma anche la provincia e la singola prestazione sanitaria interessata. «Sappiamo dov’è la carenza, dov’è che una persona aspetta troppo, in quale prestazione, in quale regione, in quale provincia», spiega Meloni.

Informazioni più dettagliate dovrebbero permettere interventi mirati nei territori nei quali si concentrano le criticità, mentre la riduzione delle liste d’attesa rimane «tra le mie e le nostre priorità», ribadisce la presidente del Consiglio.

La notte da Vespa e il campo verso il 2027

Giorgia Meloni continua a indicare la scadenza naturale della legislatura come orizzonte del governo, mentre contemporaneamente definisce alcuni dei rapporti e dei passaggi parlamentari destinati ad accompagnare l’esecutivo fino al voto: con Elly Schlein riconosce la possibilità di un confronto nel merito su alcune proposte economiche; a Roberto Vannacci chiede una presa di posizione sui contenuti che riconduce alla propaganda russa; alla propria maggioranza affida invece il nodo della legge elettorale e di una fiducia parlamentare che, al prossimo passaggio alla Camera, non potrà prestarsi alle ambiguità emerse con il precedente scrutinio segreto.

Salari, costo dell’energia, crescita, Mezzogiorno e liste d’attesa restano intanto il terreno concreto sul quale governo e opposizioni dovranno misurarsi nei prossimi mesi. Nella notte televisiva trascorsa da Giorgia Meloni con Bruno Vespa, il 2027 rimane formalmente lontano, ma molte delle coordinate politiche con cui arrivarci hanno già cominciato a prendere forma.