La Procura di Roma può proseguire il procedimento nei confronti di Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, indagata per false dichiarazioni al pubblico ministero nell’ambito dell’inchiesta sul caso del generale libico Almasri. Per procedere non sarà necessaria l’autorizzazione della Camera dei deputati, ma i magistrati dovranno informare il Parlamento della valutazione espressa dal Tribunale dei Ministri.
È quanto stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza numero 190, che ha depositato la propria decisione sul conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera nei confronti del Tribunale dei Ministri e della Procura di Roma. Il ricorso è stato accolto soltanto parzialmente.
La Consulta ha chiarito che la posizione di Bartolozzi è distinta da quella dei ministri coinvolti nella vicenda e che, di conseguenza, non sussisteva l’obbligo di chiedere l’autorizzazione a procedere prevista dall’articolo 96 della Costituzione.
Il caso Bartolozzi davanti alla Consulta
Al centro della vicenda c’è l’inchiesta sulla gestione del caso Almasri, il generale libico arrestato a Torino e successivamente rilasciato e trasferito a Tripoli con un volo dei servizi segreti italiani.
Bartolozzi, che all’epoca dei fatti ricopriva il ruolo di capo di gabinetto del ministero della Giustizia, è indagata per false dichiarazioni rese ai pubblici ministeri nell’ambito degli accertamenti sulla vicenda.
La Camera dei deputati aveva contestato la scelta dei magistrati di non richiedere l’autorizzazione parlamentare per procedere nei suoi confronti, sostenendo che il ruolo ricoperto da Bartolozzi e il suo coinvolgimento nella vicenda avrebbero richiesto garanzie analoghe a quelle previste per i ministri.
La Corte costituzionale ha però escluso che l’obbligo di autorizzazione previsto per i reati ministeriali possa essere automaticamente esteso anche a eventuali reati commessi da soggetti terzi, seppure collegati alla condotta di un ministro.
Il Tribunale dei Ministri avrebbe dovuto motivare la decisione
La pronuncia della Consulta contiene comunque un rilievo nei confronti del Tribunale dei Ministri.
Secondo i giudici costituzionali, infatti, il collegio avrebbe dovuto spiegare perché non aveva ritenuto configurabile un eventuale concorso di Bartolozzi nei reati contestati al ministro Nordio.
Nel corso delle indagini, la Procura di Roma aveva infatti invitato il Tribunale a valutare la possibile partecipazione dell’ex capo di gabinetto ai reati attribuiti al ministro oppure, in alternativa, a prendere in considerazione l’ipotesi di false dichiarazioni durante le indagini.
Di fronte a questa sollecitazione, il Tribunale avrebbe dovuto chiarire le ragioni per cui aveva escluso una possibile responsabilità di Bartolozzi in concorso con il ministro.
Anche la Procura, secondo la Corte, avrebbe dovuto trasmettere alla Camera la valutazione compiuta dal collegio, nel rispetto del principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato.
La posizione della Camera: servivano le garanzie previste per i ministri
Nel ricorso presentato alla Consulta, la Camera aveva sostenuto che il ruolo di Bartolozzi all’interno del ministero della Giustizia non potesse essere considerato marginale.
A rappresentare la posizione di Montecitorio durante l’udienza era stato il professor Vittorio Manes, secondo il quale l’ex capo di gabinetto avrebbe partecipato direttamente alle fasi valutative e decisionali della vicenda.
Per la Camera, non contestarle il concorso nei reati ministeriali avrebbe comportato conseguenze rilevanti sul piano delle garanzie processuali. Bartolozzi, infatti, era stata ascoltata dai pubblici ministeri senza le tutele previste per una persona indagata in concorso con altri soggetti, compresa la facoltà di non rispondere.
In via subordinata, il ricorso chiedeva anche di valutare la legittimità della normativa sull’autorizzazione a procedere, nella parte in cui non contempla espressamente i casi di connessione funzionale tra i reati ministeriali e le condotte attribuite a soggetti esterni al Governo.
La Procura di Roma: nessuna violazione delle prerogative parlamentari
Di posizione opposta la Procura di Roma, che aveva contestato l’ammissibilità del conflitto di attribuzione promosso dalla Camera.
Nella memoria depositata davanti alla Corte, i magistrati avevano sostenuto che non vi fosse stata alcuna violazione delle prerogative parlamentari per la mancata iscrizione di Bartolozzi nel registro degli indagati in concorso con i ministri.
Una tesi che la Consulta ha sostanzialmente condiviso sul punto relativo all’autorizzazione a procedere: per le eventuali false dichiarazioni rese da Bartolozzi non era necessario coinvolgere preventivamente la Camera.
La decisione chiarisce quindi il perimetro delle garanzie costituzionali applicabili alla vicenda: la Procura può andare avanti con il procedimento per false dichiarazioni al pm, mentre resta il richiamo della Corte agli obblighi di motivazione e comunicazione tra gli organi giudiziari e il Parlamento.







