L’Istat conferma il deficit 2025 appena sopra la soglia decisiva e sfuma l’uscita anticipata dalla procedura europea. Il ministro dell’Economia non nasconde il «rammarico». Alla vigilia aveva lanciato l’avvertimento sui conti pubblici: quasi 90 miliardi se ne vanno ogni anno soltanto per gli interessi. Ora la maggioranza deve fare i conti con margini più stretti mentre il calendario comincia a guardare al 2027.
Un decimale può sembrare poca cosa, finché quel decimale non separa il governo da alcuni dei margini finanziari sui quali aveva cominciato a ragionare per la prossima legge di Bilancio. L’Istat ha confermato il rapporto tra deficit e Pil del 2025 al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% dell’anno precedente ma ancora sopra quella soglia del 3% che avrebbe consentito all’Italia di puntare all’uscita anticipata dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Giancarlo Giorgetti non ha nascosto la delusione: «Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat». L’uscita, ha spiegato il ministro dell’Economia, potrà avvenire nel 2027, coerentemente con le previsioni già indicate dal governo.
Il numero arrivato dall’Istituto nazionale di statistica assume però un significato che va oltre la contabilità. Soltanto pochi giorni fa, all’interno dell’esecutivo, si ragionava apertamente sulle conseguenze che un’eventuale revisione del deficit sotto il 3% avrebbe potuto produrre sulla manovra. Il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti aveva spiegato che un dato al 2,9%, anziché al 3,1%, avrebbe consentito di mobilitare risorse diverse nella legge di Bilancio, collegando a quel risultato anche alcune scelte sulle agevolazioni fiscali per la casa. Il verdetto è arrivato e quel margine aggiuntivo, almeno attraverso questa strada, non si è materializzato.
Giorgetti aveva avvertito la maggioranza
La coincidenza temporale rende ancora più significative le parole pronunciate da Giorgetti alla vigilia della comunicazione dell’Istat. Il titolare del Mef aveva scelto un terreno politico prima ancora che economico per spiegare la necessità di mantenere sotto controllo i conti pubblici: «Quando un Paese perde il controllo del debito non sceglie più, subisce».
Il ministro aveva ricordato la dimensione del problema italiano: oltre tremila miliardi di debito pubblico e una spesa per interessi che nel 2025 ha raggiunto il 3,9% del Pil, quasi 90 miliardi di euro. Denaro che, a differenza delle altre voci del bilancio, non può essere liberamente destinato alle priorità individuate dalla politica.
«Si pagano per primi, non si votano, non si rinviano», aveva sottolineato Giorgetti, aggiungendo un’altra frase destinata probabilmente a tornare nel confronto sulla manovra: «Ogni euro in più di interessi è un euro in meno di spesa utile».
Un concetto pronunciato parlando soprattutto di sanità, ma che inevitabilmente riguarda l’intero bilancio dello Stato. Per Giorgetti la tenuta dei conti diventa così una questione di sovranità politica: un Paese fortemente indebitato conserva la capacità di scegliere le proprie priorità soltanto finché mantiene la fiducia di chi finanzia quel debito.
Il paradosso italiano
Il quadro certificato dall’Istat non racconta, peraltro, un Paese nel quale i conti stanno semplicemente peggiorando. Il deficit è sceso dal 3,4 al 3,1%, mentre la crescita del Pil nel 2025 è stata rivista leggermente al rialzo, dallo 0,5 allo 0,6%. La pressione fiscale , invece, ha raggiunto il 42,9%, aumentando di sette decimi rispetto all’anno precedente.
Proprio qui emerge il paradosso con cui il governo dovrà confrontarsi. Il risanamento procede, ma il peso accumulato dal debito continua a condizionare le scelte e la mancata discesa del deficit sotto il 3% impedisce di anticipare già al 2026 l’uscita dalla procedura europea.
Giorgetti soltanto quattro giorni fa si era dichiarato «speranzoso», precisando però che la decisione non spettava al governo e sottolineando l’assoluta indipendenza dell’Istat. Aveva persino recuperato la celebre massima di Vujadin Boskov: «Rigore è quando arbitro fischia». L’arbitro ha fischiato e il risultato è rimasto quello già conosciuto: 3,1%.
Adesso comincia la partita sulla manovra
La conseguenza non è l’impossibilità per il governo di finanziare nuove misure né significa che la prossima legge di Bilancio sia già scritta. Significa qualcosa di politicamente più delicato: uno dei possibili spazi aggiuntivi sui quali la maggioranza aveva cominciato a ragionare non si è aperto.
Restano inoltre sul tavolo le interlocuzioni con Bruxelles sulla flessibilità europea. Giorgetti nei giorni scorsi aveva spiegato che l’Italia ha già avviato la procedura per ottenere una deroga collegata alle spese energetiche, indicando nello 0,6% il margine massimo potenzialmente disponibile e manifestando fiducia nell’apertura della Commissione europea.
È dentro questo perimetro che dovrà essere costruita la prossima manovra, mentre la politica comincia inevitabilmente a guardare alle elezioni del 2027. Più il calendario si avvicinerà al voto, più aumenterà la pressione dei partiti per misure immediatamente riconoscibili dagli elettori; parallelamente, il ministero dell’Economia dovrà continuare a verificare coperture, compatibilità europee e sostenibilità del debito.
Non serve immaginare uno scontro tra Giorgetti e Palazzo Chigi che, allo stato, non risulta. La dialettica è già scritta nei numeri: da una parte le priorità che ogni maggioranza vuole trasformare in provvedimenti, dall’altra un debito che assorbe quasi 90 miliardi l’anno soltanto per essere finanziato.
Il ministro dell’Economia lo aveva spiegato prima ancora di conoscere il verdetto dell’Istat: «La sovranità si esercita tenendo i conti in ordine». Ventiquattr’ore dopo, quel 3,1% ha trasformato l’avvertimento in un problema molto concreto. E mentre il governo comincia a costruire la manovra che accompagnerà l’Italia verso il 2027, la distanza tra il 3,1% certificato dall’Istat e quel 2,9% sul quale il governo aveva ragionato nei giorni precedenti mostra quanto, nei conti pubblici, anche pochi decimali possano diventare politica.







